Ci sono biografie sulle quali la storia accompagna spesso il proprio giudizio con delle riserve, nella speranza di sospenderlo, lasciando al tempo il compito di emettere una sentenza. Nel caso di Craxi è stato così: il tempo ha pronunciato la sentenza, ma la storia non ha ancora consegnato un giudizio.
È per questo che visitare una tomba, talvolta, è un gesto politico. Non perché si voglia santificare qualcuno, ma perché si decide di non rimuoverlo. E non è un caso che, per una generazione di socialisti, la tomba di Salvador Allende sia stata a lungo un luogo di pellegrinaggio, come lo è oggi quella di Bettino Craxi a Hammamet. In entrambi i casi, non si andava a cercare soltanto un uomo, ma una spiegazione.
Durante l’ultima, dolorosa fase della sua vita, Bettino Craxi, ad Hammamet, recluso in una condizione estenuante di isolamento e confino — umano prima ancora che politico —, nonostante la fatica e l’esilio — lo stesso che avevano conosciuto Mazzini, Gramsci e Pertini — non si sottrasse mai alla sua più naturale velleità: mettere in mostra sé stesso e la propria tragedia. Anche in quella esposizione ostinata di sé non c’era solo orgoglio: c’era la consapevolezza di essere ormai diventato un simbolo, e che i simboli, volenti o nolenti, non possono scomparire in silenzio.
Tra le molte interviste rilasciate in quegli anni, ce n’è una che ancora oggi colpisce per la sua forza quasi involontaria. Craxi racconta di quando, alla guida del Partito Socialista, decise con una delegazione di compagni di rendere omaggio alla tomba di Salvador Allende. Un gesto che allora poteva apparire come semplice internazionalismo socialista, ma che oggi assume un valore più profondo, quasi profetico. Allende, come Craxi, non era soltanto un leader sconfitto: incarnava due tragedie, quella personale e quella di un’intera idea politica.
In quel ricordo affiora qualcosa che va oltre l’aneddoto: la consapevolezza della piega che la vicenda personale di un uomo avrebbe preso nella storia politica di una comunità. Allende muore sotto le bombe di un golpe. Craxi si consuma in un esilio senza ritorno. Due destini diversi, ma un punto in comune: entrambi finiscono per diventare il luogo in cui una parte della sinistra si specchia, si divide, si interroga.
Oggi, a distanza di venticinque anni dalla morte di Craxi, la sua tomba a Hammamet ha assunto una funzione simile a quella che ebbe, per i socialisti italiani, la tomba di Allende. Non è un posto pacificato. Ci si va con sentimenti opposti: nostalgia, rancore, senso di ingiustizia, bisogno di capire. Ma proprio per questo è un luogo vivo, un punto in cui la storia continua a fare attrito.
Hammamet, 25 anni dopo, non è solo il luogo in cui riposa un ex presidente del Consiglio. È un archivio a cielo aperto di ciò che è stato il socialismo italiano: la sua grandezza, i suoi errori, la sua caduta, ma anche la sua irriducibile capacità di lasciare tracce. Quel che resta del giorno, per dirla in modo semplice, non è mai poco quando un’idea ha attraversato davvero la vita di milioni di persone.
Chi oggi si reca lì, come un tempo si andava sulla tomba di Allende, non cerca una riabilitazione a buon mercato. Cerca un filo, un modo per capire come si è arrivati fin qui e perché, dopo Craxi, il socialismo italiano non abbia più trovato una voce altrettanto riconoscibile.
Ed è proprio per questo che quella eredità conta ancora, soprattutto per i più giovani. Non perché vada venerata, ma perché va attraversata. Senza Craxi non si capisce né il Novecento italiano né il vuoto politico che è venuto dopo. Senza la tradizione socialista — con le sue luci e le sue ombre — non si comprende perché oggi manchi una sinistra capace di coniugare libertà, giustizia sociale e governo della realtà.
Le tombe che non smettono di parlare servono a questo: a ricordarci che le idee non muoiono quando finiscono gli uomini. Muoiono quando smettiamo di interrogarle. E Hammamet, nel suo silenzio ostinato, continua a fare esattamente l’opposto.
Mattia Catalano