Cultura

Francesca Cabrini, tra migrazioni e transizione verso l’era digitale nel nuovo volume di Gianni Lattanzio

Nel dibattito contemporaneo sulle migrazioni, l’Europa e il Mar Mediterraneo sono spesso descritti come territori sotto pressione, costretti a confrontarsi con flussi di persone che mettono alla prova sistemi giuridici, politiche sociali e coesione civile. Non di rado, la parola “migrazione” viene pronunciata solo quando il fenomeno è già diventato emergenza: quando le persone sono arrivate, le amministrazioni statali e locali sono in affanno ed i territori si scoprono impreparati.

Eppure, la mobilità umana è una costante antichissima della storia, non un incidente della modernità. Il modo viene governata dice chi siamo e quale modello di sviluppo intendiamo costruire.

È su questo sfondo che il nuovo libro di Gianni Lattanzio, «Francesca Cabrini: una Santa alla prova dei tempi. Un percorso tra storia, migrazioni, educazione e umanesimo cristiano» (La Bussola editore), assume un significato assai particolare. L’opera, presentata lo scorso 21 luglio 2026 nella Sala Stampa di Montecitorio, propone una lettura di Santa Francesca Saverio Cabrini come figura capace di misurarsi con la storia e con il presente, là dove si incrociano migrazioni di massa, povertà urbana, sistemi educativi scolastici e universitari, funzione sociale della cura e responsabilità delle istituzioni.

Lattanzio colloca Madre Cabrini nel crocevia tra la grande migrazione italiana verso le Americhe e la trasformazione della società da agricola a urbana e industriale. Il risultato è un ritratto che va ben oltre l’agiografia: Cabrini appare come una donna di governo ante litteram, capace di fondare una “multinazionale della solidarietà” in un contesto di transizione strutturale. Cabrini ha, infatti, fondato scuole, orfanotrofi, ospedali e molto altro per gli emigrati italiani al di là dell’Oceano.
È proprio da questo punto che si apre il parallelo con l’oggi: se a quel tempo la sfida era il passaggio dalla società fondata sul lavoro nelle campagne a quella della modernità industriale, oggi viviamo un passaggio analogo dalla società industriale a quella dell’Information Technology e dell’Intelligenza Artificiale, con tutto ciò che ne consegue in termini di nuove povertà e nuovi scarti delle nostre comunità locali e nazionali.

Ma per Avanti! ne abbiamo parlato con l’autore, che si occupa di politica internazionale e di Italiani all’estero presso la Camera dei deputati, sin dalla istituzione nel nostro Paese della Circoscrizione elettorale estero.

Gianni Lattanzio, nel libro lei insiste sul fatto che Madre Cabrini ha operato in un’epoca di grande transizione: dalla società agricola alla società urbana e industriale. In che senso questo ci interessa per parlare dell’oggi, in un mondo completamente diverso?

Mi interessa perché ci troviamo, a mio avviso, in una situazione strutturalmente simile. Madre Cabrini ha vissuto il passaggio da un’Italia rurale, povera, segnata dalla frammentazione territoriale, a una modernità urbana e industriale, con milioni di persone spinte verso le Americhe in cerca di lavoro e dignità.
In quel contesto, la migrazione era al tempo stesso una speranza e una ferita. Oggi non stiamo passando dall’agricoltura all’industria, ma dall’industria all’ICT e all’Intelligenza Artificiale: la trasformazione tecnologica ridisegna lavoro, scuola, cittadinanza e rischia di creare nuove forme di esclusione se non viene accompagnata da una governance adeguata.

Lei parla di “governance delle migrazioni”. Cosa intende, anche alla luce della lezione cabriniana?

Intendo una regolazione dei processi migratori che non si limiti a inseguire le emergenze. Nel mio lavoro su migrazioni e sviluppo locale ho provato a descrivere una “terza via”: un modello di governance che sappia unire legalità e umanità, programmazione e accoglienza, sicurezza e diritti, lavoro e integrazione.
Cabrini ci ricorda che la mobilità umana non si governa solo ai porti o alle frontiere: va accompagnata prima della partenza, durante il viaggio e dopo l’arrivo, con formazione linguistica e professionale, cooperazione tra istituzioni, tutela del lavoro, costruzione di comunità educative. È una visione molto lontana dalla logica del “tamponare e basta”.

In che senso la figura della poi Santa Cabrini diventa un riferimento per la transizione dalla società industriale a quella dell’ICT?

Non nel senso tecnico, ovviamente. Cabrini non si occupava di algoritmi o di infrastrutture digitali. Ma il suo modo di “abitare” una grande transizione resta esemplare. Lei si trova in un mondo che cambia rapidamente – urbanizzazione, industrializzazione, migrazioni di massa – e sceglie di misurare ogni scelta sulla dignità degli ultimi. È la stessa domanda che dobbiamo porci oggi rispetto all’ICT, ai dati, all’Intelligenza Artificiale: a chi giova il progresso? Ogni innovazione dovrebbe essere valutata sulla sua capacità di includere, non di escludere. La lezione cabriniana è che il progresso ha senso solo se non lascia indietro i più fragili.

