Paco Cianci

Chinaski e il pettirosso

 

Su un bieco tavolo di legno, sotto questo grezzo ombrellone. 

Dura poco la mia birra ghiacciata. 

Leggo Chinaski. Ogni pomeriggio qui, sotto un rovente sole. 

Poi come sempre arriva lui, 

poco più grande di un pettirosso. 

Poggiandosi sullo schienale della sedia di fronte 

comincia a cantare una strana canzone, 

fissandomi. 

Non c’è nessuno per chilometri. 

Il ghiaccio dove riscaldo le birre timidamente si ritrae 

fin quando mi tocca bere caldo. 

Stiamo alcuni minuti in silenzio, 

io almeno. 

Muove freneticamente la testa a destra e a sinistra 

con impulsi nevrotici. 

Inveisce contro di me, 

non un canto piacevole, 

quasi una sgridata petulante, 

assordante, 

l’unico rumore nell’arco di miglia. 

Non si sposta. 

Sembra cerchi compagnia, 

o messaggero di un brutto presagio. 

Gli ho tirato la bottiglia vuota, 

giusto sul cicciotto collo. 

Rimbalzando sul poggiabraccia è finito stecchito sotto il tavolo. 

Da quel giorno ho cominciato a leggere in pace.