Cronaca

Ciao, sono il ceto medio e voglio tornare a pagare il bollo (e anche la tassa sulla casa)

Diciamoci la verità, quando sentiamo parlare di nuove tasse, la prima reazione è quasi sempre la stessa: «Ma non ne paghiamo già abbastanza?». È comprensibile. Siamo tutti alle prese con bollette, mutui, spese per i figli, benzina, supermercato. E quando arriva una nuova tassa, o torna una tassa che avevamo dimenticato, viene spontaneo pensare che quei soldi sarebbe meglio tenerli in tasca.

Io, invece, voglio provare a ragionare al contrario.
Sono un cittadino di ceto medio e voglio sia tornare a pagare la tassa sulla prima casa che continuare a pagare il bollo dell’auto. Non perché mi piaccia pagare le tasse, sia chiaro. Ma perché vorrei capire che cosa ricevo in cambio di quei soldi.

Prendiamo alcune situazioni molto comuni.
Una giovane coppia appena sposata, casa di proprietà di 100 metri quadrati, mutuo ancora da pagare, due stipendi da 1.600 euro netti al mese e due automobili di piccola cilindrata.
Oppure una coppia con figli ormai grandi, 40 mila euro di reddito annuo, casa di proprietà e due automobili.

Oppure una persona sola che vive nella casa ereditata dai genitori, guadagna 2.100 euro al mese. Ha una macchina e una moto.
Oppure una famiglia con due bambini piccoli, due stipendi e 50 mila euro di reddito familiare. Possiede una casa e due automobili.
Oppure ancora due pensionati, casa ereditata, figli che vivono altrove, una pensione di 1.500 euro e una di 950 euro e un’utilitaria.
Sono tutti ricchi? Francamente no, non mi sembra. Sono famiglie e persone che appartengono a quel grande pezzo di società che chiamiamo ceto medio. Persone che lavorano, pagano un mutuo o hanno ereditato la casa dei genitori, mantengono una macchina, magari due, mandano i figli a scuola e cercano semplicemente di arrivare alla fine del mese senza troppi problemi.

E allora provo a fare un ragionamento molto semplice. Se io pago qualche centinaio di euro in più di tasse, ma in cambio trovo un servizio sanitario pubblico che mi permette di fare una visita in tempi ragionevoli, forse quei soldi non sono buttati.
Faccio un esempio concreto. Per il bollo della mia automobile spendo 195 euro all’anno. L’ultima visita medica che ho dovuto fare privatamente, perché per quella pubblica avrei dovuto aspettare otto mesi, mi è costata 210 euro. (ovvero 15 euro in più del bollo non pagato) In pratica, ho risparmiato il bollo ma ho dovuto pagare quasi la stessa cifra per poter fare una visita quando mi serviva. È davvero questo il risparmio che vogliamo?

Lo stesso discorso vale per le famiglie con bambini. Se pago qualche tassa in più ma trovo un posto al nido, magari risparmio centinaia di euro di babysitter. Se i trasporti scolastici funzionano e costano meno, un’altra parte del mio reddito rimane in tasca. Se la scuola pubblica offre servizi migliori, non devo cercare continuamente soluzioni private.

Insomma, forse la domanda giusta non è soltanto «Quanto mi costa una tassa», bensì «Quanto mi costa non avere quel servizio». Perché, alla fine, il conto arriva comunque solo che, invece di pagarlo attraverso le tasse, lo paghiamo direttamente: dal medico privato, con la babysitter, con il trasporto, con una prestazione che dobbiamo acquistare perché quella pubblica non è disponibile o non è abbastanza efficiente.
E qui arriviamo anche alla casa.

Oggi la prima casa, salvo le abitazioni di lusso delle categorie catastali previste dalla legge, è esente dall’IMU. Il problema è che il sistema catastale non sempre fotografa il valore reale degli immobili. Conta la categoria catastale, non semplicemente quanto vale una casa sul mercato. Così può capitare che una famiglia proprietaria di una normale abitazione paghi poco o nulla, mentre un immobile di grandissimo valore, se inserito in una determinata categoria catastale, possa beneficiare dello stesso principio di esenzione. (ricordiamo che la destra si è sempre opposta al riordino delle tabelle catastali)
È giusto? Forse sarebbe il caso di discuterne senza slogan. Perché io non ho nessun problema a pagare le tasse se il principio è quello di chiedere un contributo proporzionato alle possibilità di ciascuno e utilizzare quelle risorse per garantire servizi migliori a tutti. Quello che mi dà fastidio è pagare poco allo Stato e poi pagare moltissimo di tasca mia per ottenere ciò che lo Stato non riesce a garantire.

Alla fine, quindi, io ceto medio lo dico senza vergogna: voglio tornare a pagare le tasse sulla prima casa e voglio continuare a pagare il bollo dell’auto. Non perché voglio essere punito dal fisco ma perché voglio essere un cittadino che paga e riceve.
Vorrei che quei soldi servissero a finanziare meglio la sanità, la scuola, gli asili nido, i trasporti e i servizi pubblici. Perché cento o duecento euro lasciati in più nel portafoglio possono far comodo. Ma se per ottenere una visita devo spenderne 210, se per mandare mio figlio al nido devo pagare una babysitter, se per accompagnarlo a scuola devo usare necessariamente l’auto, allora quel piccolo risparmio fiscale rischia di diventare soltanto un’illusione.

Preferisco pagare qualcosa in più allo Stato e avere servizi che mi facciano spendere meno nella vita di tutti i giorni. Questa, per me, è una questione che coinvolge profondamente i valori della sinistra: voglio pagare il giusto e voglio che, in cambio, lo Stato faccia la sua parte.
Io sono ceto medio. E non voglio più soltanto meno tasse.

Emidio Luzi
Segretario PSI di Ascoli Piceno