Šostakovič, tra i più celebri figli di San Pietroburgo, dedicò a Nina Varzar, la sua prima moglie, una composizione di straordinaria raffinatezza culturale: le “Sei Romanze su testi di poeti giapponesi”, composte nel 1928.
L’opera è una reinterpretazione musicale delle poesie brevi tipiche del genere “waka”, tratte dalla miscellanea “Yaponskaya lirika” pubblicata a San Pietroburgo nel 1912 che Šostakovič aveva letto e reinterpretato insieme e che conteneva anche alcuni dei versi del principe nipponico Ōtsu – suicidatosi, o costretto al gesto estremo all’età di 23 anni nel 686. Questa stessa antologia aveva influenzato precedentemente anche il grande compositore russo naturalizzato statunitense Igor’ Stravinskij, che ne estrasse la raccolta “Trois poésies de la lyrique japonaise” (composta tra il 1912 e il 1913, dedicate a Maurice Delage, Florent Schmitt e Maurice Ravel e trasposte in francese da Delage).
Il componimento è una raffinata riflessione creativa sull’amore che rivela il carattere colto e cosmopolita del compositore. Un’opera che non si prestava alla retorica, spesso tanto ostentata quanto falsa, dell’ortodossia ideologica, e tantomeno alle eterodossie, configurandosi piuttosto come un autentico atto creativo generato entro le forme espressive proprie del socialismo colto, in cui la raffinatezza timbrica si intreccia a un laico cosmopolitismo.
Šostakovič adattò alla musica i versi del poeta giapponese “prima di commettere suicidio”
«Tristemente cadono le foglie. / Una fitta nebbia copre lo stagno. / Le oche selvatiche gridano spaventate / sul lago, il sacro Iware. / Sogni cupi volteggiano sulla mia testa, / il cuore è pesante. / Tra un anno, quando risuonerà di nuovo il grido delle oche, / io non le udrò più».
E nella poesia giapponese “uno sguardo indiscreto”:
«Il tronco ondeggiante / di un salice verde e slanciato / è apparso allo scoperto / quando il vento leggero / ne ha scostato i rami. E oggi, oh mia gioia, / ho intravisto le tue gambe, / quando il tuo abito leggero/ è stato smosso dal vento».
Šostakovič omaggiò Dante attraverso le poesie del pittore e scultore rinascimentale Michelangelo Buonarroti, tradotte dal poeta e critico moscovita Abram Markovič Efros, intellettuale di raffinata formazione ebraica, legato alle correnti delle avanguardie russe e di idee socialiste. Sarebbe sufficiente il VI movimento “Dante” per comprendere la genialità e l’interculturalismo del compositore russo-sovietico, tanto più perché questa composizione era il frutto di un’autentica riflessione individuale sul lavoratore della cultura, sulla soggettività e sull’espressione di opposizione alla corruzione e alla prepotenza degli ufficiali dell’apparato culturale.
Nelle “Quattro romanze su poesie di Puškin” (1936-1937) si sublima il desiderio di giustizia e rivincita di Šostakovič contro i mediocri e presuntuosi esponenti dell’establishment culturale censori del pensiero non allineato. In “Rinascita”, la prima delle quattro romanze su poesie di Puškin, il mediocre artista frustrato che rovina con il suo inchiostro nero l’opera di un genio, viene sconfitto dalla scomparsa dell’inchiostro e dal riemergere del capolavoro. Metafora metastorica del tentativo di censura dell’innovazione e del pensiero critico che si cela spesso dietro il bieco establishment, e ne nascose alcune note nella Sinfonia n. 5 che in apparenza era il riallineamento all’establishment.
