Esattamente trent’anni fa moriva un uomo: era il 30 aprile del 1982 e sotto i colpi di proiettili sparati nella sua Palermo il segretario regionale del Partito Comunista veniva ucciso in mezzo alla strada. Ai suoi funerali si contarono circa centomila persone: un fiume di gente scese in piazza per portare il suo saluto a chi, pur potendo rimanere a fare politica nella tranquillità di Roma, scelse di tornare a sporcarsi le mani in una città irrimediabilmente compromessa con la Mafia. Chi aveva parlato con lui, sapendo del suo atteggiamento proprio nei confronti della criminalità organizzata, gli aveva fortemente sconsigliato di rientrare a fare politica in Sicilia, ma lui niente.
Aveva perfino in parte profetizzato la sua morte. Era assolutamente consapevole di quello a cui andava incontro con una scelta del genere, ma era convinto che il suo lavoro avrebbe assunto un profilo più concreto solo se fosse tornato a combattere quella criminalità mafiosa dal suo interno. Un soldato che non aveva colonnelli a cui rispondere, se non il limite di non riuscire a togliersi dal campo di battaglia. A chi ricorda le immagine trasmesse dai tg dell’epoca, gli viene in mente il suo corpo insanguinato dentro la macchina con la gamba fuori del finestrino, quasi volesse rispondere ai colpi di pistola con la forza di un calcio. Un’immagine emblematica, a mio pensare, della convinzione di quell’uomo e di come credeva di poter condurre quella personalissima guerra.
Un uomo solo, con risorse limitate ma con una forza indomita, contro uomini organizzati con una forza individuale inesistente. Ricordo le parole di una delle ultime dichiarazioni che rilasciò, proprio perché ad intervistarlo fu mio padre, e perché solo poche sere fa nel volerlo ricordare un programma televisivo ha ripreso quell’inchiesta. Ammetto quindi che la mia partecipazione all’anniversario della sua morte possa in qualche modo essere contaminata da questa mia attitudine familiare, se non genetica, a rivolgere particolare attenzione alle uccisioni per mafia.
Ma devo ammettere anche che la data di oggi mi torna addosso con ancora più rabbia dopo aver sentito un “uomo”, un comico ormai di bassa lega come Beppe Grillo che sabato scorso, nella Palermo delle uccisioni di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Peppino Impastato, Antonio “Ninni” Cassarà, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha pronunciato le seguenti parole: “La mafia non ha mai strangolato il proprio cliente, prende il pizzo; qui siamo nella mafia che ha preso un’altra dimensione: strangola la propria vittima”. Il paragone di Grillo è tra la mafia e la crisi, o la mafia e il governo tecnico, o la mafia e i politici. Poco importa quale dovesse essere la metafora, e lungi da me non comprendere quanto volesse essere l’ennesima provocazione di un uomo, di un mondo mediatico che ormai deve alzare sempre più il tiro per suscitare scalpore, per avere l’attenzione necessaria – come in questo caso – per supportare il proprio candidato. Ma devono esistere dei limiti.
Persino in un paese come il nostro, ormai privo per lo più di qualsiasi fiducia nei confronti delle istituzioni in quanto tali, di punti di riferimento reali e di speranza nel futuro, deve esistere quanto meno il rispetto per tutti coloro hanno lasciato la propria vita in mezzo ad una strada, dentro ad una macchina, con il capo perso all’indietro e il corpo pieno di sangue. Se non vogliamo farlo per il buonsenso, se non vogliamo preoccuparci delle giovani generazioni, se si vuole dimenticare gli errori del passato, a loro, e solo a loro, portiamo rispetto. Adesso è arrivato il momento per chi sbaglia, per chi ha avuto uscite infelici come questa di chiedere scusa. In Italia si deve ritrovare l’umiltà di saper dire di aver sbagliato. Quindi, Beppe Grillo devi chiedere scusa. Lo devi fare per portare rispetto a tutte quelle vittime che hanno combattuto veramente, e non a suon di blog come fai te. Ma mettendoci veramente la faccia. E oggi, 30 aprile 2012, ricordiamo e commemoriamo con onore chi scelse la via più difficile, quella della convinzione politica per portare legalità lì dove regnava il sopruso. A lui va il mio personale pensiero oggi. A Pio La Torre.
Giampiero Marrazzo