Imbraccia la chitarra a sei anni e oggi è considerato uno dei principali interpreti di blues. Il suo nome è Andrea De Luca, romano, classe ‘81, un vero e proprio talento. Dotato di una tecnica micidiale e di un feeling che rendono la sua musica, speciale. Nel suo modo di suonare fonde la tradizione, scarna e poetica del blues, con l’energia del rock: quella più sanguigna alla quale intere generazioni di musicisti devo il loro successo. Un linguaggio, il suo, aperto ma anche attento a non deragliare dai binari di un genere che non ammette mezze misure. Cresciuto sotto l’ala protettiva dei genitori – veri e propri cultori di musica – viene consacrato da gente del calibro di Curtis Salgado, Mark Peterson, Lisa Mann, tanto per fare qualche nome. Negli ultimi anni si è ritagliato uno spazio di rilievo nel panorama del blues italiano e internazionale: interpretando “My Babe” di Willie Dixon ha recentemente ricevuto il premio “Enrico De Angelis”, organizzato dalla prestigiosa società di doppiaggio “VixVocal”, come miglior talento musicale. Già endorser di Hobo Guitars, che dal 2014 gli fornisce un intero parco di chitarre costruite secondo le sue specifiche, collabora con la Asher Guitars di Los Angeles, famosa azienda produttrice di Lap Steel. Da Roma agli States, a Portland, e non solo, è già considerato un musicista di riferimento e il suo sogno e di trasferirsi definitivamente in America per conquistare la patria del blues.
Andrea partiamo da questo singolo “Baby Mama” registrato in trio con lo straordinario Dean Bowman e il bassista Mark Peterson. Come nasce questa collaborazione?
La band del singolo “Baby Mama” è un progetto ideato da me e nasce grazie alla profonda stima dimostratami dal bassista e produttore Mark Peterson, afroamericano di New York, nato e cresciuto a Saint Louis, turnista di successo per artisti del calibro di Joan Baez, Steve Wonder, Cassandra Wilson. Mi misi in contatto con lui richiedendogli l’amicizia sui social e sin dall’inizio fu entusiasta della mia musica e mi diede disponibilità per iniziare a lavorare insieme. Quando scoprimmo di avere come amico comune Dean Bowman, con cui Mark aveva collaborato negli Usa molti anni prima, il naturale “outcome” di questa storia fu che organizzai un mini-tour mettendo insieme questa band micidiale. Cinque indimenticabili concerti sold out nei clubs più rinomati della capitale. Il tour si concluse con una session ai Village Recording di Roma, in cui registrammo un disco intero di energico Blues alla John Lee Hooker. A completare la band, il contributo di un altro grande musicista con cui ho il piacere di collaborare da anni, Francesco De Rubeis. Di tutto il materiale registrato, soltanto il singolo “Baby Mama” è sul mercato digitale. Per il resto del materiale sono alla ricerca di una casa discografica che sia interessata a questo lavoro.
Non sei nuovo a collaborazioni prestigiose. Nel 2018 hai incrociato la strada di Ben Rice dando vita a “Goin’ to Tacoma” con altri tre fantastici musicisti Ed Neumann, Joseph Barton e Dave Melyan. Ci parli questa esperienza?
Nel 2018 ero negli Stati Uniti per la seconda volta in due anni. Ero a Portland (Oregon), città in cui sono entrato nella community dei bluesmen locali e dove ho ricevuto le maggiori offerte di lavoro come band leader. Una persona e un musicista davvero speciale è Ben Rice, un artista straordinario che mi ha introdotto nella prestigiosa scena Blues di Pdx, con cui ho avuto sin dal primo minuto un rapporto fraterno. Con lui ho suonato molto e tra le tante cose, una session memorabile in studio con gli immancabili Dave Melyan, batterista dal sound del profondo sud, Ed Neumann, eccellente hammondista-cantante e Joseph Barton bassista dal valore inestimabile. Incidemmo diversi brani, con il prestigioso supporto tecnico del batterista e produttore di successo Jim Bott (membro della band Black Crows). “Goin’ To Tacoma” racconta un emozionante viaggio fino appunto alla deliziosa città di Tacoma nello stato di Washington dove ho avuto l’onore di collaborare con Lisa Mann, due volte Blues Award come miglior bassista e cantante e Peter Boe, tastierista tra gli altri della Robert Cray Band.
