Alle suppletive del collegio uninominale 5 Reggio Calabria-Locri, 71 Comuni chiamati a scegliere il loro rappresentante alla Camera, ha vinto Fabio Roscioli. Ha ottenuto il 51,02% dei voti e, con il risultato delle urne, gli va riconosciuto ciò che la democrazia assegna a chi vince: il diritto di rappresentare quel collegio.
Ma proprio il suo successo apre una questione che va ben oltre il nome del vincitore. Una questione che riguarda il rapporto ormai sempre più fragile tra politica nazionale e territori. La domanda, infatti, non è se Roscioli abbia legittimamente vinto. La risposta è sì. La domanda è un’altra: quanto deve conoscere un candidato il territorio che si candida a rappresentare? Perché 71 Comuni non sono un numero scritto su una scheda elettorale.
Sono comunità, storie, problemi e aspettative differenti. Sono cittadini che ogni giorno si confrontano con strade, trasporti, sanità, scuole, lavoro, spopolamento, dissesto idrogeologico, servizi che non sempre arrivano e aree interne che rischiano di perdere pezzo dopo pezzo la propria popolazione. Sono realtà che non si possono imparare in poche settimane di campagna elettorale. La legge non stabilisce che un parlamentare debba risiedere nel collegio nel quale viene candidato. Ed è giusto ricordarlo.
Ma una cosa è la legittimità giuridica, altra cosa è la responsabilità politica. Perché rappresentare un territorio non significa soltanto sedere in Parlamento con il suo nome scritto accanto a quello del collegio. Significa conoscerne le esigenze, frequentarlo, ascoltare amministratori e cittadini e sapere distinguere un problema contingente da una difficoltà strutturale. E allora il problema, forse, non è Roscioli. I
l problema è il meccanismo con il quale vengono scelti i candidati. Da troppo tempo le segreterie dei partiti sembrano ragionare prima sui propri equilibri e soltanto dopo sul territorio. Si scelgono persone che devono vincere per la coalizione, non necessariamente persone che il territorio avrebbe scelto per essere rappresentato. Il simbolo diventa più importante del nome, l’appartenenza più importante della conoscenza dei luoghi. Poi, quando Roma appare lontana, quando arrivano i tagli, quando un’infrastruttura resta incompiuta, quando un ospedale perde servizi, quando un piccolo Comune si svuota, ci si lamenta perché la politica nazionale non ascolta. Ma chi abbiamo mandato a Roma?
E soprattutto: quanto abbiamo contribuito noi stessi a scegliere quella persona? È una domanda che riguarda tutti, non soltanto i partiti. Perché anche gli elettori hanno una responsabilità. Troppo spesso votiamo una squadra nazionale, un leader, un simbolo, una coalizione. E ci dimentichiamo che, dietro quel simbolo, c’è una persona che dovrebbe rappresentare concretamente il nostro territorio. Forse dovremmo pretendere qualcosa di più. Prima del voto, il candidato dovrebbe sedersi davanti agli elettori e rispondere a domande semplici: conosci i nostri Comuni? Sai quali sono le loro emergenze? Conosci i sindaci? Hai parlato con gli operatori sanitari, con gli imprenditori, con gli agricoltori, con i giovani che stanno pensando di andarsene? Sai perché un ragazzo dovrebbe scegliere di restare qui invece di cercare fortuna altrove? Non servono promesse miracolose. Servono conoscenza e presenza.
E proprio per questo, nella discussione sulla prossima legge elettorale, sarebbe necessario mettere al centro anche questo tema. Non soltanto formule, collegi, premi e soglie. Ma il diritto degli elettori di conoscere davvero chi stanno mandando in Parlamento e, soprattutto, di avere un peso reale nella scelta dei candidati. In questo ragionamento dovrebbero entrare anche i sindaci. Sono loro, più di chiunque altro, a conoscere quotidianamente i problemi delle comunità. Sono loro che ricevono le telefonate dei cittadini, che devono trovare i soldi per una strada, affrontare un’emergenza, garantire un servizio, difendere una scuola o cercare di impedire che un paese muoia lentamente.
Coinvolgerli non significherebbe consegnare ai sindaci la scelta dei parlamentari. Significherebbe, semplicemente, riconoscere che chi amministra un territorio può contribuire a descriverne meglio le necessità. Il caso Roscioli, dunque, dovrebbe diventare un caso di scuola. Non per mettere in discussione il risultato delle urne, che va rispettato, ma per aprire una riflessione sul modo in cui arriviamo a quel risultato. Perché c’è una differenza enorme tra vincere un collegio e rappresentarlo.
La prima cosa la decidono i voti. La seconda si conquista giorno dopo giorno. E se davvero vogliamo smettere di lamentarci perché Roma non conosce i nostri problemi, forse dovremmo cominciare a pretendere che chi ci rappresenta li conosca prima ancora di essere eletto. Altrimenti continueremo a eleggere parlamentari per un territorio che, per loro, rischia di essere soltanto un collegio sulla carta. E un territorio non è una casella elettorale. È una comunità.