C’è un paradosso storico che la redazione e i lettori dell’Avanti! hanno il dovere stringente di scardinare: l’idea che la libertà appartenga in via esclusiva al campo liberale e conservatore. Per decenni la destra economica ha sventolato la bandiera delle “libere scelte”, riducendola a un confronto ideologico contro ogni intervento collettivo, sistematicamente bollato come “oppressione statale”.
Ma guardando alle piaghe della precarietà odierna, emerge una verità che per noi socialisti rappresenta un pilastro fondante: la libertà formale, priva di supporti materiali, è solo un guscio vuoto che perpetua le disuguaglianze di partenza.
Che valore reale ha la libertà di espressione o di voto per chi è intrappolato nella morsa del bisogno e del ricatto occupazionale? Che senso ha parlare di pari opportunità se l’accesso alla sanità o a un’istruzione d’eccellenza dipende in via esclusiva dal censo? Nel capitalismo contemporaneo, l’assolutizzazione del mercato ha generato nuove, feroci forme di subordinazione.
Il lavoratore atomizzato e precario non è affatto libero; è un soggetto ricattabile, costretto a sacrificare i propri diritti sull’altare della sopravvivenza quotidiana. La nostra tradizione riformista e autonomista ci insegna l’esatto contrario: il socialismo non è la negazione della libertà, ma il suo unico adempimento reale. Come scriveva Carlo Rosselli nel suo fondamentale Socialismo Liberale, l’emancipazione della classe lavoratrice serve a universalizzare la libertà, rendendola patrimonio di tutti e non privilegio di pochi. Rosselli non proponeva un socialismo statalista o burocratico, ma riforme strutturali capaci di portare la democrazia nei luoghi di produzione, sottraendo i beni comuni alla logica del profitto e dello sfruttamento.
Oggi, però, la sfida si sposta su terreni ancora più complessi, spingendoci a guardare “oltre la quarta dimensione“. In fisica e in filosofia, il tempo è la coordinata che scorre inesorabile in una sola direzione, e per un secolo la politica ha ragionato lungo questa linea: una sequenza lineare di progressi, conquiste contrattuali e riforme. Ma il capitalismo estrattivo e digitale ha operato una vera e propria curvatura dello spazio-tempo sociale. Geometrie multidimensionali e non euclidee regolano oggi i mercati finanziari, dove gli algoritmi dell’alta frequenza operano in frazioni di secondo impercettibili all’uomo, ipotecando le nostre vite prima ancora che il presente si compia. Andare oltre la quarta dimensione significa comprendere che lo sfruttamento non avviene più solo nello spazio della fabbrica e nel tempo del turno lavorativo.
Attraverso l’algoritmo, il capitale colonizza il futuro intero, predicendo i nostri comportamenti, saturando l’immaginario e distruggendo la stessa capacità umana di desiderare un’alternativa. La politica non può più limitarsi a inseguire il tempo del capitale; deve spezzare questa gabbia cronologica, rivendicando il diritto all’imprevedibilità, all’emancipazione e all’autodeterminazione esistenziale. Dobbiamo pretendere il controllo pubblico e democratico dei nuovi pilastri immateriali che reggono questa struttura: la gestione dei dati, i flussi di informazione, le infrastrutture digitali e l’intelligenza artificiale, accanto a sanità e scuola.
Dalle colonne del nostro storico giornale dobbiamo ribadirlo con forza: non c’è vera libertà senza giustizia sociale, e non c’è giustizia sociale che non sappia governare le forze immateriali della modernità. Solo abbattendo le barriere invisibili ma opprimenti di questa nuova dimensione potremo costruire una società in cui ogni cittadino sia, finalmente e davvero, padrone del proprio destino. Avanti!
Raffaele Amendola