Nato come “Villaggio Operaio E 42”, per gli operai impegnati nell’allestimento dell’Esposizione Universale di Roma (la progettata “vetrina mondiale” del fascismo, mai realizzata causa Seconda guerra mondiale, ma che originò poi il quartiere EUR), il Villaggio Giuliano Dalmata è il trentunesimo quartiere di Roma. Confinante a nord con l’Ardeatino, ad est con la citta “militare” della Cecchignola, a sud con la zona di Castel di Leva e ad ovest con Via Laurentina, l’area di Fonte Ostiense e l’EUR.
Con l’entrata dell’Italia in guerra, nel1940, gli operai abbandonarono le loro case, che in seguito, dopo una breve occupazione anglo-americana, rimasero vuote. Nel 1947, dodici famiglie di profughi giuliani si insediarono nel villaggio, ribattezzandolo Villaggio Giuliano. Col graduale arrivo, negli anni seguenti, di migliaia di italiani di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, costretti (a meno di perdere qualsiasi diritto) a lasciare le zone che il Trattato di Pace Italia-Alleati del ’47 aveva definitivamente assegnato alla Jugoslavia titoista, il Villaggio si chiamò Giuliano-Dalmata. L’inaugurazione ufficiale e la consegna delle prime unità abitative agli esuli (le camerate dell’ex villaggio operaio trasformate in piccoli appartamenti) fu il 7 novembre 1948: alla presenza dell’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, un giovanissimo Giulio Andreotti, e di Francesca Romani, moglie del Premier Alcide De Gasperi.
Proprio qui, esattamente all’Archivio-Museo Storico di Fiume di Via Cippico – che, con straordinaria collezione museale e annesse biblioteca ed emeroteca, documenta la storia di Fiume dal Medioevo al passaggio sotto sovranità jugoslava (1947), e, infine, croata, dopo la fine della Jugoslavia con la devastante guerra del 1991-’95 – si son svolti importanti passaggi della Scuola estiva per docenti organizzata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Docenti di vari ordini di scuole di tutta Italia han frequentato in questi giorni, qui a Roma, un corso d’ aggiornamento sulle vicende della frontiera giuliana e la memoria, a Roma, dell’Esodo istriano, giuliano e dalmata degli anni dal ’45 a metà dei ‘50 (che interessò, in totale, piu’ di 300.000 persone). Dopo varie partecipazioni a laboratori tematici e metodologico-didattici, momento importante è stata la visita all’Archivio-Museo storico di Fiume, diretto dallo storico Marino Micich.
Micich ha illustrato l’incredibile raccolta di foto, documenti originali pubblici e privati, cimeli d’ogni genere, ripercorrente le tappe della storia di Fiume, dalla dominazione asburgica, iniziata nel XV secolo, sino al Trattato di Roma del 1924: che, dopo Grande guerra e Impresa dannunziana, segnava l’annessione della città all’Italia. Dopo, le tragedie della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione prima nazista, poi titina. La notte fra il 4 e il 5 ottobre del ’43, molti civili italiani vengono gettati, ancora vivi, nella foiba di Villa Surani, non lontano da Visignano (oggi Visigrad), in Istria. Tra loro, anche la giovane studentessa Norma Cossetto, figlia di Giuseppe (dirigente del PNF che era stato anche podestà di Visignano): dopo esser stata a lungo seviziata e violentata da partigiani comunisti slavi ed elementi italiani.
Oggi, lungo Via Laurentina, accanto a un cippo in pietra carsica ricordante, dal 1961, tutti i caduti giuliano-dalmati di ambedue le guerre mondiali, una panchina è dedicata appunto a Norma Cossetto, Medaglia d’oro al merito civile alla memoria 2005, e a tutte le donne infoibate nella fase finale della Seconda guerra mondiale (dedica che si ricollega idealmente alle tante donne vittime dei femminicidi di oggi). Esempio importante della collaborazione creatasi, negli ultimi anni, tra il Coordinamento delle Associazioni storiche del settore (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Società di Studi Fiumani, Archivio – Museo Storico di Fiume e altre) e le istituzioni.
