“Interessicomuni” non è contro gli istituti di credito, contesta solo i sistemi illeciti che “i pasticcioni dell’aristocrazia bancaria” adottano. In chiusura di un mio precedente intervento ho parlato dell’imbarazzo dei loro collaboratori allo sportello, quelli di prima linea, ed ho anche detto che un domani, forse, potremmo affrontare le difficoltà che vivono le stesse banche. Le dico questo per portare alla vostra attenzione le testimonianze di moltissimi artigiani edili, piccoli imprenditori e semplici famiglie. Inizialmente, quando espletavo le mie funzioni di Console Onorario in Emilia Romagna, erano solo i cittadini albanesi a cercarmi, ma poi, man mano, sono diventato riferimento di quanti in difficoltà pensavano che venire da me, per la carica che avevo rivestito, fosse come andare dal prete. Insomma, tutti mi hanno raccontato, e ne ho documentato le testimonianze, accadimenti di comportamenti “barbari” tenuti da quasi tutti gli Istituti di Credito.
Clienti storici e recenti che oggi, in oggettiva difficoltà di mercato, magari escono dal conto corrente di pochi euro (e direi che dieci euro siano davvero pochi con la lente d’ingrandimento di una banca!) e se ne vedono addebitati cinque, alcune banche anche dieci al giorno per interessi o spese come penale per qualche miserabile euro di sconfinamento, Commissione Massimo Scoperto o Messa Disposizione Fondi (la “fantasia” lessicale di certi Istituti potrebbe insegnare a Gianni Rodari a scrivere fiabe per bambini). Come chissà quanti altri modi per giustificare questi balzelli inventati per far carriera da parte di qualche emulatore dei “furbetti del quartierino”; persone pericolose per tutta la comunità finanziaria, per gli stessi Istituti di Credito e per l’ABI. In questo caso d’applicazione arbitraria di costi del denaro gli strozzini che sono fuori dalle bische clandestine al confronto diventano delle Onlus: qui siamo all’omicidio finanziario dei malcapitati! In questo caso specifico dieci euro al giorno di addebito arbitrario, per qualche spicciolo di sconfinamento, corrisponde ad una percentuale d’interesse stratosferico, al punto che per calcolarlo con precisione bisognerebbe ricorrere ad un vecchio contabile con l’orchite.
O quell’altro signore che entra in una filiale di una delle più importanti banche italiane per chiedere una sospensione sui pagamenti delle rate del suo mutuo, in quanto ha perso il lavoro, lasciando la moglie in auto ad aspettare. Costui, invece di aver risposta sulla sua richiesta, si trova di fronte il precedente responsabile dell’istituto che gli si para davanti con indosso una maglietta a polo con la mela rosicchiata e gli vuole vendere un nuovissimo iPad pagabile con un leasing. Si, Unicredit “fa” anche questo servizietto! Il signore mi raccontava che non era riuscito a dire di no per timore che non gli concedessero la sospensione del debito. In lacrime mi ha confessato che lui sa come condurre gli escavatori, ma non sa nemmeno come si accende un computer, figurarsi, come l’ha chiamata lui, una “mattonella elettronica”! Esce dalla filiale e deve riferire del nuovo acquisto a sua moglie, che in trepidante attesa era in auto ad aspettare la risposta del mutuo. Vi risparmio com’è andata a finire: una borsettata in faccia con tanto di sangue dal naso. E’ grottesco, me ne rendo conto nel raccontarlo, ma purtroppo è così che si conduce in Italia l’economia “dal basso”. Questi almeno si accontentano di piazzare un telefonino; ricordo con sgomento quando il Banco San Geminiano e San Prospero si prodigava per vendere diamanti pure al garzone del fornaio sotto casa: chissà se lo fanno ancora?
Sfioro di nuovo un’argomento già trattato, ma anche molti impiegati di banca iniziano ad essere insofferenti a comportamenti così palesemente “rozzi”, al punto che i più anziani si vergognano di parlare con i clienti per le “condizioni” che cambiano continuamente. Come a dare l’idea che questi guru della finanza “smarriti” non sappiano dove andare: zombi?!? Un richiamo dell’ABI sarebbe opportuno, anzi indispensabile! A partire dal depennare immediatamente queste commissioni vergognose di cinque, dieci euro predeterminate da decisioni autoritarie e scellerate perpetrate a disprezzo della parte debole del Paese.
E così mentre noi disquisiamo in uffici confortevoli, quasi coccolati da un’atmosfera soft ed ovattata per lavorare al meglio su queste problematiche, là fuori un fuoco dalle conseguenze imprevedibili sta covando nei cuori delle persone. Noi parliamo di regole, leggi, contratti capestro degli istituti bancari, invece le persone vere, quelle smarrite, non ce la fanno più!!! Mi chiedo: la disperazione, la frustrazione come si può manifestare o sfogare? Contro se stessi (ricordo sommessamente i suicidi) o contro gli altri. Addirittura è venuto da me un piccolo imprenditore edile che arrabbiatissimo mi ha urlato che non ha intenzione di finire in un baratro da solo, ma vorrà portarsi dietro anche chi lo ha costretto alla follia. Il rischio di un incendio di proporzioni inimmaginabili mi terrorizza. La paura e la mancanza di soluzioni pratiche, attuabili immediatamente, la tenebrosità del tunnel in cui molti si trovano, portano a temere seriamente l’innesco di una reazione a catena.
