Arte

A Reggio Emilia i cinquant’anni di Musica/Realtà in un confronto tra i generi

Reggio Emilia celebra i cinquant’anni di Musica/Realtà, la storica manifestazione che dal 1973 al 1978 rivoluzionò i modi del fare e del proporre la musica portando quella classica e di area colta fuori dalle sedi tradizionali (i teatri e le sale da concerto), nelle fabbriche, nelle scuole, nelle palestre a favore di un pubblico nuovo, storicamente escluso, gli operai, le classi meno abbienti, in un confronto tra i generi, quello colto e quello popolare, senza precedenti.

Ideatori e attori di questo vero e proprio movimento politico-sociale dell’arte, un gruppo di musicisti, prevalentemente di area milanese, già ai vertici del mondo musicale e tra i massimi interpreti del tempo: Claudio Abbado, Maurizio Pollini, Il Quartetto Italiano, i compositori Luigi Nono, Giacomo Manzoni, Armando Gentilucci, raccolti attorno al progetto ideato da Luigi Pestalozza e proposto, non a caso, alla città di Reggio Emilia, in cui la sensibilità del sindaco Renzo Bonazzi, a capo di una giunta a maggioranza comunista, poteva garantire il supporto ideale e materiale alla realizzazione della rivoluzionaria iniziativa.

L’annuale festival “Aperto” ha dato il via alle celebrazioni venerdì scorso, nella sede del Teatro Cavallerizza, con un’opera multimediale, Circus Audienti, commissionata per l’occasione al compositore romano Fabio Cifariello Ciardi che nei mesi precedenti ha cercato di calarsi nella realtà reggiana incontrando personalità del mondo politico e culturale, associazioni, gente comune per raccogliere testimonianze sulla Reggio degli anni Sessanta e Settanta e in particolare sull’esperienza di Musca/Realtà. Voci, immagini, suoni che sono andati a comporre un collage audiovisivo che contrappuntava la musica dal vivo e rielaborata col live electronics.

La composizione di uno spazio adeguato: disposizione circolare, attorno al pubblico degli strumentisti e dei due schermi su cui scorrevano le immagini preregistrate e a tratti, in tempo reale, del pubblico in sala, intendeva ricreare quella partecipazione attiva, quel rapporto di reciproco scambio tra musicisti e pubblico, che furono al centro del progetto di Musica/Realtà. Un interscambio realizzato anche nelle ore precedenti, nel centro cittadino con performances musicali in modalità flash mob, la prima parte dell’opera, Circus Audienti I, e proseguito nella serata, Circus Audienti II, con l’idea di una integrazione tra esterno e interno, città e sala da concerto, pubblico e cittadini.

Ulteriore strato linguistico dell’opera la presenza di una “giornalista narrante”, Ira Rubini, che ha letto cronache del tempo, varie testimonianze e soprattutto ha cercato di rianimare, con scarso successo, l’’istituto del dibattito, assai frequentato negli anni Sessanta/Settanta, ma anche tanto abusato da determinarne poi la parodia, come non ricordare: “no, Il dibattito no!.

Tanta buona volontà nel creare un’opera come luogo di ascolto e di memoria non ha tuttavia sortito un esito conforme alle intenzioni.

Per chi ha conosciuto e vissuto quella straordinaria stagione di partecipazione culturale, di incontri, di utopie, di lotte, la realtà restituita risultava fuori fuoco, banalizzata, talora persino macchiettistica. Così è risultata quella Reggio raccontata attraverso le parole e la presenza in video di alcuni protagonisti celebri e meno celebri, le cui frasi tagliate e ricomposte non definivano mai un discorso compiuto, ma lacerti di parole, spezzoni di discorso col rischio di ridurre quelle testimonianze a slogan, spot pubblicitari («Reggio Città del fare, Reggio città solida, Reggio città quadrata»); e poi, perché dare tanto spazio a Romano Prodi che con l’esperienza di Musica/Realtà nulla c’entrava? solo per collezionare una testimonianza illustre di reggianità? Tributo, allora, più alla fama del personaggio che alla verità storica, anche in considerazione della sua appartenenza a un partito, la Democrazia Cristiana, che al tempo si oppose vivacemente al progetto di Musica/Realtà.

Altro livello linguistico le testimonianze audio dei protagonisti diretti, musicisti, musicologi, il cui nome appariva sullo schermo, e allora le voci di Luigi Nono, Armando Gentilucci, Mario Baroni, Francesco Degrada, Enrico Fubini Claudio Abbado, Luigi Pestalozza, Maurizio Pollini, il sindaco Renzo Bonazzi, accanto a quelle anonime di operai, sindacalisti, metalmeccanici. Anche in questo caso frasi spezzettate, parole isolate che evidenziavano frammenti di realtà banalizzata: «dopo otto ore di fabbrica», Max Mara per citare letteralmente, «che senso ha ascoltare questa musica così difficile?», o ancora: «ascolto già sul lavoro i rumori della fabbrica e non ho voglia di riascoltarli in un pezzo musicale».

Per chi invece quella realtà non l’ha vissuta, i giovani, pochi in sala, a dire il vero, ciò che si è visto e sentito non restituiva certo la forza, l’energia, la follia, anche, lo slancio utopistico di quegli anni memorabili. Un quadretto turistico-pubblicitario privo della problematicità, del dramma anche, di quella esperienza, che facile non fu e conobbe anche momenti di confronto aspro e difficile.

Al momento del dibattito ricreato, alla richiesta della giornalista se ci fossero in sala persone che avessero vissuto quella esperienza e avessero qualcosa da dire, l’atmosfera si è fatta imbarazzante; chi davvero a quella stagione aveva partecipato si è ben guardato dall’intervenire e l’unica persona che ha preso la parola ha detto di non ricordare, non male per un lavoro che voleva riaccendere proprio la memoria e porsi in ascolto della storia.

Se la parte musicale si è lasciata apprezzare per una scrittura trasparente, ricca di sfumature timbriche, rivisitazione seducente di certo puntillismo d’antan, i vari strati linguistici non si sono interfacciati, definendo un collage piuttosto disorganico.

L’alto livello qualitativo dell’esecuzione che vedeva impegnati l’ensemble Icarus vs. Muzak, accuratamente diretto da Dario Garegnani con il live electronics di Francesco Adan Dal Ri e la regia del suono dello stesso Cifariello Ciardi, ha comunque garantito il buon esito della serata.

Data l’impresa ciclopica, quasi impossibile, di restituire in un’opera, seppur multimediale, la complessità di quello che fu e rappresentò Musica/Realtà, non sarebbe stato meglio commissionare a compositori che quella esperienza vissero e in cui si formarono, oppure ad allievi di quelli e questi maestri, una o meglio, più composizioni, semplicemente dedicate ai Cinquant’anni di Musica/Realtà?