Sono due facce di una medaglia. Da un lato la Grecia, paese che ha dato i natali alla democrazia, membro dell’Europa che oggi, schiacciato dalla crisi e dalle politiche di austerity senza crescita retrocede proprio sul terreno della democrazia. Dall’altro la Turchia, paese che con i suoi tassi di crescita rappresenta il “lato buono” della brutta storia neoliberista che ha condotto l’Europa sull’orlo del baratro. Un’Europa che, in passato aveva respinto la Turchia proprio per le sue “carenze” in fatto di democrazia, oltre che per la paura di confrontarsi con un colosso, e che oggi vede ribaltati i ruoli con percentuali altissime di turchi non proprio allettati dall’idea di entrare in quello che temono possa essere un pantano per la loro crescita.
ERDOGAN, INCAPACE DI GESTIRE IL DISSENSO, RISPOLVERA IL “NEMICO ESTERNO” – Erdogan ha lanciato l’ennesimo ultimatum, addirittura rivolgendosi, con un becero populismo, alle «madri e ai padri», quasi che i ragazzi del parco “pomo della discordia” non fossero davvero in grado di scegliere: «fate allontanare i vostri figli da quel luogo», ha detto. Come da manuale del satrapo, di fronte all’incapacità di gestire il proprio sistema, il “sultano” Recep Tayyip Erdogan ha spolverato la più classica versione del “nemico esterno”: ne sarebbero convinti lui e i membri del suo partito, contro il potere turco è in atto un “complotto” pilotato dall’estero, che punta a destabilizzare un paese la cui forte crescita economica e politica “neo-ottomana” dà fastidio. In particolare, secondo Erdogan, sarebbero le “lobby finanziarie” al centro della cospirazione con l’intento di speculare sul debito turco. Ma, come nel più classico dei discorsi da “balcone” «alla fine li faremo pagare», promette. Insomma un «vincere e vinceremo»: sappiamo come è andata a finire.
LA STAMPA NEL MIRINO – E, come seguisse passo a passo lo schema del “manuale del satrapo”, Erdogan non manca di scagliarsi contro la stampa. Secondo il premier turco la colpa sarebbe anche della «stampa straniera, che mente e dà una visione distorta della protesta dei giovani», secondo il premier semplici «vandali» e «terroristi». L’altra parte della colpa ricade invece su non meglio precisate «potenze estere» tanto che, avverte, «i servizi segreti stanno indagando». E, come in un copione, “il sultano” ha duramente reagito all’ultima condanna, arrivata dall’Europa, quella dei deputati di Strasburgo, dicendo di «non riconoscere alcuna decisione sulla Turchia del Europarlamento». Una posizione curiosa da parte del leader di un paese candidato all’adesione all’Ue. La risoluzione dei deputati europei denuncia, fra l’altro, «l’uso sproporzionato ed eccessivo della forza», «le reazioni del governo turco e del premier Erdogan», la censura dei media turchi.
L’AUSTERITY CONTRO LA STAMPA – Come ad Istanbul, intanto, nella capitale dello storico nemico della Turchia, ad Atene, migliaia di persone scendono in piazza a difesa della tv pubblica. Le manifestazioni coincidono con lo sciopero generale indetto dai maggiori sindacati del Paese a sostegno dei circa 2.700 dipendenti dell’azienda radiotelevisiva statale Ert che martedì, con un decreto legge, il governo del premier conservatore Antonis Samaras ha deciso di chiudere per sostituirla con una più moderna, con meno personale e soprattutto più economica. Le politiche di austerity imposte dall’Europa a tutti i costi producono dunque i loro effetti. E lo fanno nel paese più debole, oggi, d’Europa. Un monito, e forse un presagio se si pensa che i media sono il cuore pulsante della democrazia, quell’anello di congiunzione tra classe politica e cittadini, quel guardiano delle libertà che, in Turchia si vuole mettere a tacere. Un servizio pubblico radiotelevisivo in un delicato momento per la Grecia, rischia di venir meno. Il messaggio che passa fa paura: sull’altare dell’austerity si può sacrificare anche l’informazione pubblica. Gli storici nemici, Grecia e Turchia, sono, oggi, due immagini con le quali l’Europa dovrà fare i conti.
Roberto Capocelli