Šostakovič si prendeva gioco dell’establishment sotto gli occhi e le orecchie di chi sapeva ascoltare. C’era ovviamente una componente frustrata che percependo il gioco criptico di Šostakovič, tentò costantemente di censurarlo, condannarlo, emarginarlo, si veda il processo dai toni inquisitoriali contro di lui sulla “Pravda” del 1936, con il quale l’establishment realista avrebbe voluto metterlo all’indice. Così come lungi dalle parodie di rappresentazione stereotipata e caricaturale della struttura culturale socialista, tra i funzionari più colti del sistema sovietico c’era anche chi sapeva cogliere perfettamente le citazioni e i sistemi criptici a livelli multipli di conoscenza e sceglieva di non ostacolare e anzi di avallare il genio creativo del compositore.
Particolare è l’attenzione al mondo ebraico da parte di Šostakovič, che ne conosceva la cultura tradizionale più profonda — grazie agli studi dell’etnomusicologo Moisei Beregovsky e alle pubblicazioni di Yekhezkel Dobrushin e Avrom Yuditsky — e avvertiva la tragicità degli stermini racchiusi nell’unicità della Shoah. Quest’ultima si delinea come un avvenimento peculiare nel macro-insieme dei genocidi che segnano la storia europea e internazionale. Le poesie in yiddish – la lingua quotidiana degli ebrei dell’Europa orientale, che aveva conquistato nella prima metà del ‘900 nuovi spazi di stampa ed editoria – vengono tradotte in russo dagli studiosi e da questi testi trasposte in musica nella composizione “Dalla poesia popolare ebraica” del 1948.
In quegli anni l’ottusità paranoide e nazionalista dello stalinismo riemergeva nella persecuzione e soppressione della rigidamente socialista e laica organizzazione del Comitato Ebraico Antifascista dell’Unione Sovietica (JAC).
La lirica ebraica evidenzia la straziante condizione di vita sotto il regime zarista e il peso dell’oppressione economica. Ne è un esempio la poesia “Ninna nanna”:
«Mentre ti coccola nella culla, tua madre piange. / Comprenderai più tardi perché lei soffre. / Tuo padre è nella lontana Siberia / mentre io vivo in miseria. / Dormi però, il meglio possibile, almeno tu».
Il tema della povertà estrema degli ebrei ritorna con forza nel “Canto sulla miseria”, che mette in luce la dura condizione materiale delle minoranze etniche in contesti oppressivi:
«La capra mangia la paglia del tetto, ahimè! La culla è nel granaio, / nella culla un ragno tesse la rete della mia sfortuna. / Succhia via tutta la mia felicità, e non mi lascia altro che la miseria».
Analogamente, dalla poesia “Inverno”:
«La mia Sheydl è costretta a letto, / e con lei, pure malato, il nostro figlioletto. / Non c’è neanche un pezzo di legno per scaldare la gelida capanna, / mentre fuori, attorno alle mura, urla il vento. Ah!».
La raccolta avrebbe dovuto concludersi così, con la rappresentazione cruda e veritiera della miseria invernale degli ebrei russi, come gran parte degli altri ebrei europei (Čechov a suo tempo ne aveva descritto la condizione di miseria e talento nel racconto “il violino”); tuttavia, il sistema culturale staliniano non ammetteva una conclusione tragica per una minoranza oppressa: l’arte doveva essere funzionale alla retorica della felicità del popolo e del riscatto sociale, l’epilogo doveva necessariamente rispondere alle logiche positivistiche. Dunque Šostakovič aggiunse tre brani: “Una bella vita” per tenore solo, “Il canto della fanciulla” per soprano solo, e “Felicità” per soprano e tenore. La frattura estetica e semantica è evidente: il cupo clima di povertà viene ribaltato a favore di temi del positivismo socialista, come il lavoro nel kolchoz e il riscatto sociale.
