Lettere al Direttore

Angelo Santoro:
L’ergastolo finanziario

Dalla vicenda che ho ascoltato sembra che le banche si siano addirittura sostituite all’ordinamento giudiziario applicando di fatto la “pena di morte e l’ergastolo finanziario”.

In un Lunedì di metà Luglio abbiamo scoperchiato un grande masso. Prova ne è il numero di commenti arrivati e pubblicati in calce alla mia lettera che gentilmente avete ospitato in homepage. Ma sotto il masso abbiamo trovato una sorpresa. Un numero incredibile di famiglie, commercianti e imprese fallite per la incapacità di moltissimi bancari e di alcuni banchieri che, per la loro ingordigia personale, affondano migliaia di famiglie così come ci viene riportato da un imprenditore dopo le mie pubblicazioni sul Vostro quotidiano online. Questo signore, a me del tutto sconosciuto prima d’ora, è venuto nella sede di “Interessicomuni” e con celato pudore mi ha “dipinto” una storia “attuale” di tanti anni fa: quella della sua famiglia e della Banca Nazionale del Lavoro “acchiappando” la mia fantasia e la mia curiosità così come avevano fatto l’altro giorno, Salvatore, Lorenzo e Francesco davanti alle telecamere della RAI. Una lunga narrazione questa, di banche e prostrazione.

Gli studi umanistici vedono le mie radici culturali e la mia continua gratificazione estetica nella bellezza di ogni forma d’arte. Musica, dipinti, statue ed affreschi dei nostri talenti italiani sono un orgoglio, oltre che un piacere, per una persona come me. Da poco però ho avuto la possibilità di scoprire un’altra forma d’arte, tutta italiana. Un’espressione artistica che mai prima d’ora aveva suscitato in me interesse e acceso la fantasia. Forse perché mi era dapprima ignota. Esiste un’espressione artistica nata nel XX secolo che, come tutte le altre forme d’arte, appaga una parte di noi. L’arte si appropria di intere aree del nostro corpo. Questa tipo di arte fa la stessa cosa: è la robotica industriale. Mentre ascoltavo ho scoperto un’azienda che vent’anni fa aveva già teorizzato, ideato, progettato ed in parte realizzato una fabbrica automatica, una “fabbrica al buio”. La meccatronica, una disciplina dell’arte meccanica che ha permesso e permetterà sempre di più di sollevare dalle fatiche fisiche le persone nei loro luoghi di lavoro; per riscattarle da semplici portatori d’opera ad una più evoluta e gratificante attività di controllo e di gestione dei cicli produttivi industriali.

Questa filosofia produttiva è la teorizzazione dell’arte, appunto, che accennavo prima. Anche qui, e mi scuso se abuso di nuovo questo termine a me caro, questa forma artistica eleva gli uomini dai lavori “usuranti”, per la dignità umana, ad esseri pensanti, a menti istruite e profondamente libere di poter controllare le macchine che faticano per loro.

Il Dott. Mandelli, esponente di terza generazione di questa storica famiglia piacentina, mi ha esposto una relazione (assumendosi tutta la responsabilità delle sue parole) di un’Italia operosa che ha lavorato, che ha contribuito a ridare splendore e credibilità al nostro Paese agli occhi del mondo intero nel dopoguerra.
La Mandelli nasce nel 1932 da una precisa volontà di due fratelli Renato e Mario che, per poter lavorare senza sottostare alle rigide disposizioni fasciste di prendere la tessera del partito per poter essere assunti, decidono di mettersi in proprio aiutati dai quattrini guadagnati dal padre semi-migrante che faceva la spola tra l’Italia e gli Stati Uniti ad inizio secolo scorso. Alla fine degli anni 60, il fondatore Renato decide che era giunto il momento di tramandare l’azienda ai suoi tre figli maschi.

La seconda generazione Mandelli, per crescere ulteriormente, sente la necessità di un’ampliamento; da quì la volontà di quotarsi in Borsa spropriandosi di una parte delle azioni a favore del grande pubblico per racimolare una massa monetaria sufficiente ad acquisire una serie di “officine” terze con tecnologie complementari.

L’iter per potersi quotare in Borsa però passa attraverso alcune lunghe e complesse operazioni, con l’aggiunta di particolari adeguamenti che richiedono un partner finanziario adeguato che ti conduca sul mercato azionario.
La Mandelli intravede nella principale banca italiana dell’epoca la migliore garanzia di successo: la Banca Nazionale del Lavoro. la BNL entra nell’azionariato Mandelli prima della quotazione a Piazza Affari con la strategia finanziaria che, una volta quotata, la famiglia Mandelli e la BNL avrebbero ceduto in proporzione quote di loro proprietà a favore del mercato borsistico. Ottobre 1989. Quotazione ufficiale della Mandelli S.p.A. alla Borsa Valori di Milano. Un successo.

A questo punto la Mandelli investe tutto quello che raccoglie dalla cessione azionaria per acquisire alcune importanti realtà imprenditoriali nazionali. Ma non basta, purtroppo. Il ciclo virtuoso delle commesse ricevute per produrre intere fabbriche automatiche richiede anni di investimenti prima di essere liquidate. E la necessità di crescere non si è conclusa. Ed ecco a questo punto “l’agguato”, entra in campo il deus-ex-machina e cecchino di tutte le criticità: il presidente della BNL stessa. Costui, “suggerisce” un business irrinunciabile, un vero affare! Alcuni suoi parenti stretti hanno investito in aziende metalmeccaniche in tutta Italia creando un gruppo industriale complesso. Ma sono degli incompetenti. Allora chi meglio dei Mandelli potrebbe rinvigorire tali expertise presenti in queste realtà imprenditoriali decotte e mal gestite?

