Correva l’anno 1953 e l’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi con la Legge n. 148 del 31/03/1953, volle fortemente imporre la riforma della legge elettorale, modificando la legge del 1946. Le opposizioni del tempo bollarono immediatamente il provvedimento come “Legge Truffa” sostenendo che alterasse la rappresentanza democratica e rubasse la volontà popolare. Vediamo cos’era e come funzionava.
- Il premio di maggioranza: La norma modificava il sistema proporzionale introducendo un consistente premio di stabilità.
- La soglia del 50% + 1: La coalizione di liste che avesse superato il 50% dei voti validi avrebbe ottenuto automaticamente il 64,4% dei seggi alla Camera dei Deputati (380 su un totale di 590).
- L’obbiettivo: Nelle intenzioni di De Gasperi e della Democrazia Cristiana, la legge serviva a garantire governi stabili e a bloccare la frammentazione politica, arginando sia l’avanzata delle sinistre (PCI e PSI) sia la spinta della destra (MSI e monarchici).
- Il braccio di ferro in parlamento: La discussione fu accesissima, segnata da forti tensioni, ostruzionismo, con l’approvazione a colpi di fiducia posta dal governo.
Le elezioni politiche ci furono il 7 Giugno 1953, esattamente due mesi dopo l’approvazione della legge. La coalizione centrista guidata dalla DC si fermò al 49,8% dei voti validi, mancando il quorum del 50% + 1 per una manciata di voti (circa 57.000 preferenze).
Non essendo scattato il premio di maggioranza, i seggi furono assegnati con il normale sistema proporzionale. A causa del fallimento politico e delle fortissime pressioni, la legge fu formalmente abrogata l’anno successivo.
Mettendo a confronto la legge elettorale che oggi il governo Meloni vuole approvare, ci accorgiamo subito, a colpo d’occhio, senza entrare nel merito, che si tratta di un vero e proprio colpo di stato.
Mentre allora tutti cittadini di tutti i partiti potevano accedere all’espressione del libero voto e solo dopo il libero voto scattava il premio di maggioranza.
Oggi con la riforma della legge elettorale del governo Meloni i cittadini non avranno nemmeno più l’accesso al voto. Infatti, si impone ai partiti di raccogliere 6.000 firme per ogni collegio per poter presentare la lista. Se, come si prevede, saranno circa 63 i collegi in tutto il paese, basta fare il calcolo e capire che un piccolo partito che oggi non è presente in parlamento, debba raccogliere ben 378.000 firme per poter accedere alla consultazione elettorale. Se a questi viene negata anche la raccolta della firma digitale, capiamo subito che non sono regole per garantire la partecipazione, ma ostacoli per limitarla. E quando al popolo viene negata la partecipazione al diritto di voto, si chiama colpo di stato.

Ettore Della Valle