Qualcuno potrebbe obiettare che le banche sono in difficoltà. Bene, anzi male! Allora cosa fanno? Prima questi pasticcioni hanno dispensato soldi con prestiti e finanziamenti a gogò. Adesso si lamentano che si trovano in difficoltà perché hanno accumulato parecchi crediti inesigibili. Per queste ragioni le banche, aiutate da alcune leggi a loro favore approvate poco tempo fa, hanno trovato la soluzione. Cartolarizzano i crediti incagliati (traduco: cedono il loro credito ad altri soggetti) vendendoli a società esterne (ma si parla anche della creazione di una bad bank con il “patrocinio” della Banca d’Italia). Cosa ci guadagnano le banche a cartolarizzare? Che immediatamente possono avere uno sgravio fiscale sulle minusvalenze a favore dell’”estetica” dei loro bilanci. Queste società esterne si accollano quindi milioni di euro di crediti delle banche, e non lo fanno per perderci ma per lucrare sulla disperazione. Così cominciano un’azione frenetica, martellante e spesso coercitiva verso i debitori, senza alcun controllo da parte degli organi preposti. Difatti possono permettersi qualunque azione di “disturbo” verso le persone senza che nessuno possa fermarli, in nome del diritto acquisito per il credito acquistato dagli Istituti. Ma sapete a quanto viene venduto questo debito che i poveri clienti hanno accumulato verso il sistema bancario? I crediti vengono cartolarizzati, ceduti, venduti a queste società di “comodo” al 10% del loro valore. Avete capito bene?
E non è assurdo tutto ciò?!? Ma se le banche sono disposte ad accettare un “taglio” del valore dei loro crediti fino al 90% della somma, è mai possibile che questo “sconto” non possa essere proposto all’imprenditore titolare di quel debito con la banca? In questi mesi sono venuti da me tanti imprenditori disperati che hanno ormai venduto tutto quello che avevano per onorare l’impegno alla restituzione del finanziamento ottenuto quando le cose andavano bene, accettando inconsapevolmente tassi d‘interesse “fuori legge”. Oggi non hanno più risorse monetarie nemmeno per soddisfare i loro bisogni primari. Le banche, dopo aver fatto la “voce grossa” ed averli tampinati telefonicamente al limite del reato di stalking, umiliati e bistrattati, “svendono” questi crediti a “soggetti” senza scrupoli a prezzi di saldo. Artigiani, commercianti e piccoli imprenditori sfiniti, dissanguati da anni di sacrifici a causa della crisi e dei debiti accumulati, che cercano faticosamente di rimborsare, scoprono invece che la loro “onta”, la loro colpa, la loro ignominia finanziaria vale solo un 10% di quanto devono restituire.
Ma scusate ABI, Banca d’Italia, Parlamento Italiano, e chi altri ancora potrebbero correggere questa pazzesca ed incredibile strategia: non sarebbe più etico trovare una soluzione identica per i crediti bancari coinvolgendo e accordando simili condizioni economico-fiscali a chi quel debito l’ha generato? Infatti, viene spontaneo domandarsi perché la norma che doveva rendere la deducibilità dei passaggi a perdite più agevoli per le banche, non abbia privilegiato, anziché soggetti terzi, il mondo delle piccole botteghe in difficoltà! Si può prevedere la medesima deducibilità fiscale per quelle banche che si accordano con il debitore insolvente, con una transazione od una rinegoziazione del credito con riduzione od azzeramento dei tassi di interesse. Insomma, una disposizione che agevolando fiscalmente gli accordi transattivi con le aziende in crisi spingesse le banche verso un diverso modo di gestire il recupero dei crediti.
Come risulta chiaro da quanto argomentato finora, basterebbe un pizzico di buon senso da parte degli istituti di credito per porre in essere una politica meno vessatoria nei confronti di tanti onesti cittadini che, in evidenti oggettive difficoltà, spesso si ritrovano al cospetto di cinici interlocutori sordi alla loro richiesta di aiuto. Anzi, per dirla tutta, un povero cristo che oggi entri in banca ha la netta sensazione che il dirigente “ariano” di turno, a cui si rivolge, non solo sia sordo alle sue richieste ma non faccia altro che dare, con estrema crudeltà, un’ulteriore stretta al nodo scorsoio che gli attanaglia la gola. E a questo punto la domanda si palesa chiaramente: cosa ne pensano le autorità preposte? Dal Ministro del Tesoro, al governatore della Banca d’Italia, al presidente dell’ABI Antonio Patuelli che per primo “sfidiamo” a rispondere alle nostre interrogazioni. Si, sarebbe proprio il caso che questi signori escano dal loro assordante silenzio.
Angelo Santoro