Dalla poesia “Una bella vita”:
«Dei vasti campi, miei cari amici, / non ho più cantato per questi lunghi anni neri. / Non è per me che questi campi sono ora in fiore, / non è per me che le rose colano gocce di rugiada. / […] Ruscello del mio kolchoz, scorri pieno di allegria, / di corsa trasmetti agli amici i miei saluti, / avvertili che la mia casa ora è nel kolchoz, / e che un albero in fiore sta davanti alla mia finestra. / Ora i campi sono in fiore proprio per me, / mi si nutre di latte e di miele. / Sono felice, e tu raccontalo ai miei fratelli; / d’ora innanzi canterò dei campi del kolchoz».
Dal “Canto della fanciulla:
«Le vallate e le montagne ascolteranno il nostro canto gioioso. / Soprattutto, non si dovrà piangere, o ‘mia oboe’! / Dimentica le sofferenze passate / e fa sì che i tuoi spunti melodici prendano lo slancio / verso ammalianti confini lontani».
Nella poesia “Felicità”, il riscatto sociale, culturale ed economico intergenerazionale appare totale. La speranza dei lavoratori anziani che possono finalmente frequentare il teatro e sognare si conclude con l’affermazione del successo dei propri figli:
«I nostri figli sono diventati dottori, dottori. / Al di sopra di noi scintilla una lucente stella! / Dottori, dei dottori sono diventati i nostri figli! / Una stella scintilla al di sopra di noi! Oh!».
In questo epilogo risiede una tragica ironia storica: pochi anni dopo, lo stalinismo avrebbe scatenato la persecuzione proprio contro i medici ebrei — alimentando il clima complottistico e antisemita della famigerata “congiura dei medici”. Tale epilogo dimostra come la campagna contro il «cosmopolitismo senza radici», congiunta all’antisemitismo popolare rappresentassero l’esito di una deriva profonda, il cui approdo è stato la pretesa retorica di felicità che si rovesciava tragicamente nella realtà della persecuzione.
Šostakovič compose tra il 1961 e il 1962 la “Sinfonia n.13 Babij Jar”, tratta dal poema del dissidente sovietico Evgenij Evtušenko, scritto nel 1961 per ricordare il massacro subito dagli ebrei ucraini compiuto dai nazisti tedeschi e dai collaborazionisti locali. Tra il 29 e il 30 settembre 1941, 33.000 ebrei furono uccisi e gettati nel burrone di Babij Jar a poca distanza da Kiev. Il poema denunciava i crimini nazisti, e l’antisemitismo ancora strisciante in Unione Sovietica. Una sedimentazione culturale di antisemitismo residuo, velenoso della retorica del complotto del sistema zarista e dei pogrom opera dei cristiani che per secoli hanno insanguinato le terre dell’Europa orientale. Anche in questo caso le autorità sovietiche erano colpevoli di tentare di offuscare la storia degli ebrei dell’Europa orientale e di celare il ruolo dei collaborazionisti locali nello sterminio operato dai nazisti.
Proprio per dare voce a questa memoria rimossa e obliata e ribellarsi al silenzio imposto, il dissidente Evtušenko, di madre ucraina, dalla quale aveva preso il cognome, scriveva empaticamente di sentirsi come un ebreo, benché senza origini ebraiche e imprimeva a chiare lettere la necessità di un monumento alle vittime di Babij Jar. Contro l’antisemitismo tedesco il dissidente sovietico scriveva:
«[…] A Babij Jar il fruscio dell’erba selvaggia, / gli alberi sembrano minacciosi / come a voler giudicare. / Qui tutto in silenzio urla / e scoprendomi la testa / sento che i miei capelli ingrigiti / lo sono lentamente. / E divento un lungo grido silenzioso qui / sopra migliaia e migliaia di sepolti. / Io sono ogni vecchio ucciso qui, / io sono ogni bambino ucciso qui. / Nulla di me potrà mai dimenticarlo. / Che l’Internazionale tuoni, / quando l’ultimo antisemita sulla terra / sarà alla fine sepolto […]».
Il testo di Šostakovič rielabora quello di Evtušenko: le citazioni della storia ebraica sono molteplici: la cattività in Egitto, Dreyfus, l’odio della borghesia, i pogrom, Anna Frank.
