Durante la sessione economica del G8 tenuta nell’Irlanda del Nord, David Cameron, presidente di turno del G8, e Barack Obama hanno annunciato l’avvio a breve di colloqui bilaterali tra Stati Uniti ed Unione Europea finalizzati alla creazione di una area comune di libero scambio. Se raggiunto nei termini più estesi, il nuovo accordo consentirà la creazione di un mercato unico che coinvolgerà un miliardo di persone, includendo Stati che pesano per circa il 50% del prodotto interno lordo mondiale e per quasi un terzo del commercio mondiale. L’abolizione di tariffe e dazi, oltre alla armonizzazione delle regole fra le due sponde dell’Atlantico, dovrebbe indurre una crescita economica di oltre 200 miliardi di Euro del prodotto interno lordo europeo e di quello statunitense, portando alla creazione di due nuovi milioni di posti di lavoro.
RAGGIUNGERE UN ACCORDO NON SARA’ FACILE – Ma se l’avvio dei colloqui è già previsto per il prossimo mese a Washington, raggiungere un accordo ambizioso non sarà facile. La Francia, ad esempio, ha già ottenuto dai partners europei di escludere dalle negoziazioni il settore cinematografico, onde evitare che le produzioni statunitensi, che si possono avvantaggiare di notevoli mezzi finanziari privati, invadano il mercato europeo ed incidano negativamente su diversità culturali e linguistiche proprie del Vecchio Continente. Ma così come la Francia ha ottenuto di tener fuori l’industria cinematografica, lo stesso potrebbe accadere da parte statunitense, dove ad esempio, le lobbies finanziarie potrebbero chiedere di tener fuori dagli accordi le banche e le altre istituzioni finanziarie. Inoltre occorrerà ponderare attentamente gli interessi dei numerosi Paesi che compongono l’Unione Europea, con industrie a stadi differenti di sviluppo e, quindi, con differenti volontà di apertura verso il commercio con gli USA.
LOTTA ALL’EVASIONE FONDAMENTALE PER FINANZE PUBBLICHE – Oltre al tema del commercio mondiale, durante la sessione economica del G8 è stato anche affrontato il tema della lotta all’evasione ed elusione fiscale. La lotta all’evasione, di cui la presidenza britannica ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia nei vari consessi internazionali, è ritenuta fondamentale per consentire agli Stati occidentali, in difficoltà, di raccogliere le entrate dovute dai cittadini, proteggere le finanze pubbliche e, soprattutto, fornire agli stessi cittadini servizi quali quelli previdenziali ed assistenziali. Se è pacifico che l’evasione fiscale sia un reato, è invece più dibattuto il tema dell’elusione fiscale, in particolare quella perpetrata dalle imprese multinazionali. In via di principio non vi è nulla di male in una pianificazione fiscale internazionale tale da ridurre il carico fiscale a carico delle imprese, ma negli ultimi anni il fenomeno è divenuto preoccupante a causa di una pianificazione fiscale troppo aggressiva da parte delle multinazionali, che provoca una forte erosione della base imponibile. Tanto preoccupante che un Paese liberista come il Regno Unito l’ha messa al centro della sua agenda politica, portandola all’attenzione del G8. Ma non solo. Già nel giugno del 2012, i Paesi del G20 avevano dichiarato di voler contrastare tale fenomeno. E lo scorso maggio, i Paesi OCSE hanno convenuto su un piano d’azione congiunto che incoraggi tra l’altro proposte per mettere fine ad arbitraggi fiscali aggressivi e per definire nuove regole per il trattamento delle transazioni transnazionali infragruppo. Un’iniziativa importante quella del Regno Unito in seno al G8, se si considera che negli ultimi anni si è venuta a creare una vera e propria frattura tra economia e politica, dove la prima ha rapidamente assunto dimensioni globali mentre la politica, che avrebbe dovuto esprimere la regolamentazione dell’economia stessa, è rimasta ancorata su scala nazionale.
TRASPARENZA FAVORISCE DEMOCRAZIA – Collegato a questo problema è anche il terzo aspetto trattato durante la sessione economica del G8, ossia quello della trasparenza, sia nella proprietà di società e di terreni e sia nei flussi finanziari. Certo l’iniziativa inglese su questo punto è indirizzata maggiormente ai Paesi in via di sviluppo, dove ad esempio si vorrebbe introdurre una maggiore trasparenza sui ricavati dall’estrazione di idrocarburi, in modo tale da costringere i governanti di Paesi ricchi di risorse ma con popolazioni povere, ad una maggiore responsabilità, o meglio “accountability” verso le proprie popolazioni. Ma a saper leggere fra le righe, il tema della trasparenza della proprietà e dei flussi finanziari lega bene con quello della necessità degli Stati occidentali di tassare una ricchezza che, ai fini fiscali, è divenuta sempre più eterea ed opaca.
Alfonso Siano