Cultura

Dalla Scozia alla Libia. I viaggi di Lightgow in Sicilia

Un nuovo libro dedicato alla regione della trinacria dal titolo “La Sicilia prima del Grand Tour. Cronache di viaggiatori inglesi e scozzesi tra Cinquecento e Seicento” per la storica casa editrice romana Carocci. L’autore, Alessandro Abbate, è un ricercatore storico siciliano, che collabora con l’Università di Messina, già autore di “Taormina. Demografia, economia e società di una comunità demaniale siciliana”, pubblicato dalla casa editrice calabrese Rubettino nel 2023. Come nota la storica siciliana Lina Scalisi, dell’Università di Catania, si tratta di un tema classico del viaggio in Sicilia spostando l’attenzione, e in questo consta l’originalità del suo studio, dal mainstream del pieno sviluppo del tradizionale Grand Tour ai secoli immediatamente precedenti a quella comunemente nota come Età dei lumi. Si tratta di un volume che, come scrive Scalisi, offre “spunti rilevanti al nostro presente, per i quali il confronto interculturale, il dominio dei modelli sociali, la delocalizzazione degli archetipi culturali sono di assoluta attualità”. Per la verità gli storici siciliani hanno un vantaggio sul tema dei viaggi, è un tema di antica tradizione, più sviluppato nell’Isola che nelle altre regioni d’Italia, e con il quale le penne dell’umanistica siciliana si esercitano nel susseguirsi delle generazioni di studiosi.
È interessante percorrere le pagine del libro di attraverso le parole di uno dei viaggiatori rievocati dall’autore: lo scozzese William Lightgow. Nato da una famiglia di mercanti a Lanark nel 1582, abbandona la città dove aveva avuto una relazione contrastata con una ragazza locale, visita la Svizzera e la Boemia, nel 1609 è a Parigi, l’anno seguente a Roma, dove sfugge alla terribile inquisizione romana trovando rifugio dal nobile irlandese Hugh O’Neill, conte di Tyrone. Attraverso Ancona si dirige a Venezia, raggiunge Costantinopoli, e si reca a Gerusalemme città dove giunge nel 1612, da lì il 12 maggio è in Egitto dove ammira le tracce della civiltà dei faraoni: le piramidi e la Sfinge, per poi reimbarcarsi verso Malta e successivamente in Italia meridionale dove visita Siracusa, Catania e Napoli. È poi nuovamente a Roma, si sposta nell’odierna toscana: Siena, Firenze, Pisa e successivamente le città dell’area settentrionale della penisola italiana: Milano e Torino. Prosegue verso la Provenza, poi la Catalogna: visita Barcellona, si sposta a Parigi e rientra nelle terre d’Oltremanica. Seguono altri due viaggi.
Nel secondo viaggio scrive di aver ricevuto ospitalità nella tenda di Ambrogio Spinola Doria, attraversa le terre elvetiche e giunge di nuovo nella Penisola italiana, dove si dirige a Napoli, dal porto partenopeo si imbarca per Messina, visita Trapani e da Terranova, attuale Gela, si dirige a Malta, da lì va a Tunisi dove incontra il convertito inglese John Ward “fattosi turco”, si sposa ad Algeri e infine nella multiculturale Fès. Si reca dunque a Tunisi e si mette sulla via del ritorno, passa nuovamente da Malta e dalla Sicilia, dove fa una seconda escursione sull’Etna, prosegue verso Napoli, passa da Venezia e da Pola, florida città dell’attuale Crazia, si dirige a Vienna, percorre le terre unite dal Danubio, sino in Ungheria, è poi in Valacchia, Transilvania e Moldavia, dove viene derubato e legato ad un albero, liberato da un nobile locale, si dirige in Polonia, passa dal Baltico e soggiorna in Svezia.
Nel terzo viaggio, dove intendeva giungere sino in Etiopia, soggiorna a Dublino, in Irlanda, per 6 mesi, si imbarca per la Bretagna, visita varie città della penisola iberica. In Andalusia viene arrestato e torturato come spia e liberato per intervento del console inglese. Il suo braccio fu leso dalle torture, (che ben descrive nel suo libro), Rientra in Inghilterra dove aggredisce l’ambasciatore spagnolo. Arrestato viene poi liberato con il pagamento di 200 sterline. Intraprende un quarto viaggio nel 1637 e muore dopo il 1645.
“The garden of Italy” è la Sicilia per lo scozzese William Lithgow che agli inizi del Seicento visita l’isola per ben 3 volte. La religiosità locale non sembra influenzarlo ed emergono i tratti polemici e razionalistici che germogliano già nel pensiero dello scozzese: considera il culto mariano dei locali come idolatrica superstizione mista ad assurde menzogne. Osserva con attenzione la struttura istituzionale siciliana e del suo Parlamento “è composto da rami, che loro chiamano i bracci del Regno: il primo è costituito dai prelati e dal clero inferiore, ed è denominato braccio ecclesiastico; il secondo dai baroni, che è chiamato braccio militare; e il terzo dagli amministratori delle città e dei paesi, conosciuto come braccio signorile”. Abbate intuisce quanto l’autonomia del Parlamento della Sicilia, nei confronti di Napoli, sia potenzialmente funzionale alla causa scozzese oppressa dalle tendenze assolutistiche della corte inglese. “Il Parlamento di Sicilia ha un’autorità straordinariamente estesa; al punto che il viceré, senza il consenso generale, non può ottenere libero donativo (come viene chiamato), né imporre alcuna misura straordinaria, né ordinare qualsivoglia revisione”.
Politicamente scaltro, lo scozzese calvinista nutre una certa ammirazione per il viceré cattolico spagnolo, Pedro Téllez-Girón, duca di Osuna, ostile al potente ed influente ordine della Compagnia di Gesù e agli inquisitori, che considera “un bene odioso alla Cristianità, e tutti insieme la peste degli Stati e della Chiesa”. Un’ostilità sovrastrutturale mossa per la verità da una conflittualità di struttura fiscale ed economica. Ricorrono nelle pagine scritte da Abbate le osservazioni dei viaggiatori, a tratti anticipatori della moderna antropologia culturale. Non manca l’occhio sulle strutture militari da parte di Lightgow: Messina è considerata inespugnabile, con tre castelli “invincibili” e “vari bastioni lungo le mura della città che fungono da fortificazioni offensive e difensive”, del porto di Palermo annota dieci galee spagnole ormeggiate, pronte all’occorrenza bellica.