L’incipit è in Coro «Non monumenti a Babij Yar: / solo un burrone è la sua rozza tomba. / Sgomento! Oggi ho tant’anni quanti / ne ha il popolo ebraico […]».
Recupera il valore dell’internazionalismo del popolo russo e condanna l’antisemitismo dei nazionalisti, contro l’uso strumentale dell’idea di nazione dei falsi patrioti.
« O caro popol mio, oh Russia, / tu da sempre sei internazionalista. / Ma quante volte chi ha le mani sporche / il tuo puro nome ha brandito? / Io la so la bontà della mia terra / e come, senza mai rabbrividire / gli antisemiti proclamassero: / “Noi siamo la Nazione Russa!”».
Newton, Galileo, Tolstoj, Shakespeare, Pasteur, compaiono nell’ultimo movimento intitolato “Carriera”, una critica al carrierismo spietato, una luminosa risposta culturale e una sfida dall’interno e dall’alto del suo riconoscimento internazionale alla mediocrità dell’establishment attraverso il ribaltamento stesso del concetto di carriera:
«Solo e Coro: Per i preti scandaloso e folle era Galileo. / Ma, come il tempo dimostra, / chi è più folle più intelligente è / E gli scienziati, allora, / non eran da men di Galileo. / La terra gira sapevan, sì, / però famiglia avevan, ohimè! / E con la moglie in carrozza, / tradita la lor vocazion, / di far carriera lor credevan / e invece tronca l’avevan già. / E per conoscere il pianeta / solo Galileo la vita rischiò, / divenne grande, lui, / Sì, proprio un grande carrierista fu!
Coro: Così, evviva la carriera, / se la carriera è quale fu / quella di Shakespeare, di Pasteur, / di Newton, di Tolstoj!
Solo: Leon!
Coro: Leon! / Perché venivano coperti di fango? / Perché? Il genio non puoi bollar.
Solo: Dimenticati quei che malediron.
Coro: Ma ricordato sempre è / chi maledetto fu da lor.
Solo e Coro: Chi si lanciò su nella stratosfera, / e chi morì pel nostro ben: / ecco, solo lor hanno fatto carriera / e da loro l’esempio prenderò.
Solo: Ho fede nella loro immensa fede. / Lor fede da coraggio a me. / Io voglio farmi una carriera, sì, / proprio col non farla.».
“Il canto delle foreste” segna il trionfo riabilitante in Unione Sovietica nel 1949, approvato dalla critica, su testo del poeta ebreo-russo, laico, Yevgeny Dolmatovsky ed esercitò una forte influenza su un altro grande compositore sovietico: Sergei Prokofiev che compose subito dopo “A guadia della pace” op.124 completata nel 1950.
Šostakovič per riabilitarsi dovette fare propaganda alla dissennata campagna di rimboscamento della steppa sovietica, supportata da un uso strumentale dei giovani “pionieri”, alla quale vengono consegnate bandiere verdi con le quali sostituire le bandiere rosse della guerra. Il canto è un dialogo con gli alberi, e si rivolge ad ogni pianta, mentre i piccoli pionieri piantano gli alberi, un prodotto da establishment d’apparato che umiliava l’intelligenza dei giovani sovietici e il genio di Šostakovič.
«Coro di voci bianche: Pioppi, pioppi, / Correte presto nei campi! / Il pioniere, modello per tutti, / Sta laggiù fin dall’alba! / Frassini, frassini / Voi abbellite la nostra steppa, / E anche betulle il nostro kolchoz / Ne ha piantate non poche. / Ghiande, ghiande, / Pesanti come oro! / Quercia, quercetta, amichetta nostra, / Cresci presto! / Meli, meli, / Crescete coraggiosi! / Non vi toccherà né il ghiaccio, / Né il gelo pungente! / Con gli aceri, snelli e verdi / Dobbiamo crescere e fiorire, / Abbellendo la terra! / Dobbiamo crescere e fiorire, / Glorificando il raccolto!».
