Il 3 ottobre del 1935 l’Italia invade l’Etiopia. E’ appena iniziato l’autunno quando il regime fascista decide di conquistarsi un posto al sole. Il pretesto, il casus belli, sono gli incidenti scoppiati nelle città di Gondar e Ual Ual, il consolato italiano e una caserma vennero presi di mira da alcuni gruppi armati abissini. Così corre il 2 di ottobre quando si spalanca la finestra di accesso al balcone di Palazzo Venezia e il duce arringa una folla elettrizzata e festante, quasi la guerra fosse altro da loro: “Camicie Nere della rivoluzione. Uomini e donne di tutta Italia. Italiani sparsi nel mondo, oltre i monti e oltre i mari: ascoltate (…)”. Benito Mussolini prosegue con l’annuncio dell’invasione del suolo africano in un climax ascendente di reciproca esaltazione che si trasmette tra dittatore e massa: “Con l’Etiopia abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!”.
Il dado è tratto. Il 3 ottobre del 1935 le truppe italiane sotto il comando del maresciallo e quadrumviro Emilio De Bono si muovono dalla vicina Eritrea per oltrepassare il confine etiope. Sono circa 100mila i soldati italiani in marcia accompagnati da un alto numero di ascari. La bilancia del conflitto sembra pendere subito dalla parte dell’Italia: il 6 ottobre, Adua, città simbolo della cocente sconfitta del 1896, è conquistata. Il 15 ottobre cade la città di Axum, la capitale religiosa. A quel punto però la conquista fascista perde il suo primitivo slancio. Le operazioni belliche rallentano di fronte alla strenua resistenza opposta dai combattenti del Negus Hailé Selassié e dai suoi pugnaci ras Cassa e Immirù.
Il duce altalmente scontento dell’andazzo preso dalla guerra decide di silurare il maresciallo Emilio De Bono, giudicato troppo cauto nell’avanzata, e di sostituirlo con il generale Pietro Badoglio. Il nuovo corso del conflitto si caratterizza a quel punto per l’uso delle armi chimiche e dei gas asfissianti. Badoglio e Rodolfo Graziani, quest’ultimo comandante del fronte Sud, ritenevano gli aggressivi chimici decisivi per riequilibrare le sorti dello scontro e terminare più rapidamente la sottomissione.
L’Etiopia, per bocca del Negus Hailé Selassié, denunciò alla Società delle Nazioni la condotta di guerra fascista. Ma le sanzioni emanate contro l’Italia si rivelarono del tutto inefficaci e molti Paesi per giunta le aggirarono. D’altronde la Sdn (Società delle nazioni) era già divorata internamente dai dissapori tra i vari Stati (la Germania era uscita nel 1933) e di fatto la sua autorità internazionale era prosciugata.
Il conflitto fascista riprese pieno vigore tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 1936. E visto che il regime aveva bisogno di fabbricare nuovi eroi, l’afflusso massiccio degli alti papaveri del Pnf sul fronte abissino fu naturalmente esaltato dalla propaganda. I corrispondenti di guerra si sperticavano in complimenti ed elogi tanto che le medaglie auspicate ed evocate non tardarono a piovere sui gerarchi. L’abbondanza e lo scintillio dei metalli appuntati sul petto dei capi sollevò critiche e ironie tra le fila delle truppe al fronte, come testimonia anche una irriverente canzoncina: “Quando la pugna diventa pugnetta, ogni gerarca a partire si affretta. Per ogni minimo stormire di vento, chiedono e ottengono medaglia d’argento. Solo a Starace, di tutti il più stronzo, hanno dato quella di bronzo”.
Simbolica e per questo degna di una citazione particolare l’avventura abissina di Roberto Farinacci, il ras di Cremona che tentò addirittura di contendere le redini della dittatura al duce. L’avvocato e gerarca lombardo pretendeva di essere insignito dell’ordine militare dei Savoia oppure della medaglia d’oro per avere perso l’avambraccio destro mentre “istruiva volontariamente i legionari nell’uso delle bombe a mano”. In realtà, dopo una inchiesta commissionata da Mussolini, da un dossier dei carabinieri emerse: “S.E. Roberto Farinacci non si è sfracellato la mano durante una esercitazione volontaria, ma si è ferito mentre si dilettava a pescare con delle bombe a mano in un lago presso Dessié. S.E. Farinacci si è molto adirato quando è stato informato che il tenente Ettore Muti lo ha soprannominato il Martinpescatore”. Il gerarca mutilato non ricevette l’ordine dei Savoia e neppure la medaglia d’oro. Dovette perciò accontentarsi di quella d’argento.
Il conflitto, vista la disparità di armi e forze in campo, volge ormai velocemente al termine. Il 2 maggio Hailé Selassié lascia la capitale abissina. Il 5 maggio il generale Pietro Badoglio entra in Addis Abeba. Il 7 l’Italia annette ufficialmente l’Etiopia. E il 9 Benito Mussolini prende la parola dal terrazzo di Palazzo Venezia: “Il maresciallo Badoglio mi telegrafa: “Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba”. Durante i trenta secoli della sua storia, l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita”.
La sbornia per la vittoria lasciò le sue tracce sul regime: Benito Mussolini divenne primo maresciallo dell’impero, Pietro Badoglio vicerè di Etiopia e duca di Addis Abeba. Mentre, conquistato lo sbocco coloniale, il segretario del Partito fascista Achille Starace, che aveva ribattezzato la sua casa villa Gondar, si adoperò per rimodellare il saluto al duce che proprio lui aveva forgiato. La nuova formula era più ampollosa e meno fluida del secco: “Saluto al duce”. Suonava infatti:”Salutate nel duce il fondatore dell’impero”. Pare che lo stesso Mussolini, irritato dal rituale, dopo averlo sentito la prima volta avesse risposto: “Amen”.
La guerra di Etiopia, secondo fonti storiche, portò alla perdita di circa 450mila vite tra le popolazioni abissine. Mentre i conquistatori dovettero contare circa 4.300 caduti. L’impero italiano dell’Africa orientale, che già dalle fondamenta appariva antistorico, figlio di una espansione in voga tra gli Stati europei nei secoli precedenti, si squagliò come neve al sole tra l’inverno e la primavera del 1941, sotto l’avanzata inarrestabile degli eserciti alleati. Ma questa è un’altra storia.
Ferruccio Del Bue