Dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, Palazzo Falletti di Barolo di Torino ospita una mostra dedicata a “Fan Ho, il maestro della fotografia di Hong Kong”, spesso descritto come il Cartier-Bresson asiatico.
Il paragone con il fotografo francese non è casuale: entrambi sono maestri nella composizione, nella capacità di costruire un’inquadratura perfetta nelle sue linee, nella gestione degli spazi negativi, nella regola dei terzi, nelle cornici naturali, tutte quelle norme che ogni fotografo amatoriale conosce e prova a rispettare. Come Cartier-Bresson, Fan Ho è soprattutto un fotografo di strada, ma con una particolare attenzione alla forma e all’effetto pittorico delle sue immagini, curate in maniera maniacale in camera oscura, quando la post-produzione era un lavoro artigianale e non un software con cui “giocare a truccare” una foto.
Per chi già conosce le opere dell’artista, la mostra a Palazzo Falletti di Barolo è una grande occasione per osservare dal vivo le immagini nella loro dimensione naturale e apprezzare contrasti e sfumature che uno schermo o un libro non possono rendere del tutto. In ogni caso, sia che si conosca l’artista cinese sia che lo si scopra per la prima volta, a prevalere è l’effetto wow.

È impossibile non rimanere ipnotizzati dalla bellezza e dall’atmosfera della Hong Kong di Fan Ho, tanto da sentirsi immersi nelle frenetiche, contraddittorie vie di una città in profonda trasformazione dopo la seconda guerra mondiale. Fan Ho ha immortalato quel cambiamento con uno sguardo e un obiettivo rivolti al passato: nelle sue immagini degli anni ’50 e ’60 la Hong Kong cinese tradizionale prevale nettamente sulla metropoli moderna e avveniristica, capitale commerciale e finanziaria d’Oriente, e la sua natura di colonia inglese viene praticamente ignorata.
Fan Ho nasce a Shanghai nel 1931 e dal 1949 si stabilisce nella colonia britannica. Fotografa l’anima di Hong Kong e ci regala una preziosa documentazione storica di quegli anni, senza sottolineare la trasformazione in corso.
La fotografia di Fan Ho non è politica e forse nemmeno artistica, come vedremo. Il suo sguardo pittorico conosce e padroneggia la luce nelle diverse ore della giornata, in luoghi a lui familiari che richiedono comunque ore di osservazione. Tutto è alla ricerca dell’immagine perfetta, dell’effetto wow appunto.
Non c’è alcuna pretesa di lanciare messaggi politici o concetti artistici. Anche la documentazione della realtà che ne emerge è casuale e non è il cuore della sua fotografia, che resta focalizzata sulla sola composizione e gestione dei contrasti. Come dichiara lo stesso autore, “la priorità è trovare un luogo ideale, poi essere pazienti e attendere di incontrare il soggetto adeguato che susciti interesse, anche se fosse un semplice gatto”. Fan Ho lavora la scena con tecniche, che possiamo anche definire tattiche, per rendere l’immagine attraente e affascinante.
La tattica più frequente è il controluce: con una fonte di luce di fronte all’obiettivo, il soggetto inquadrato è circondato da un’aura di contorno che crea contenuto. Fan Ho scrive con la luce, giocando in particolare con ombre e bianchi molto accesi.
Molte foto riprendono la nebbia del porto o quella che risale nelle strette vie della città, con lo scopo di creare un’atmosfera che riempie l’immagine senza mai sovraccaricarla, ma capace di suscitare emozione nell’osservatore. La tecnica dell’atmosfera è molto difficile da usare: quando non viene sottovalutata, viene spesso gestita male, in eccesso o slegata dal contenuto. Fan Ho non solo è maestro dell’atmosfera, ma sa combinarla perfettamente con altre tecniche, come il controluce e l’inquadramento naturale (framing).
Il framing è la tecnica di composizione fotografica che consiste nell’utilizzare elementi presenti all’interno della scena per creare una “cornice” attorno al soggetto principale. Serve soprattutto a guidare l’occhio dell’osservatore direttamente verso il punto focale e ad aggiungere profondità tridimensionale all’immagine.
Fan Ho è inoltre maestro del ritmo e del pattern: la ripetizione ordinata, e non, di forme, linee e vere e proprie tessiture, come nelle foto di operai al lavoro sulle trame di un ponteggio. Sfrutta la capacità del cervello umano di essere particolarmente attratto dalla regolarità, che trasmette armonia e ordine.

Chiunque si diletti di fotografia, a qualsiasi livello, non può non guardare alle foto del Cartier-Bresson asiatico come a lezioni da cui attingere il più possibile. Fan Ho è maestro nel senso letterale del termine: la sua padronanza della composizione, al pari del grande fotografo francese, lo rende un riferimento senza tempo. Possono cambiare le macchine fotografiche, oggi prevalentemente digitali, i soggetti, le tecniche di post-produzione, ma il controllo della luce e della composizione dei grandi autori del passato resta valido e attuale.
Dopo l’effetto wow e le lezioni di Fan Ho, cosa rimane allo spettatore? La mostra di Torino è un’ottima occasione per domandarci se il bello sia sufficiente a definire “Arte” un’opera.
Provocatoriamente, possiamo dire che Fan Ho sia un fotografo immenso, ma non un artista. Quale concetto artistico emerge dalla sua opera? Quale messaggio ci comunica?
Come già detto, la documentazione della Hong Kong degli anni ’50 e ’60 è più casuale che voluta, come possono esserlo le nostre foto private di famiglia guardate molti anni dopo. Non c’è un racconto: il fine della foto è la bellezza stessa. Questo potrebbe essere, ed è, sufficiente a definirle artistiche, al punto da meritare (giustamente) mostre in tutto il mondo, ma allo stesso tempo ci permette di interrogarci sul vero significato dell’arte, su ciò che deve essere definito artistico.
Con la stessa maestria con cui gioca con luci e ombre nelle sue immagini, Fan Ho ci permette di tracciare una linea netta tra il bello dell’arte e il concetto dell’arte. Per molti il bello è il fine; per altri è uno strumento, come tanti altri, per esprimere un concetto, magari una trappola che l’artista usa per attirare l’attenzione dello spettatore e comunicargli qualcosa. Se si accetta la seconda interpretazione, allora Fan Ho è sicuramente un maestro della fotografia, ma non un artista.
Da Palazzo Falletti di Barolo si esce con gli occhi pieni di bellezza, arricchiti da una grande lezione di tecnica fotografica, ma privi di veri concetti artistici, quelli che ci permettono di allargare il nostro orizzonte simbolico.
Per quello, sempre a Torino, si è ancora in tempo a visitare la retrospettiva di Harry Gruyaert, il maestro e “artista” del colore (presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, fino al 4 ottobre).
Domande e risposte
chi è Fan Ho
un fotografo di strada, ma con una particolare attenzione alla forma e all’effetto pittorico delle sue immagini, curate in maniera maniacale in camera oscura, quando la post-produzione era un lavoro artigianale e non un software con cui “giocare a truccare” una foto