Storie tese

15 ottobre 1815: Napoleone a Sant’Elena

Napoleone-sainthelene

Napoleone-saintheleneIl 15 ottobre del 1815 Napoleone Bonaparte viene esiliato sull’isola di Sant’Elena, un lembo di terra di origine vulcanica che affiora dalle acque dell’Oceano Atlantico. L’uomo, che per oltre due lustri tenne in scacco l’Europa, l’imperatore dei francesi e generale di cento battaglie, ebbe a dire della dimora nella quale era stato relegato dopo il Congresso di Vienna e il conseguente periodo definito della Restaurazione: “In quest’isola maledetta non si vede né sole e né luna per la maggiore parte dell’anno. Sempre pioggia o nebbia. Se ne lamentano gli stessi inglesi, benché siano abituati all’umidità. L’unica cosa che abbiamo in abbondanza è il tempo”.

L’animo del condottiero non era più lo stesso. Napoleone aveva già conosciuto e assaggiato la cattività di un esilio vigilato. Poco dopo la decisiva sconfitta subita nella battaglia di Lipsia (o battaglia delle Nazioni) nell’ottobre del 1813, la peggiore carneficina tra tutte le guerre napoleoniche, l’imperatore dei francesi abdicò e fu spedito dalle potenze vincitrici sull’Isola d’Elba, nella cittadina di Portoferraio. Da quella situazione Bonaparte aveva saputo risorgere. I suoi propositi erano chiari, come scolpiti nel marmo: “Mi sono deciso per l’isola d’Elba. Questa scelta è quella di un’anima solitaria. Ma non si sarebbe così superiori agli altri se non si fosse di una tempra speciale. Io sono una particella di roccia lanciata nello spazio”.

Con quelle convinzioni Napoleone ebbe la forza di rompere il confino e tornare sul trono di Francia. Anche se il tempo, regolato dalla inesorabile clessidra della storia, stava già facendo il suo corso. Il generale consumò i cento giorni a sua disposizione prima che arrivasse Waterloo, una sorta di anno zero. Il campo di battaglia si divorò gli eserciti francesi, mentre l’intera carta geopolitica del Vecchio Continente era già stata stravolta e rimodellata sotto la sapiente regia del cancelliere austriaco, il principe di Metternich. In Europa vinse la Restaurazione. Gli antichi reali si riprendevano il ruolo che avevano occupato da sempre, sostenevano loro stessi per diritto divino, fino a prima della rivoluzione del 1789. Con un colpo di spugna si cancellò presente e futuro, perfino il solco scavato col terrore giacobino con quelle migliaia di teste rotolate in piazza, quella di Robespierre compresa.

La Francia, prima motore della rivoluzione, e poi issata sugli altari dalla grandeur di Napoleone, sprofondò con il condottiero nella polvere. L’impero evaporò in un attimo. Il crollo fu rapidissimo, anche considerate le numerose contraddizioni. Basti pensare, a questo proposito, alle strane coincidenze del destino di Bonaparte. Napoleone era nato ad Ajaccio il giorno di Ferragosto del 1769 da una famiglia originaria di Sarzana. Lui, futuro imperatore, fu cittadino francese per un pelo. Infatti la Corsica venne ceduta dalla Repubblica di Genova solo nel 1768 con il Trattato di Versailles. E ancora giovane ufficiale, il rampollo Bonaparte per un certo periodo simpatizzò e appoggiò apertamente l’eroe e indipendentista corso Pasquale Paoli che, mentre combatteva per cacciare i francesi dall’isola, gridava: “Noi siamo italiani”.

In seguito, Napoleone partì Oltralpe per fare carriera militare. E durante la rivoluzione godette nientemeno dei favori dei fratelli Maximilien e Augustin Robespierre, nonché della protezione del membro del direttorio Paul Barras. Ma seppur coinvolto e sponsorizzato da quelle amicizie giacobine, Napoleone, che vide cadere la monarchia e con essa la testa di Luigi XVI, seppe cavalcare col vento in poppa la tempesta fino a riportare sull’ora zero le lancette dell’orologio della Repubblica che trasformò, con un salto all’indietro, in un impero. E questo lo fece prima a suon di vittorie sul campo di battaglia nazionale, conquistandosi il grado di generale. Poi, tramite l’eco dei successi esterni, nella campagna d’Italia e in seguito in quella d’Egitto, iniziò la scalata politica, anche quest’ultima inarrestabile: Console del Direttorio, Primo Console, Console a vita e infine imperatore.

Correva l’anno 1804. La stella di Napoleone brillò anche nel tempo a venire. Mentre le sue truppe apparivano invincibili. Il destino, però, svoltò bruscamente verso il basso nel 1812. La guerra su due fronti risultò un azzardo imperdonabile, così nella campagna di Russia si consumò la rotta militare. Passò poco e seguì il disastro di Lipsia che aprì le porte alla prigionia sull’isola d’Elba. Alla ritrovata illusione dell’immortalità del regno durata appena 100 giorni, seguì la polvere di Waterloo e il definitivo capolinea su una striscia remota di terra che nasce dal mare e spunta davanti all’Angola. Partito da un’isola il cui periplo gli stava stretto, l’imperatore dei francesi seppe farsi grande fino a spaventare l’Europa e a dominare un intero Continente.

Sorte volle che chi lo sconfisse, quasi a chiudere un cerchio, lo ricacciasse a morire circondato dall’acqua dalla quale era sempre fuggito. Tuttavia, Napoleone Bonaparte, spogliato dai vincitori di ogni titolo tranne quello di generale, non rinunciò mai al suo orgoglio e all’alto concetto che aveva di sé. E al suo carceriere inglese sull’Isola di Sant’Elena, poco prima di trapassare, confidò: “Entro pochi anni i vostri governanti e voi stesso che mi parlate sarete sepolti dall’oblio. E se si conoscerà mai il vostro nome, allora sarà solo per le indegnità che avete perpetrato contro di me”.

Ferruccio Del Bue