È sempre lei nelle opere, anche se in passato ha provato a lavorare su altri corpi. Adele Ceraudo ha deciso di disegnare la bellezza e la forza femminile usando il proprio corpo. «Perché nello stesso modo in cui uso la penna bic, mi è venuto spontaneo e naturale utilizzare il mio corpo» ha confidato all’Avanti! l’artista, cosentina di nascita, ma romana di adozione. Nel suo processo di maturazione la tecnica artistica è approdata a una suggestiva fusione tra fotografia, disegno, scansione, stampa e intervento pittorico. Alcune sue opere, immagini-icone della nostra storia dell’arte sono esposte nell’atelier di via della Luce, nel cuore di Trastevere, a Roma.
Ceraudo, sempre lei. Ovunque e comunque.
Sì, sono sempre io. Ho provato a usare altri corpi, ma non viene fuori l’anima. Non mi basta una bella donna. Conosco il mio corpo perché l’ho odiato, amato, ma lui mi ha sempre salvato la vita. Conosco poi la mia storia, sono stata danzatrice, modella, attrice, atleta. Tecnicamente so come torcere il mio corpo, per interpretare, per esempio la Madonna o il Cristo. So cosa tirare fuori dalle mie sensazioni, dalle mie emozioni.
Perché la scelta del corpo come progetto artistico?
Perché son convinta che si tratti del “luogo della memoria delle nostre esperienze” quale architettura spontanea e perfetta, unico strumento in grado di raccontare noi stessi e capace di suggerire emozioni diversificate.
E l’utilizzo della penna bic?
Era quella che usava mio padre per prendere gli appunti. La trovavo in casa, e disegnavo, ancora prima di imparare a scrivere. Mi rifugiavo in questa dimensione del disegno, e mi estraniavo dal resto.
Da dove origina l’idea di riproporre opere del passato?
Dopo aver visto “La meditazione”, opera del Risorgimento di Francesco Hayez, ho deciso di riproporla, usando me stessa. Da lì si è originata l’idea di proporre le opere del passato (Michelangelo, Caravaggio, Leonardo) e dei grandi del Risorgimento. Ho quindi scelto i grandi miti del passato, reinterpretandoli in chiave contemporanea, e soprattutto al femminile.
La mostra si intitola “Le affinità elettive”. Perché il richiamo al romanzo di Wolfgang Goethe?
Perché le affinità elettive sono il passato, il presente. C’è una connessione tra l’inorganico, la pietra, il marmo, il quadro pittorico, l’essere umano. Siamo tutti connessi. E quello che hai fatto nel passato si ripropone nel presente, e ciò che facciamo oggi costurirà il nostro futuro. Tutto si mette a posto secondo le linee che ciascuno di noi indica.
Perché usa fogli/cartoncini non particolarmente grandi?
L’anima può essere contenuta in un quadrato piccolo. E poi la penna bic implica grande concentrazione e passione. La biro non ti perdona, non ti consente di sbagliare. Mi sveglio spesso tra le 3.30 e le 4 per disegnare. Un orario mattiniero perché mi consente di restare collegata con una parte onirica, fondamentale per il mio lavoro. Quando il pomeriggio vedo le cose che ho fatto la mattina, spesso ritrovo una mano forse più brava di me.
Quali i prossimi impegni?
Parteciperò con l’opera “La crocefissione” ad una collettiva, a cura di Vittorio Sgarbi, in programma a Fiuggi dal 10 luglio al 10 agosto.
Silvia Sequi