Accompagnati dai Professori “ciceroni” Giorgio Marsan, già docente di inglese, Donatella Schurzel, Presidente del Comitato provinciale di Roma dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e Vicepresidente nazionale della stessa, e Marino Micich, i docenti partecipanti alla Scuola estiva del MIM hanno visitato poi i punti piu’ significativi del Villaggio Giuliano-Dalmata. .All’ingresso, lungo viale Oscar Sinigaglia (l‘industriale, di origine ebraica, creatore e direttore con la moglie Marcella Mayer, figlia del fondatore del quotidiano “Il Piccolo” di Trieste, dell’ Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati), un’altra serie di panchine, azzurre, collocata con l’esclusivo contributo di privati e associazioni, ricorda luoghi strettamente legati alla storia del 1943- ’54 “e dintorni”, come Istria, Dalmazia, Fiume, Gorizia, Trieste. Mentre, sulla destra, un vasto “murale” dell’artista di Zara Franco Ziliotto (già epigono della Scuola romana di Francesco Trombadori e Mario Mafai), alla cui realizzazione ha partecipato un gruppo di giovanissimi studenti del Liceo Artistico “Mercuri” di Ciampino, raffigura idealmente la resilienza e la voglia di ricominciare che, nonostante tutto, animò nel dopoguerra gli abitanti del Villaggio.
In ultimo, la visita a Piazza dei Giuliani e Dalmati, storica “agorà” degli abitanti del luogo: col cippo in memoria di Aldo Clemente (1920-2014), Segretario dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati, realizzatore urbanistico del Villaggio, e il mosaico del pittore polesano Amedeo Colella, già funzionario dell’Opera, dedicato a santi venerati quali protettori delle terre giuliano-dalmate (come San Girolamo, storico traduttore della Bibbia in latino, e San Rocco di Montpellier).
Domina la piazza, la chiesa di San Marco Evangelista all’Agro Laurentino: costruita, su progetto dell’architetto Ennio Canino, tra il 1970 ed il ‘72. Sulla “barca” dell’ingresso centrale, campeggia, dal 2016, la statua del leone di San Marco (simbolo caro alla memoria storica delle terre dalmate), donata negli anni ’70 dall’importante famiglia Foscari. Mentre, all’interno, una pala d’altare del 1950, dell’artista zaratino Andrea Fossombrone, raffigura – in stile un po’ alla Giovanni Bellini – i Santi Vito (patrono di Fiume), Girolamo e Tommaso (patrono di Pola). Nella cripta, infine, una serie di mosaici raffigura i Santi protettori dei vari paesi d’origine dei profughi giuliano-dalmati.
In ultimo, il gruppo ha incontrato testimoni diretti dell’arrivo, dal ’47 in poi, dei profughi giuliano-dalmati. Come lo zaratino Fulvio Costa, classe 1930, col padre morto vittima delle foibe (“ma la nostra foiba”, ha ricordato amaramente Fulvio, “fu soprattutto il. mare”), e la combattiva Giovanna Martinuzzi, di Albona (Istria orientale), già maestra d’asilo. Ambedue hanno tratteggiato quella che era la vita, nell’immediato dopoguerra, degli abitanti del Giuliano-Dalmata: quotidiana battaglia, ma anche speranza nel futuro e consapevolezza della forte umanità e inclusività dell’ambiente romano.
Augusto Gregori, Vicepresidente del IX Municipio, in chiusura ha evidenziato la positiva collaborazione nata, negli ultimi anni, tra associazioni per la cultura e la memoria istriane, giuliane e dalmate e istituzioni locali: “che sta facendo, di questo Villaggio, un importante luogo della memoria non solo locale, ma anche, in prospettiva, nazionale”.
Fabrizio Federici