- Al Bano e le cose non dette in Israele, la poszione socialista
Non una censura nei confronti di Al Bano, non è la nostra cultura, e neppure una contestazione della sua scelta di cantare in Israele. Ma una critica sì, più netta: invocare il valore universale della musica non può bastare quando intorno a quella musica c’è una tragedia che impone di prendere posizione. Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti PSI, interviene nella polemica che da giorni accompagna il concerto dell’artista pugliese a Tel Aviv, distinguendo Israele dal suo governo ma chiedendo ad Al Bano di non rifugiarsi nella neutralità della musica davanti alla sofferenza dei civili.
Al Bano si è esibito il 13 settembre al Charles Bronfman Auditorium di Tel Aviv. Il concerto e le immagini pubblicate successivamente sui social hanno suscitato critiche. Il cantante ha risposto rivendicando il carattere universale della musica, definendola un linguaggio capace di unire e un «ponte» in un mondo diviso.
È proprio da quelle parole che parte Maraio.
«Per carità, Al Bano ha ragione: la musica unisce. E guai a trasformare anche la musica in un terreno di divisione. Ma non si può utilizzare la musica come una zona franca, come se ciò che accade fuori da un teatro non ci riguardasse.Proprio perché la musica unisce, qualche volta ha anche il dovere della chiarezza», sostiene il segretario socialista in un video diffuso sui social.
Il passaggio politicamente centrale dell’intervento arriva subito dopo. Maraio evita di sovrapporre le responsabilità del governo israeliano a Israele nel suo complesso: «Al Bano ha cantato a Tel Aviv, in Israele. Un Paese e un popolo che non possono essere identificati con le scelte del proprio governo».
Il riferimento è al governo guidato da Benjamin Netanyahu. Sul premier israeliano pende dal novembre 2024 un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Si tratta di accuse sulle quali non è intervenuta una condanna definitiva.
Ed è su questa distinzione che Maraio costruisce il suo ragionamento: criticare Netanyahu non significa schierarsi contro Israele. E proprio chi sceglie di esibirsi oggi a Tel Aviv, secondo il leader socialista, non può limitarsi a dire che la musica non ha confini.
«Una parola bisogna dirla. Non significa attaccare Israele. Al contrario: significa distinguere Israele, la sua storia e il suo popolo dalle responsabilità politiche di chi lo governa. Al Bano dica con la stessa semplicità con cui parla di pace che le scelte del governo Netanyahu hanno prodotto conseguenze gravissime e violente. Dica che davanti ai civili uccisi, davanti alle donne e ai bambini morti, non possiamo voltarci dall’altra parte».
Maraio non chiede quindi ad Al Bano di rinnegare il concerto. Gli contesta però l’insufficienza di una generica dichiarazione sulla pace. Se la musica è davvero un ponte, sostiene il leader socialista, quel ponte deve servire anche a far arrivare parole scomode dove sono necessarie.
«La musica può essere davvero un ponte. Ma i ponti servono ad attraversare le distanze, non a nascondere ciò che accade sotto di essi. Ha cantato a Tel Aviv, ed è stata una sua scelta. Adesso usi quella stessa voce per mandare un messaggio altrettanto forte: basta alla morte dei civili, basta con il massacro dei bambini, basta alla guerra».
La conclusione diventa così anche una critica alla neutralità rivendicata dall’artista: «Non gli chiediamo di smettere di cantare. Gli chiediamo di non fermarsi al canto. Davanti a quello che sta accadendo il silenzio non costruisce ponti. Insomma, Al Bano trovi la voce».