Componendo come pretendeva l’establishment staliniano, valse all’autore il premio Stalin 1950. Nella realtà materiale si trattava di un piano assurdo nella sua ambizione, che non teneva conto della biodiversità e del valore della steppa, che si poneva l’obiettivo di trasformarla in foreste. Un piano folle guidato dalle idee pseudoscientifiche di Lysenko che, con il suo servilismo, si era guadagnato spazi pubblici nell’apparato scientifico dello Stato: un’idea di “cooperativismo naturale”, sub-prodotto strumentale e radicale delle teorie dello scienziato anarchico Kropotkin sul “mutuo appoggio come fattore evolutivo”. Il piano di riforestazione si rivelò un fallimento totale: le piante, ben lungi dall’aiutarsi l’un l’altra, morirono, e l’intero progetto fu abbandonato dopo la morte di Stalin e l’inizio del processo di destalinizzazione in Unione Sovietica, fu ultimo rantolo del pensiero scientifico che aveva una radice anarchica innestato nell’apparato staliniano. La steppa si prese la sua rivincita sulla pretesa libertaria di sopraffazione antropocentrica nei confronti della realtà ecologica di un prezioso ecosistema e delle sue rigide leggi naturali.
Šostakovič ha riservato una grande attenzione alla cultura femminile alta, comprovata dalla composizione “Sei poesie di Marina Cvetaeva”, un testamento spirituale legato a Marina Cvetaeva suicidatasi nel 1941. Una rivendicazione del proprio valore irriducibile, che anzi cresce nel tempo come un vino pregiato che nessuno compra: in “Ai miei versi”
« […] Sparsi fra scaffali polverosi di negozi, / (dove nessuno mai li ha presi né li prenderà), / Per questi miei versi, come per i vini pregiati, / verrà il loro turno».
In “Il Poeta e lo zar” la condanna allo zarismo e al massacratore della terra polacca è evidente, così come lo è la condanna all’oppressione zarista del genio creativo. Lo zar Nicola I è colpevole dell’oppressione del popolo polacco e della sua volontà di autodeterminazione e nella pretesa di controllo sugli intellettuali progressisti: la repressione della rivoluzione polacca 1830-1831, tanto quanto l’ossessivo controllo su Puškin sono indicativi del regime di oppressione zarista. Scritto da Marina Cvetaeva, nel 1931, trasposto in musica da Šostakovič 1973, la poesia sembra arricchirsi, al di un valore diacronico: i crimini zaristi del 1831 che denunciava la poetessa sovietica nel 1931, assomigliano per crudeltà e metodo e movente geopolitico a quelli di Stalin nel 1939 con la spartizione della Polonia e nel 1940 nel massacro di Katyn’. Una tendenza imperialistica dell’impero russo del quale l’apparato staliniano non si era liberato e anzi aveva ripristinato dopo lo squarcio della rivoluzione.
«Nell’aldilà, oltre / il palazzo dello zar. / – Chi è, così imponente/ nel marmo scolpito?
Così tutto d’un pezzo, / di ori e di stucchi incoronato. / – Della gloria di Puškin, /miserabile gendarme.
Suo vessatore e/ censore dei suoi testi. / Brutale macellaio / della terra polacca.
Guarda bene! (E non dimenticare: / questo è lo zar Nicola Primo, / assassino di poeti».
La poesia “ad Anna Achmatova” di Marina Czveteva del gennaio del 1916, è la conclusione dell’opera di Šostakovič, di estrema raffinatezza culturale, si tratta di una delle tante poesie di Czveteva ad Achmatova, da non confondere con l’omonima poesia dell’anno precedente, datata 11 febbraio 1915.
