Non c’è pace per i migranti che attraversano l’Europa. A sinistra si cerca di trattenerli, a destra di convincerli ad andarsene. Cambiano le ricette, non cambia la funzione politica: da una parte e dall’altra sono diventati strumenti di propaganda, materia prima dello scontro elettorale, simboli da agitare davanti a un elettorato sempre più impaurito e disorientato. Il problema è che, mentre si discute di princìpi, quasi nessuno sembra interessato alla sostanza. I migranti vengono trasformati in numeri, emergenze, minacce o vittime, secondo la convenienza del momento. A ridosso delle elezioni diventano addirittura una sorta di arma impropria da puntare contro l’avversario. Destra e Sinistra li tirano per la giacca, ciascuna per dimostrare che l’altra sbaglia. Nel frattempo, quelle persone restano lì: sospese, respinte, accolte, trasferite, rimpatriate o semplicemente dimenticate. È difficile non avere l’impressione che servano anche a coprire un vuoto. Perché discutere per l’ennesima volta di pochi migranti da rimandare indietro è molto più semplice che affrontare il declino del ceto medio, la perdita di potere d’acquisto, la crisi della produzione industriale, il costo dell’energia, la stagnazione dei salari e l’incertezza sul futuro. Questioni che richiederebbero competenza, tempo e soluzioni, non un insulto all’avversario o un titolo ad effetto. Così l’immigrazione diventa il grande palcoscenico della politica italiana ed europea. Ogni sbarco produce dichiarazioni, ogni rimpatrio diventa una vittoria, ogni decisione dei tribunali un pretesto per riaccendere la polemica. Si discute per giorni di numeri che, presi da soli, sembrano enormi o insignificanti a seconda di chi li racconta. Ma quasi mai si discute con la stessa intensità di come governare un fenomeno che, piaccia o no, continuerà a esistere. Non si tratta di negare i problemi legati all’immigrazione. Esistono e vanno affrontati con serietà: controllo delle frontiere, accordi con i Paesi di origine e di transito, tempi certi per le procedure, integrazione per chi ha diritto di restare e rimpatri effettivi per chi non ne ha diritto. Una politica seria dovrebbe riuscire a tenere insieme sicurezza e umanità, legalità e accoglienza, senza trasformare nessuno dei due termini in una bandiera ideologica. Invece prevale la semplificazione. La Destra tende a presentare il migrante come la causa di un disordine che ha origini molto più profonde; una parte della Sinistra rischia, all’opposto, di considerare ogni critica alle politiche migratorie come una manifestazione di intolleranza. Entrambe le posizioni finiscono così per parlare soprattutto al proprio elettorato. E il migrante? Rimane la comparsa involontaria di uno spettacolo che non ha scelto di interpretare. Forse sarebbe il momento di smettere di usarlo come bersaglio o come simbolo e cominciare a considerarlo per quello che è: una persona inserita, volente o nolente, dentro un fenomeno storico che nessun proclama elettorale può cancellare. Una persona che può avere diritti e doveri, che deve rispettare le nostre leggi e che, allo stesso tempo, non può essere privata della propria dignità. La politica dovrebbe governare l’immigrazione, non usarla. Dovrebbe spiegare ai cittadini che cosa intende fare, quanto costa, quali risultati si aspetta e in quali tempi. Soprattutto dovrebbe avere il coraggio di dire che non esistono soluzioni miracolose: né porti sempre aperti, né frontiere magicamente impermeabili. Ma forse è proprio questo il punto. Governare è difficile; indicare un nemico è facile. E così i migranti continuano a essere sbattuti da Destra a Sinistra e da Sinistra a Destra. Gli uni li usano per invocare frontiere più rigide, gli altri per denunciare il cinismo degli avversari. Nel gioco delle parti, però, c’è una cosa che scompare: la persona. Il migrante diventa un clandestino, il clandestino diventa un problema, il problema diventa uno slogan. E lo slogan diventa consenso. È questa la vera sconfitta: non soltanto quella di chi arriva sulle nostre coste o attraversa le nostre frontiere, ma quella di una politica che, quando non sa risolvere i problemi, preferisce trasformarli in spettacolo. E forse è proprio per questo che i migranti sono così utili alla politica: finché continueremo a parlare di loro come di un problema assoluto, potremo evitare di parlare dei problemi reali che riguardano tutti noi.
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