Il regista di origini russe Eduard Tropol spiega a Trump perché Putin non vuole e non può fermarsi
C’è uno stretto legame tra le guerre – soprattutto le guerre perse – e le insurrezioni contro il potere in Russia. Lo sottolinea un regista di origine russa, ora cittadino israeliano, Eduard Tropol che in questi giorni ha preso metaforicamente carta e penna e ha scritto una lettera pubblica a Donald Trump, per spiegargli con ricchezza di particolari perché Vladimir Putin non solo non vuole ma neppure può aprire serie trattative di pace.
Putin non è un ignorante come certi palazzinari newyorkesi, conosce profondamente la storia russa e non nelle versioni edulcorate dei libri di scuola. La Russia non ha mai conosciuto lunghi periodi di libertà e dunque i cambi di regime e i tentativi di sovvertire i governi sono avvenuti sempre in maniera violenta.
Anche le guerre vinte hanno avuto un portato di insurrezione ricorda Tropol: “il ritorno delle truppe russe dall’Europa in Russia dopo la vittoria su Napoleone portò alla rivolta antizarista dei decabristi nel 1825” scrive a Trump, pensando che possa appassionarsi alla storia russa dell’Ottocento…
A maggior ragione le guerre perse si trasformano in rivoluzione: la sconfitta nel 1905 nella guerra russo-giapponese porta alla rivoluzione del 1905, il primo grande scossone all’autocrazia. La grande rivoluzione comunista del 1917 – culminata nella fucilazione della famiglia imperiale – è un portato del collasso militare di fronte alla pressione degli Imperi Centrali.
L’esempio da manuale di come un evento militare infausto abbia accelerato una radicale trasformazione politica è quello del ritiro dall’Afghanistan nel febbraio del 1989 che precede di pochi mesi la caduta del Muro di Berlino e la fine della occupazione russa dei paesi dell’Europa dell’Est.
Interessante il ragionamento che Tropol sviluppa riguardo al secondo dopoguerra: “Solo la possibilità di lasciare quasi l’intero suo esercito in Europa come truppe di occupazione nel maggio 1945 aiutò Stalin a evitare un colpo di stato post-bellico”. I soldati russo-sovietici rimasero a presidiare Berlino come guardie carcerarie dei tedeschi; si distribuirono tra i vari Stati satellite, creando un cemento di terrore nella tetra casa del “Patto di Varsavia”.
Da questi ripetuti precedenti storici emerge la necessità per Putin di tenere impegnate le forze che egli stesso ha evocato, mobilitandole dalle regioni più povere della Russia profonda e anche dalle patrie galere…
Nel 1989 i cinquecentomila soldati tornati dall’Afghanistan divennero banditi che terrorizzarono l’URSS in disfacimento. Si riesce allora ad intravedere cosa potrebbe succedere quando torneranno dal fronte un milione e mezzo di soldati abituati in quattro anni di Operazione Speciale a uccidere e a saccheggiare sistematicamente.
Putin ha mandato al fronte i criminali più efferati, i disperati disposti a inserirsi nelle micidiali ondate d’attacco per un ingaggio e un molto probabile “trattamento di fine rapporto” che nel contesto russo appaiono abbondanti. La gestione del dopoguerra in Russia rischia di essere più difficile da gestire che non il “fronte interno” durante la guerra. E questo Putin lo sa.
È interessante riportare anche la conclusione della lettera di Tropol. Il regista – ricordando anche il precedente della fine dell’impero sovietico – sottolinea che il modo più efficace per ridimensionare la Russia di Putin è quella di operare per fare in modo che il prezzo del petrolio scenda… Ora questa raccomandazione, se rivolta al re del “Drill! Drill! Drill!” (come dire: “Trivella a più non posso!”), suona come fortemente umoristica. Sarà una coincidenza ma anche l’ultima scriteriata operazione militare di Trump in Iran ha avuto come effetto proprio l’innalzamento stellare del prezzo del petrolio: guadagni stellari per i petrolieri e una ulteriore boccata di ossigeno per Putin.
Alfonso Piscitelli