«O musa del pianto, la migliore delle muse! / O tu sublime creatura della notte bianca / tu porti alla Russia nere bufere, / e, come frecce, le tue grida si ficcano in noi. / Noi le schiviamo e un sordo oh! – /di centomila voci – presta a te giuramento – / Anna Achmatova! – un nome, il tuo, / come un alito possente, / che cade in profondità senza nome. Noi siamo fieri di calpestare la tua stessa / terra, di stare sotto il tuo stesso cielo! / Colui che mortalmente ferito sarà / dal tuo destino, immortale entrerà nella bara. / Nella mia melodiosa città bruciano le cupole, / e il cieco errante rende gloria al santo Salvatore… / – Io ti regalo la mia città dalle mille campane / Achmatova! e in più ti dono anche il mio cuore».
C’è poi l’aspetto squisitamente storico politico e del rapporto tra storia politica e musica colta: attraverso le sole sinfonie di Šostakovič è possibile ripercorrere la storia del socialismo in Est Europa prima e dopo la rivoluzione del novembre 1917 (secondo il calendario gregoriano, d’ottobre secondo il calendario giuliano in vigore in Russia prima dell’europeizzazione del calendario). La sinfonia n. 11 “L’anno 1905”, la prima Rivoluzione russa, le armi zariste contro gli operai russi, il 9 gennaio, i canti degli operai di Varsavia entrano nella sinfonia sovietica, citati da Šostakovič la domenica di sangue, la conquista di una costituzione e di una duma, la rivoluzione, grazie soprattutto alle energie socialdemocratiche e socialiste delle città operaie polacche, che fece vacillare e piegò il potere dello zarismo. La sinfonia parlava del 1905 e vinse il premio Lenin nel 1958, ma era stata completata nel 1957. I grigi apparati di potere, avevano soppresso nel 1956 il governo delle riforme democratiche di Imre Nagy. Un’oppressione di natura geopolitica, nonostante i malumori di Polonia di Gomułka che non gradì affatto l’intervento militare sovietico in Ungheria, e le rabbiose proteste della Jugoslavia di Tito per la violazione del diritto internazionale nell’arresto e nell’assassinio di Nagy.
La sinfonia n. 3 “il primo maggio”, la “Sinfonia n.12 l’anno 1917”, l’anno delle due rivoluzioni russe, quella di febbraio e quella d’ottobre ricordata nella “Sinfonia n.2 l’Ottobre”, la resistenza, dedicata alla città più raffinata e colta dell’Unione Sovietica, la Venezia del Nord, la città delle notti bianche: “Leningrado”, che eroicamente e con sacrifici estremi resisteva all’invasione nazista tedesca, alla già ricordata “Babij Jar” che ricorda l’orrore della guerra.
C’è l’aspetto intimistico, la paura, l’oppressione e la ribellione: l’opera “Lady Macbeth”, ferocemente stroncata dalla critica ufficiale sulla Pravda, un capolavoro definito «Caos invece di musica». Un articolo sin troppo noto per l’uso ideologico e geopolitico strumentale che se ne fa tutt’oggi e che rivela l’ottusità degli establishment, sovietici e occidentali, nel costante bisogno di ridurre la complessità a parodie funzionali a narrazioni nel tentare di cancellare o strumentalizzare la cultura russa e sovietica. La sinfonia n.5 che citava il messaggio criptico della Rinascita, come già ricordato a proposito delle Romanze basate su Puškin.