Nell’album “Let Me Love You Tonight” credo si concentri tutta la tua cifra stilistica. A iniziare dalla title track, che pur mantenendosi nel solco della tradizione, apre ad arrangiamenti più ariosi dove non sono in evidenza solo le tue abilità chitarristiche ma anche quelle di compositore. In questo disco escono fuori anche le tue doti di cantautore. Quali sono i tuoi punti di riferimento e qual è invece il tuo racconto?
Sì, “Let me love you tonight” è l’album in cui ho deciso di dare voce anche alla mia parte da singer song- writer. In realtà il brano è stato scritto più di dieci anni fa durante il viaggio di ritorno da un tour che stavo facendo in nord Europa. Ho sempre pensato che fosse un brano molto radiofonico e in effetti, in questo momento, sto cercando di definire un accordo con una label americana, non anticipo più di questo per scaramanzia. Anche altri brani dell’Ep evidenziano le mie influenze country, rock e pop, non nascondendo una chiaro stile di scrittura passato attraverso i numerosissimi ascolti delle discografie di John Mayer, Ben Harper, Keb Mo’ e non ultimo del grande Jamie Cullum che da anni è una grande ispirazione per me. Direi che cerco di fondere la tradizione, come suggerisci, con un concetto più ampio e che sia collocabile in un mercato rivolto ad ascoltatori fuori dalla cosiddetta “nicchia” del blues.
Dean Bowman, che Madonna ha definito “la voce di Dio”, parla di te come uno grandissimo musicista. Mark Peterson ti aggiungerebbe alla grande storia della musica nera. Ecco, sapendo che per suonare il blues non basta essere tecnicamente preparato, per te questa musica cosa rappresenta e come ci sei arrivato?
Apprezzo moltissimo quello che pensano di me Dean e Mark che oltre ad essere tra i musicisti che stimo di più, sono due fratelli maggiori, veri punti di riferimento sempre presenti nella mia vita professionale e personale. Sono convinto che per improvvisare nel blues o in un determinato linguaggio serva sacrificio, studio e tecnica ma sono altrettanto convinto che per essere credibile e autentico devi aver passato qualche tipo di sofferenza.
Che nel tuo caso?
Nel mio caso posso sicuramente dire che la musica, la chitarra, lo scrivere, sono state le uniche armi per difendermi da un’adolescenza fatta di bullismo, di abusi subiti, discriminazione e umiliazione. Ero un ragazzino con la chitarra sempre in spalla, fortemente sovrappeso, con un accento diverso dai miei compagni romani (i miei genitori sono del sud), venivo preso di mira, rincorso, picchiato dai classici bulli di borgata. E’ stato un lungo e pesante percorso dal quale sono riuscito a evadere solo grazie alla musica. Non è stato facile e ne porto il peso tutt’oggi, non ero felice e non avevo la minima sicurezza in me stesso, ma quando suonavo non pensavo più a tutto questo e trovavo la forza di andare avanti.
Se dovessi trasmettere questa passione a un ragazzo di oggi, cosa gli diresti?
Credere nella tua passione. Questa è la cosa più importante nella vita di ognuno di noi. Se ne hai una sei fortunato, hai la strada segnata e se insisti e ci credi, i risultati non tarderanno ad arrivare. Oggi con la tecnologia così avanzata e a portata di mano i modi per studiare blues sono infiniti. Ma io consiglio di ascoltare tanta musica partendo da Robert Johnson, John Lee Hooker passando per i più moderni, Eric Clapton, Stevie Ray Vaughan, B.B. King fino ad arrivare agli attuali Eric Gales, Gary Clark Jr., Derek Trucks e molti altri. Suggerisco di comprendere la cultura afroamericana, di appassionarsi al gospel, di imparare bene l’inglese e appena possibile, fare un bel viaggio nella terra dove il blues è nato. Ci sarà sempre molto da imparare e sarà un’esperienza che cambierà sensibilmente i vostri orizzonti.
Vittoria Craxi