Nella seconda visita all’Etna scrive:
It was heere in this upmost Fornace, that Empedocles the Philosopher cast himselfe in, to be repuded for a god.
• Deus immortalis haberi
Dum cupit Empedocles, ardentem fervidus Aetnam
Insiluit-
To be a god, this curious Wretch desires
And casts himselfe in the fierce Aetnean fires.
Il libro è un rilevante contributo alla storia della Sicilia e una buona lettura per chi si interessa alla storia dell’Italia meridionale, senza chiusure identitarie. Tornando a William Lightgow, questi aveva uno spirito colto e poetico, ma ciò esula dal libro. Sul deserto libico scriveva:
Ah! Sightlesse desarts! Fil’d with barren Sands!
And parched plaines; where huge and hilly lands
Have stone-fac’d scurrile bounds: O monstrous feare!
What destiny, drove my cross’d Fortune here?

Un deserto terribile, che è negli occhi dei migranti che lo attraversano e se i versi di Lightgow sono quelli di un sereno viaggiatore, quali sarebbero le parole di un coevo migrante?
Infine, l’aspetto linguistico, che sovverte l’immutabilità dell’identità, i versi sono composti da uno scozzese in un inglese diverso da quello attuale, e che aveva anche una fonetica diversa da quella alla quale siamo abituati, perché, come sappiamo, ogni lingua, come ogni identità, è sempre in costante evoluzione.

 

Benedetto Ligorio

Ph.D. Post Doc, Discipline expertise, Storia Moderna, Sapienza Università di Roma