Le campane suonavano a distesa e le madri, in chiesa, facevano i conti con dio.
8 settembre 1943, l’Italia fascista, caduto Benito Mussolini, si arrende incondizionatamente agli eserciti americani e inglesi. L’armistizio viene firmato a Cassibile in Sicilia il 3 settembre, gli alleati vi erano sbarcati alcuni giorni prima e avevano occupato quasi tutta la Sicilia, in una tenda di servizio dell’esercito americano. La firma che cambiò il corso della storia. Il Generale Castellano inviato dal Maresciallo Badoglio che aveva preso il posto di Mussolini ha sottoscritto per l’Italia i dodici articoli che componevano il cosiddetto armistizio corto.
Alla cerimonia ha assistito finanche il Generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze armate alleate, il quale, successivamente, l’8 settembre alle ore 18,30 lo rese pubblico. Eisenhower, finito il secondo conflitto mondiale, è poi diventato Presidente degli Stati Uniti d’America col Partito Repubblicano. L’Italia, finalmente, è riuscita a cambiare passo, ha voltato le spalle alla Germania di Hitler, è stata la nostra salvezza. Ma fu anche l’inizio della feroce occupazione tedesca, della deportazione nei lager e nei forni crematori di migliaia di persone di religione ebraica e di cittadini che si opponevano al regime totalitario di Hitler.
Ma fu anche l’inizio della Resistenza che portò alla rinascita dell’Italia democratica. Tra le rappresaglie più cruenti mi preme ricordare l’eccidio delle Forze Ardeatine in cui furono uccisi 335 italiani, e poi la strage di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e di Anna di Poganica. Conseguenze della proclamazione dell’armistizio: L’esercito italiano è allo sbando; il Re Vittorio Emanuele III fugge da Roma; la Germania, ex alleata, prende il controllo di tutto il territorio dell’Italia settentrionale; le forze politiche antifasciste danno vita al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale).
Finite le commemorazioni ufficiali dell’8 settembre di ottantatre anni fa, ecco il mio incancellabile ricordo di quel che accadde quel giorno al mio paese, San Pietro in Amantea. Le campane della chiesa della Madonna delle Grazie incominciarono a suonare a gloria. Il sagrestano, cumpà Stefano, andò avanti a suonare per più di un’ora. I ragazzi e le ragazze accesero un grande falò in piazza, e le donne, tutte vestite di nero, che avevano i figli, i mariti, i padri in guerra, si riversarono nella chiesa che il parroco Don Gabriele Muti aveva fatto aprire per pregare e ringraziare la Vergine Santissima perché i loro cari ritornassero sani e salvi nelle loro case.
Quelle che li avevano persi, i loro familiari, pregavano in ginocchio; strisciando a terra erano partiti dalla croce che si trovava nel piazzale antistante la chiesa, e si battevano il corpo con violenza, si graffiavano il viso, si scioglievano i capelli e si abbandonavano a grida di dolore.
Don Gabriele celebrò la Santa Messa e intonò un Te Deum di ringraziamento per la fine della guerra e invitò a pregare per il ritorno dei soldati nel loro adorato paesello.
Ma la guerra, non ebbe termine, e noi lo apprendemmo dalla radio.
Frank Gagliardi