Nel volume è molto sottolineato il concetto di “Carità come architettura sociale”. Approfondiamo questa espressione?

La carità, se resta un gesto isolato, si consuma nel momento e non incide sulla storia. Cabrini ci mostra che la carità, per essere all’altezza delle grandi trasformazioni, deve diventare architettura sociale: scuole, ospedali, orfanotrofi, case di accoglienza, reti di cooperazione, forme stabili di formazione.
Nel libro cerco di mostrare come le sue opere siano veri dispositivi sociali: luoghi in cui i migranti possono studiare, curarsi, lavorare, costruire relazioni feriali. Questo è un criterio importante anche oggi: che tipo di architetture sociali stiamo costruendo nell’era digitale? Produciamo solo piattaforme o anche comunità? Solo servizi o anche cittadinanza?

Tra Ottocento e Novecento la grande questione, in particolare in Italia, è rappresentata da un autentico esodo, tra speranza e talora delusione, di larghe masse popolari – parliamo di milioni e milioni di persone emigrate – verso l’America del Nord e del Sud. Qual è l’analogia più forte con la situazione attuale?

Allora si parlava di “tragedia di massa” per descrivere l’esodo italiano verso le Americhe. Oggi non abbiamo lo stesso scenario, ma abbiamo una mobilità globale che mette in contatto territori di origine molto diversi con contesti di arrivo spesso impreparati. L’analogia più forte sta nel rischio che i sistemi politici parlino e si occupino di migrazioni troppo tardi, soltanto quando diventano emergenza.
Cabrini e Scalabrini – che nel libro sono presenti sullo sfondo come due pionieri della solidarietà con i migranti – ci ricordano che occorre una visione globale e anticipatrice: capire le dinamiche, lavorare sulle cause, costruire percorsi di accompagnamento, difendere i diritti, formare le comunità.

Lei richiama più volte anche la rivoluzione digitale e l’Intelligenza Artificiale. Che cosa c’entra Madre Cabrini con queste sfide così nuove?

C’entra nel criterio etico, non nel contenuto tecnico. L’Intelligenza Artificiale può migliorare la scuola, la sanità, la partecipazione democratica; può aiutare a governare meglio i flussi migratori, a rendere più trasparenti le politiche pubbliche. Ma può anche creare nuove povertà digitali, nuove discriminazioni algoritmiche, nuove forme di invisibilità sociale. La domanda che pongo nel libro è: chi resta indietro nella transizione digitale? Cabrini ci insegna che ogni grande trasformazione – migratoria o tecnologica – va giudicata dalla prospettiva degli ultimi. Se le tecnologie aumentano gli scarti, non sono progresso; se riducono le disuguaglianze, allora possono essere parte di una storia di giustizia.

Il suo volume sembra proporre Madre Cabrini – una missionaria votata all’elevazione sociale e spirituale che ha viaggiato ben 28 volte tra Vecchio Continente e Americhe e poi proclamata santa nel 1946 – come figura di una leadership femminile molto moderna. Come si intreccia questo aspetto con il tema impellente delle migrazioni e dell’ICT?
Cabrini è una fondatrice, una educatrice, una donna che decide, organizza, forma altre donne alla responsabilità. È una leader robusta, capace di leggere i contesti e di agire in ambienti ostili.
Nel libro questa dimensione si intreccia con le migrazioni perché mostra come le donne siano spesso al centro dei processi di cura e di integrazione: scuole, ospedali, comunità educative.
Oggi, nell’era dell’ICT, abbiamo bisogno di leadership femminili altrettanto forti, capaci di portare dentro la trasformazione digitale le domande di giustizia, di inclusione, di tutela dei più fragili. In questo senso Cabrini è una figura molto più attuale di quanto sembri.

Qual è, in definitiva, l’invito che il suo libro rivolge al lettore di oggi, che sia laico o ispirato da sentimenti religiosi? Un cittadino-lettore “glocal” che si muove tra Italia, Europa e il Mediterraneo allargato, dinanzi alla sfida della rivoluzione tecnologica?

L’invito è duplice. Da un lato, non banalizzare la storia dei Santi riducendola a devozione privata e, per di più, confinata al mondo cattolico: figure come Cabrini e Scalabrini sono veri attori della storia sociale, della costruzione di cittadinanza, della difesa dei migranti.
Dall’altro, non banalizzare la parola “migrazione”, usandola solo nei titoli dei giornali quando c’è un’emergenza. Migrazione è un processo permanente, che accompagna la trasformazione delle società: nel passaggio dal mondo agricolo a quello industrializzato ieri, come nel passaggio dall’industria tradizionale all’ICT oggi. Se impariamo a governare questi processi con giustizia, anticipazione, accompagnamento e cooperazione, allora il messaggio di Madre Cabrini diventa una risorsa concreta per costruire una società capace di futuro.

Roberto Pagano