Politica

Bertinotti e La sinistra che non c’è

  • L'analisi di Bertinotti contenuta nel volume d'esordio di questa stagione di dibattiti tocca corde indubbiamente reali. È innegabile che lo slittamento dei partiti progressisti verso un'agenda tecnocratica e strettamente liberale abbia lasciato orfano il "popolo dei lavoratori". Tuttavia, la ricetta proposta dall'autore, un ritorno ad una contrapposizione frontale e ad una riscoperta della radicalità pura, rischia di confermare i limiti storici della sinistra radicale italiana.

Il vicolo cieco dell’ortodossia ed il bisogno di un socialismo umanista ed adogmatico

L’ultimo libro di Fausto Bertinotti, dal titolo La sinistra che non c’è, rappresenta una lucida e spietata radiografia del declino della sinistra italiana ed europea. L’ex presidente della Camera e leader storico di Rifondazione Comunista traccia la parabola di quella che definisce la fine della sinistra storica. Nella sua analisi, i partiti progressisti odierni hanno fallito perché si sono trasformati in forze prettamente liberali, accettando acriticamente le regole del sistema capitalista dopo la crisi del movimento operaio e smarrendo così la propria identità socialista ed anticapitalista.
Nelle pagine del volume, Bertinotti esprime un netto rifiuto del riformismo moderato: secondo l’autore non esiste più alcuno spazio per la socialdemocrazia o per il compromesso sociale. La tesi è perentoria: una vera forza progressista può rinascere unicamente su un terreno radicale e di conflitto sociale, tornando alle radici e ponendosi in aperta contrapposizione al “governo dei mercati” per difendere i lavoratori. A questo si aggiunge una dura critica al distacco dal popolo operato dalle attuali classi dirigenti, accusate di un atteggiamento saccente e distante che allontana la popolazione e svuota la democrazia di partecipazione reale.

La nostalgia del conflitto e il rischio dell’isolamento

L’analisi di Bertinotti tocca corde indubbiamente reali quando fotografa la distanza tra le élite progressiste e i bisogni delle periferie sociali. Tuttavia, la sua ricetta — l’idea che la sinistra possa esistere solo come forza di rottura anticapitalista — rischia di confermare i limiti storici ed ideologici della sinistra radicale.
Il rifiuto a priori di ogni spazio per la socialdemocrazia appare come una rinuncia alla concretezza. La feticizzazione del conflitto fine a se stesso e la ricerca della purezza ideologica hanno spesso condannato le forze radicali all’isolamento elettorale e all’inconsistenza politica. Smontare il compromesso sociale moderato significa, alla prova dei fatti, privare i lavoratori di uno strumento immediato di tutela, trasformando la politica in una testimonianza identitaria affascinante nei saggi, ma inefficace nella realtà.

Per un socialismo umanista e riformista: l’alternativa concreta

Se la sinistra istituzionale ha fallito per eccesso di conformismo ai mercati, la risposta non può essere il ritorno ai massimalismi novecenteschi. La via d’uscita risiede nella costruzione di una socialdemocrazia moderna fondata su un socialismo umanista e riformista.
Un socialismo gradualista che metta al centro la persona e la dignità del lavoro non ha bisogno di inseguire utopie rivoluzionarie per incidere sulla realtà. La storia delle grandi democrazie europee dimostra che il benessere collettivo e la difesa dei subalterni si costruiscono attraverso riforme strutturali e pragmatiche, capaci di governare il capitalismo anziché subirlo o limitarsi a contestarlo:
    • Forte welfare universale: Sanità, scuola e previdenza sottratte alla logica del profitto e rimesse al centro dell’agenda pubblica.
    • Umanesimo politico: Una visione che utilizzi lo sviluppo tecnologico e la transizione ecologica per liberare tempo e migliorare la qualità della vita dei cittadini, superando l’economicismo.
    • Partecipazione democratica reale: Rispondere al “distacco dal popolo” non con la demagogia, ma ricostruendo corpi intermedi e canali di ascolto che ridiano voce ai lavoratori nelle sedi istituzionali.

In conclusione, il libro di Bertinotti ha il grande merito di denunciare l’appiattimento liberale della sinistra di governo. Ma la soluzione al distacco dal popolo non è l’arroccamento radicale; è una sinistra che sappia abitare le istituzioni, riformista nei metodi, democratica nella prassi e profondamente umanista negli obiettivi.