Cultura

Bernardo Notargiacomo e il sogno di un fratello leggendario

La più recente fatica di Bernardo Notargiacomo potrebbe così sintetizzarsi: un romanzo di formazione centrato su un legame spezzato. Dunque un romanzo sul lutto? Tutt’altro. Il libro esprime, nella mancanza, una proattiva trasformazione. Qui sta l’essenza de Il fratello leggendario (Atlantide, 2026).
Notargiacomo mostra con un compiuto congegno narrativo di disinvolta maestria, la volontà di restituirci il senso di un’energia vitale che trasforma. Giorgio, il fratello leggendario, il piccolo druido delle foreste in grado di invocare i venti per infondere nei suoi giocattoli energia vitale, è lui stesso il legame spezzato e la forza che trasforma chi rimane.

Nel romanzo non c’è lo scandaglio interiore de L’anno del pensiero magico di Joan Didion. Qui il meccanismo onirico è lucido. Se anche rimane il silenzio dei genitori, con la casa che cristallizza il tempo a quando tutto sembrava perfetto, sono i sogni a occhi aperti di Adriano, il protagonista narrante e fratello minore, che mettono in azione impensabili trasformazioni (“mi ero trasformato in un mucchio di cose e personaggi, pur rimanendo sempre me stesso”). Non c’è fuga dalla realtà. Adriano sogna e al tempo stesso conserva il tempo della coscienza, della differenza (“tu sei una persona e io sono un’altra persona”, chiarisce Giorgio). Ciò depura la morte da ogni estetica del lutto.

Se non troviamo l’estetica del lutto, il core del libro è pur sempre la scomparsa di un giovane leggendario. Sottratto a una morte ordinaria (tanto che nessuno ci dice come Giorgio abbia perso la vita, se un incidente o cos’altro), rimane l’aura di un fratello maggiore in tutto: adolescente alle prese con il Libro egiziano dei morti, salvatore di cani e gatti randagi, leader carismatico, appassionato di scienza, sedute spiritiche e canti tribali, “cultore dell’impossibile e collezionista di molteplici forme di antichità”.
Di fronte a un simile prodigio, l’intreccio narrativo non può che prendere la piega del colloquio immaginario. Il romanzo è in fondo un serrato dialogo tra fratelli -onirico sì ma non meno efficace dei poteri di uno sciamano. La mancanza dell’eroe diventa allora in Adriano soprattutto proattività, ossia una coraggiosa, perseverante assunzione di responsabilità nella ricerca del significato della vita -secondo Victor Frankl di Man’s Search for Meaning.

L’autore vuole farci riflettere circa il coraggio del dolore. Di fronte alla morte il celebre muor giovane colui che al cielo non significa rassegnazione ma esercizio del coraggio, quello del saggio spinoziano. Oggi purtroppo viviamo in una società algofobica (Byung-Chul Han), che, avendo perso il coraggio del dolore, in fondo non fa che perpetuare l’uguale, sicché, privati dall’essere toccati dall’altro, viene meno la stessa dialettica intima della vita.

In Il fratello leggendario il dolore appare come essenza della vita. Dopo La stanza del figlio di Moretti o Il bagno di Raymond Carver, il piccolo Adriano ci fa capire che la riuscita è proprio paradossalmente nella ferita, nella sua provvida oggettività (Heidegger). È nel suo perdurare come un negativo vitale, che non si annulla neanche nella finale ‘reincarnazione’ del fratello leggendario. Del resto è proprio la ferita-negativo che nel romanzo apre il protagonista a personaggi positivi come lo psicologo o la fasulla negromante, Lady Roxana, la Signora delle stelle.

Abbiamo accennato e spero che il lettore lo confermi, ad una scrittura lieve, essenziale, forse lontanamente imparentata con lo scarno realismo americano alla Raymond Carver. Notargiacomo non interviene, non commenta, non dispensa formule magico-filosofiche. Se per il Perelà di Palazzeschi, la leggerezza è la “forza che si oppone alle catene del vivere” (Luciano De Maria), qui la scorrevolezza senza volute, senza il simbolico psicoanalitico o la grottesca surrealtà alla Leonora Carrington, è una scelta stilistica come contraltare a un romanzo di visioni, di fantasmi illusori. La scrittura piana, senza sussulti, agnizioni, misteri, enigmi irrisolti, è allora forza che decanta un argomento già di per sé caldo, finzionale, emozionale.

Consiglio questo libro. Dietro la sua grazia, ispirata ad una storia quasi vera, c’è l’invito a che la ferita della vita non degeneri nella paralisi, nell’immobilità, nell’irrazionale. Perché Razionale è la morte, razionale è il mistero della vita. Una razionalità che però mette in gioco il sogno e sensibilità particolari. Come accade ne Il fratello leggendario e precedentemente in La pittura e la pizza, dove un maestro come Pollock soccorre in sogno un artista a corto di ispirazione, e in La memoria degli alberi, in cui il protagonista è in grado di percepire la nenia di una pianta che sta morendo. Tutte scritture che ora ci rendono chiaro l’antico esergo giapponese in calce al libro, tratto dal Man’yōshū della tradizione waka:

«verrò da te stanotte /non chiudere la porta al sogno»

Gabriele Bevilacqua Paciotti