Dmitrij Šostakovič è stato senza dubbio un compositore profondamente legato alla sua terra, capace di vivere e soffrire la complessità dell’oppressione dell’establishment staliniano. Non abbandonò mai il suo Stato, pur avendone occasione e la concreta possibilità dovute ai suoi numerosi viaggi all’estero. Rimase in patria e, nel momento più critico dell’invasione da parte delle forze dell’Asse italo-tedesco, scelse di mettere la sua arte al servizio della resistenza e del proprio popolo. Il 22 novembre 1942, in un celebre appello rivolto al mondo della cultura — recuperato e inserito dal regista Alexander Sokurov nel documentario su Dmitrij Šostakovič “Sonata per viola” — dichiarò:
«La storia ha affidato a noi, contemporanei della gigantesca battaglia contro il vandalismo tedesco, la missione di far valere gli ideali della lotta per liberare l’umanità dalla piaga nera. Denunciare il fascismo, incitare alla lotta contro di esso, revelar attraverso l’arte il vero volto dell’hitlerismo, ispirare i nostri soldati: ecco a cosa dovrebbe essere diretta oggi tutta la nostra creatività! Non esistono obiettivi più nobili. Che i nostri cuori si rivolgano dunque alla guerra contro gli schiavisti, come i cuori di milioni di persone in tutto il mondo si rivolgano a essa. Che lo slogan “Tutto per il fronte!” diventi l’obiettivo del nostro lavoro quotidiano, di tutte le nostre aspirazioni creative. Non è lontano il tempo in cui anche noi avremo una festa. Che possiamo essere degni di partecipare a questa celebrazione. Che ognuno di noi, quando arriverà l’era postbellica e la pace e la felicità regneranno sulla Terra, possa dire con orgoglio di aver dedicato il proprio lavoro in tempo di guerra alla lotta contro il sanguinoso fascismo e per un futuro radioso per l’umanità».
Si noti anche in questo caso la capacità di travalicare i confini nazionalistici, di guardare oltre la “nazione”, di immaginare un antifascismo universalista nell’aspirazione alla liberazione.
Molte delle composizioni di Šostakovič contenevano cripticamente il noto e celebre monogramma musicale DSCH, una vera e propria firma d’autore (Re – Mi bemolle – Do – Si, espressa secondo la notazione alfabetica tedesca D-Es-C-H). Attraverso di essa, il musicista esprimeva un’affermazione dell’irriducibilità e della genialità creativa del soggetto anche all’interno di un sistema collettivistico; un vero e proprio ribaltamento delle retoriche oppressive della mediocrità, dove le doti individuali arricchiscono la collettività anziché dover essere piegate a rigide stereotipizzazioni di Stato.
Infine, la vendetta personale del compositore, rimasta a lungo segreta: la composizione satirica “Antiformalist Rayok” (Piccolo paradiso antiformalista). Quest’opera nacque come reazione contro la pretesa di un appiattimento noioso della complessità sul populismo del realismo popolare, e fu eseguita pubblicamente a Washington solo nel 1989 sotto la direzione dell’amico personale di Šostakovič, il maestro Mstislav Rostropovič. Sebbene il compositore sovietico non abbia mai abbandonato l’URSS, il figlio Maksim decise invece di andare via, rifugiandosi insieme al figlio Dmitrij, nipote del compositore, a New York.
Benedetto Ligorio, Ph.D.
In foto:
Aubrey Williams, Shostakovich Symphony No. 13, Opus 113 (Babi Yar) for Bass, Bass Choir and Orchestra to the Poetry of Yevgeny Yevtushenko, olio su tela 1961, Museum & Art Gallery, Bristol (gift from the Commonwealth Education Trust through the Contemporary Art Society, 2015).
Testi delle Opere in traduzione italiana tratti da Orchestra Virtuale del Flaminio.
Rivista suggerita: “DSCH Journal” – DSCH Shostakovich Society
Tra le opere citate si suggeriscono:
La sinfonia n.3 Il Primo Maggio; Suite sui versi di Michelangelo; Sei Romanze su testi di poeti giapponesi; Dalla poesia popolare ebraica; Sinfonia n.13 Babij Jar; Quattro romanze su poesie di Puškin; Sinfonia n. 11 L’anno 1905; Sinfonia n.12 L’anno 1917; Sinfonia n.2 L’ottobre; Sinfonia n.7 Leningrad; Lady Macbeth; Sei poesie di Marina Cvetaeva; Antiformalist Rayok; Sinfonia n. 5.