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Entusiasmo giovani. Valerio: «Genova aderisce alle 100 piazze»

  • Il 5 settembre anche Genova partecipa alla mobilitazione nazionale promossa da Avanti PSI sulle tre petizioni

Il 5 settembre anche Genova partecipa alla mobilitazione nazionale promossa da Avanti PSI sulle tre petizioni dedicate a casa, lavoro autonomo e giovani. Francesco Valerio ne legge il significato oltre la raccolta firme: rendere il socialismo nuovamente riconoscibile attraverso poche battaglie precise e una presenza organizzata nei territori.

La politica italiana non soffre certo di scarsità di parole. Dichiarazioni, repliche e contrapposizioni scandiscono ormai una comunicazione permanente, mentre più difficile è associare ciascuna forza politica a un numero limitato di soluzioni immediatamente riconoscibili. È dentro questa sproporzione che il PSI ha scelto di concentrare il 5 settembre una mobilitazione nazionale in cento piazze, dopo un agosto di iniziative e raccolta firme. Genova aderisce alla giornata, inserendosi in una campagna che lega tre proposte a un tentativo più ampio: restituire al partito una presenza pubblica misurabile.

Che cosa rappresenta il 5 settembre per Genova?

«Innanzitutto l’adesione convinta a un’iniziativa nazionale che considero ben impostata. La segreteria ha scelto di concentrare energie organizzative su tre questioni comprensibili e verificabili, e credo sia una scelta utile. A Genova vogliamo fare la nostra parte: non limitarci a esporre un simbolo, ma usarlo per aprire una discussione. Una mobilitazione vale se crea relazioni, domande e qualche idea più chiara di prima».

Perché proprio queste tre proposte?

«Perché toccano tre forme molto concrete di autonomia. La casa, con un Piano nazionale sostenuto anche da una quota degli extraprofitti di banche e assicurazioni; il lavoro autonomo, intervenendo sul sistema degli acconti fiscali che obbliga spesso a pagare imposte su redditi ancora da produrre; e il futuro dei talenti italiani, con un Fondo per innovazione e giovani finanziato anche attraverso un contributo delle grandi piattaforme digitali. Si può discutere e migliorare ogni misura, naturalmente. Ma il metodo è chiaro: individuare un problema, dire dove si trovano le risorse e assumersi la responsabilità di una soluzione».

In una politica dominata dalla comunicazione, che valore ha tornare fisicamente nelle strade?

«Non credo al mito di una politica che dovrebbe parlare meno. La politica deve parlare, spiegare, persino confliggere. Il problema nasce quando la comunicazione smette di raccontare una posizione e comincia a sostituirla. Se un partito interviene su tutto ma alla domanda “che cosa cambieresti domani mattina?” non riesce a dare tre risposte nette, ha un problema di densità politica. Stare nelle strade serve anche a questo: obbliga a rendere comprensibile ciò che proponi e ad ascoltare le obiezioni senza il filtro delle tifoserie».

Che cosa significa, allora, riportare il garofano nelle piazze?

«La memoria è un capitale politico, non una rendita. Un simbolo sopravvive se torna a nominare interessi, conflitti e speranze presenti. Il garofano non può chiedere agli italiani soltanto di ricordare ciò che i socialisti sono stati; deve far capire per chi e per che cosa possono essere utili oggi. Un simbolo vive quando torna a indicare qualcosa da conquistare, non quando custodisce soltanto qualcosa da commemorare».

E Genova quale ruolo può avere in questa fase?

«Un ruolo concreto, se saremo capaci di costruircelo. Questa città offre questioni sulle quali una cultura socialista e riformista può essere molto riconoscibile: trasporto pubblico, mobilità in Val Bisagno, qualità dei servizi, ciclo dei rifiuti, sicurezza urbana senza scorciatoie securitarie. Non serve commentare ogni fatto cittadino. Serve scegliere alcuni nodi, studiarli, avanzare proposte e diventare interlocutori stabili di istituzioni, associazioni, corpi intermedi e quartieri. Il radicamento non è folklore organizzativo: è la capacità di sedimentare una presenza».

Che cosa dovrebbe essere, oggi, riconoscibilmente socialista?

«Una politica che redistribuisce possibilità e potere, non soltanto assistenza: poter accedere a una casa, lavorare senza essere strangolati dalla liquidità, studiare e innovare senza considerare l’emigrazione l’unica strada. Il 5 settembre non risolve questi problemi e sarebbe ingenuo raccontarlo così. Ma indica un metodo: scegliere battaglie leggibili, organizzarsi attorno ad esse e verificarle nella società. Se il PSI vuole recuperare spazio, credo che debba essere ricordato sempre meno per ciò che rivendica di essere e sempre più per ciò che riesce a rendere possibile».