Il presidente della BNL in persona si fa garante di concedere alla Mandelli i prestiti per acquisire le aziende metalmeccaniche dei suoi consanguinei, le “sue”! Precisa anche di non entrare troppo in merito alla cifra da esborsare tanto ai finanziamenti ci avrebbe pensato Lui come presidente di BNL. Qui sta l’errore della famiglia Mandelli: un errore venale e poco etico perché di fatto si prestano a pagare delle “tangenti” all’uomo che dirige la più grande banca italiana, la BNL appunto.

Si erogano i finanziamenti e la Mandelli, facendo shopping di aziende, raggiunge la ragguardevole dimensione di un gruppo multinazionale con migliaia di dipendenti. Arriva il 1992. Il mondo economico e finanziario è in crisi per l’onda lunga degli scenari militari a seguito della Prima Guerra del Golfo. Dappertutto le economie del mondo rallentano. L’industria pesante, core business della Mandelli, si ferma. Nessuno paga e nessuno più investe. La Mandelli è indebitata perché poco prima aveva lanciato la sua strategia ascoltando la sua avidità di crescita e quindi facile preda della trappola tesa dal presidente di BNL. La situazione societaria precipita. In attesa di approvare nuove linee di credito la BNL fa sottoscrivere nel Giugno 1993 le fidejussioni personali ai fratelli Mandelli. I primi finanziamenti arrivano e vanno a coprire gli stipendi arretrati dei dipendenti.

A Dicembre 1993 però la Banca Nazionale del Lavoro dichiara il dietrofront, e immediatamente cerca di escutere le fidejussioni rilasciate dai Mandelli. Per il dispiacere il presidente del gruppo Mandelli muore di crepacuore e lascia i due fratelli superstiti ad affrontare lo tsunami che si stava abbattendo sulle loro vite.

Ma cos’era successo? Perché la BNL gli aveva voltato le spalle? Il Dott. Mandelli mi racconta che ormai i destini dell’Azienda erano legati a doppio filo con quelli del presidente di BNL per le sue vicende personali interne alla banca è costretto a dimettersi. La Mandelli di fatto è stata sacrificata (e con lei la vita ed il futuro di oltre 2200 dipendenti e di centinaia di aziende fornitrici), spiega Mandelli Junior, solo per i problemi alla catena di comando della dirigenza BNL. Fatto sta che la banca si è resa responsabile della distruzione di un patrimonio tecnologico a livello mondiale, la meccatronica.

Da quel tragico 1993 per i Mandelli si sono spalancate le porte dell’inferno. Dai tentativi di escutere le fidejussioni bancarie rilasciate a BNL, alle accuse del Commissario dell’Amministrazione Straordinaria Mandelli, alle torture morali subite, ai tanti processi in cui sono stati sottoposti che hanno punito i titolari Mandelli con l’accusa di aver acquistato aziende non solo malandate ma anche pagandole molto di più del loro valore effettivo. E per questa colpa sono stati giustamente tutti puniti dalla legge, il venditore e gli acquirenti. Ma i Mandelli superstiti sono ancora invischiati in una lotta infinita per dimostrare comunque la bontà sostanziale del loro progetto, il quale se non ci fosse stata la crisi mondiale non avrebbe portato conseguenze ma vantaggi per il loro gruppo.

Difatti vivono costantemente con una Spada di Damocle sulla testa per la causa pendente tra loro e la banca BNL. Perché i Mandelli, dopo aver subito l’aggressione della BNL che chiedeva anzitempo ai garanti di poter escutere le somme prestate, sono passati al contrattacco contro la loro stessa ex banca partner, chiedendo i danni per aver perso tutto. Sono quindi di fatto oltre 20 anni che la famiglia Mandelli lotta contro la BNL per aver ragione del “tradimento” subìto.

Cari lettori, dopo aver ascoltato l’incredibile storia delle vicende Mandelli, mi sono chiesto se è mai possibile che esista in Italia un “ergastolo finanziario” come questo?!? La banca avrà ormai da decenni messo a bilancio le perdite patite (dal racconto emerge che la capiente procedura Mandelli abbia sempre onorato con cospicui riparti i crediti bancari). Nel nostro Paese i delinquenti pericolosi (per intenderci quelli che uccidono) non subiscono mai di fatto le conseguenze di un vero ergastolo perché escono dalle patrie galere dopo soli pochi anni; perchè invece i Mandelli sono condannati a questo ergastolo dal sistema bancario? Eppoi questo carcere a vita deve essere ereditato anche dai figli e nipoti? Inumano!!. Per queste persone è arrivato il momento di un atto di “grazia”.

Sono convinto che abbiano sbagliato ma costoro hanno superato una Guerra Mondiale nonostante ciò non riescono a superare un sistema creditizio ottuso e sordo. A parer mio ora i Mandelli meritano una tregua, un “cessate il fuoco”, un’amnistia, la “scarcerazione” finanziaria, o vogliamo addebitare anche al piccolo Giulio Mandelli (sei anni) gli errori del bisnonno?? A Lei Presidente Abete, il piccolo Giulio chiede un’atto di clemenza.