L’Europa ha finalmente deciso di andare dall’oculista. O almeno così sembra. Il condizionale, però, è d’obbligo, perché da Bruxelles a Strasburgo di miracoli se ne sono visti pochi e di miopie politiche parecchie. Per decenni abbiamo guardato il mondo con un paio di occhiali da sole montati al contrario.
Abbiamo delocalizzato le produzioni considerate povere e poco nobili nei Paesi terzi, lasciando agli altri il compito di fabbricare ciò che noi avevamo smesso di voler produrre. Noi, nel frattempo, coniavamo i gioielli della finanza, contavamo i profitti e ci raccontavamo che quella fosse la modernità. Peccato che, alla fine della fiera, con i profitti non si mangiano bulloni, non si accendono i forni e non si fanno funzionare le fabbriche.
Poi è arrivato il Green Deal e qui la miopia è diventata quasi astigmatismo. La transizione ecologica, certamente necessaria, è stata gestita spesso come se l’industria europea fosse un dettaglio fastidioso e il ceto medio una specie di bancomat con le gambe. Auto, energia, riscaldamento, imprese: tutto doveva cambiare, subito e possibilmente a spese di chi aveva già cominciato a fare i conti con il portafoglio vuoto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una parte crescente della classe media si è impoverita mentre la politica continuava a spiegare che era tutto per il nostro bene. Quando qualcuno ti dice continuamente che sta facendo sacrifici per te, la domanda prima o poi viene spontanea: ma perché i sacrifici li faccio sempre io? E poi c’è la guerra in Ucraina. Qui l’Europa ha commesso quello che considero uno dei suoi errori politici più gravi: non essere riuscita – o non aver voluto – svolgere fino in fondo un ruolo di mediazione prima che il conflitto esplodesse.
Le tensioni erano note. La questione dell’allargamento della NATO era nota. Le sensibilità russe erano note. Non si trattava di scoprire l’acqua calda. La storia, del resto, ci aveva già regalato Cuba e la crisi dei missili.
Quando una superpotenza percepisce che un avversario sta piazzando missili sotto casa, difficilmente reagisce con un mazzo di fiori e una bottiglia di spumante. Non significa giustificare l’invasione russa. Significa capire che la politica estera dovrebbe servire a evitare le guerre, non soltanto a spiegarle quando sono già cominciate. E noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo dovuto interrompere in gran parte la dipendenza energetica da Mosca, rinunciando a forniture che per anni avevano alimentato l’industria europea e costruendo in fretta un sistema energetico più diversificato, ma anche più esposto alle dinamiche del mercato globale.
Oggi il gas russo pesa molto meno sul nostro approvvigionamento rispetto al 2021. Ma il problema della vulnerabilità energetica non è scomparso: è cambiato. Basta una crisi in Medio Oriente, una guerra o una minaccia sulle rotte commerciali e il prezzo dell’energia ricomincia a ballare come un ubriaco sul tavolo. E allora, hai voglia ad accusare Trump e Netanyahu.
La colpa non è sempre degli altri. Qualche volta, porca miseria, è anche nostra. Il problema è che per anni abbiamo avuto la vista annebbiata dal borotalco delle ideologie, dalle conferenze internazionali, dalle dichiarazioni solenni e da quell’occhialino europeo che permette di vedere benissimo il mondo, purché non ci si accorga di ciò che succede a due isolati da casa. E Bruxelles, nel frattempo, è diventata anche il grande parcheggio della politica europea. Una Commissione dopo l’altra, abbiamo mandato nella capitale europea politici che nei rispettivi Paesi avevano ormai poco da dire, ma che a Bruxelles potevano ancora dire moltissimo. Spesso con stipendi, privilegi e distanze dalla realtà quotidiana che il cittadino medio può soltanto sognarsi.
Il cittadino paga. Il politico europeo spiega. E quando il cittadino continua a pagare e il politico continua a spiegare, prima o poi succede qualcosa. E infatti sta succedendo. Le destre avanzano. Quelle moderate, quelle radicali, quelle molto destre e quelle che qualcuno preferisce chiamare populiste per non pronunciare la parola che gli fa più paura: elettori. Perché dietro il voto non ci sono mostri, analfabeti o fascisti in libera uscita.
Ci sono spesso persone incazzate. Incazzate perché non arrivano a fine mese. Incazzate perché hanno paura di perdere il lavoro. Incazzate perché non riconoscono più il quartiere in cui sono cresciute. Incazzate perché vedono le istituzioni discutere per mesi di parole mentre loro discutono ogni giorno di bollette. Sono gli incazzados. E sono diventati tanti. Troppi per essere liquidati con una scrollata di spalle. Forse allora è davvero arrivato il momento di cambiare gli occhiali. E, se necessario, anche chi li indossa.
A partire dai vertici europei, compresa Ursula von der Leyen e la squadra che oggi guida la Commissione. Non per una questione di uomini o donne, ma di risultati. Perché la lungimiranza non è una prerogativa del sesso: o ce l’hai, oppure non ce l’hai. E magari sarebbe persino utile smetterla di cercare continuamente un capro espiatorio. Trump? Netanyahu? Putin? Domani chissà chi. Mandare qualcuno politicamente a quel Paese spetta agli elettori dei rispettivi Paesi. Ma l’Europa deve smettere di sperare che siano sempre gli altri a risolverle i problemi. Perché la vera domanda non è più chi sia il cattivo della settimana.
La vera domanda è: l’Europa è ancora capace di governare il proprio destino? Se la risposta è sì, allora si tolga finalmente gli occhialini, butti via il borotalco e apra bene gli occhi. Perché fuori dai palazzi di Bruxelles c’è un’Europa che non è più soltanto stanca. È incazzata. E quando gli incazzados entrano nella cabina elettorale, di solito non chiedono il permesso a nessuno.