L'editoriale

Il centrosinistra non perda il Paese che aveva imparato ad ascoltare

C’è un pezzo di Paese che il centrosinistra rischia di non vedere più. Non è necessariamente diventato di destra. Non ha improvvisamente cambiato valori, idee, sensibilità. Semplicemente, si è impoverito. Ha perso potere d’acquisto, certezze, prospettive. E, soprattutto, ha cominciato a sentirsi solo. È il ceto medio impoverito.

Quello che un tempo guardava al centrosinistra come alla propria casa politica e che oggi, invece, sempre più spesso si domanda se quella casa esista ancora. Il paradosso è che il centrosinistra sembra avere tutte le carte per governare. Competenze, relazioni internazionali, esperienza, cultura politica, figure istituzionali di grande autorevolezza.

Una tradizione consolidata e una classe dirigente che, almeno sulla carta, non dovrebbe avere bisogno di dimostrare di essere all’altezza del governo del Paese. Eppure governare non significa soltanto conoscere la geopolitica, parlare con Bruxelles o spiegare le dinamiche dell’economia internazionale.

Significa anche capire perché una famiglia, entrando in un ospedale, possa sentirsi messa da parte. Perché un genitore possa vivere con disagio il fatto che a scuola si debba dedicare particolare attenzione all’integrazione linguistica di un bambino straniero mentre suo figlio fatica. Perché, davanti a un fatto di cronaca terribile, quella stessa famiglia possa avere bisogno prima di tutto di sentirsi dire che la sua paura viene vista e ascoltata.

Non è necessariamente un ragionamento giusto. Non è necessariamente razionale. Ma è un ragionamento reale. E la politica, prima ancora di correggere le percezioni, dovrebbe avere la capacità di comprenderle. Il problema dell’immigrazione, per esempio, non può essere affrontato soltanto attraverso la lente della solidarietà o della geopolitica. Esiste anche la vita quotidiana di chi sente di avere sempre meno risorse. Inflazione, perdita del potere d’acquisto, servizi che sembrano insufficienti, futuro dei figli sempre più incerto.

Quando una persona ha la sensazione che ciò che possiede si stia restringendo, tende inevitabilmente a guardare con maggiore attenzione a chi percepisce come destinatario di risorse, attenzioni o opportunità. È umano. Ed è politicamente rilevante. Per questo liquidare quelle paure come ignoranza, egoismo o arretratezza sarebbe un errore.

Il centrosinistra non deve necessariamente cambiare i propri valori. Deve forse tornare a parlare con chi quei valori non li riconosce più come propri. Perché nel frattempo la destra ha capito qualcosa. Ha capito che esiste un vuoto. E lo riempie. Lo fa anche quando propone provvedimenti che il centrosinistra considera sbagliati o insufficienti. Il tema del bollo, per esempio, può essere discusso in termini tecnici, economici e di bilancio. Ma per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, quei 200 euro possono essere percepiti semplicemente come 15 euro al mese. Non è la stessa cosa per tutti. Ma non è nemmeno niente. Lo stesso vale per la scuola, per la sicurezza, per l’immigrazione. E persino davanti a un dramma come uno stupro, una risposta come “anche gli italiani stuprano” può essere formalmente corretta e politicamente devastante.

Perché chi ha paura non sta chiedendo una statistica. Sta chiedendo di essere ascoltato. È qui che il centrosinistra rischia di smarrire il proprio popolo. Non perché abbia necessariamente scelto valori sbagliati, ma perché rischia di parlare a un Paese diverso da quello che vuole rappresentare. E allora accade qualcosa di pericoloso: mentre il centrosinistra spiega al centrodestra come dovrebbe governare, il centrodestra parla a quelle persone che il centrosinistra non riesce più a raggiungere. Mentre uno spiega, l’altro ascolta. O almeno dà l’impressione di farlo. È questa la vera sfida del Campo Largo: non soltanto costruire un’alleanza tra partiti, ma ricostruire un rapporto con una parte del Paese.

Per farlo non bastano i talk show. Non bastano i leader. Non bastano i social. Servono le piazze, i quartieri, i mercati, le periferie, i luoghi di lavoro. Servono conversazioni nelle quali non si vada per convincere qualcuno, ma per capire che cosa gli sta accadendo. Il centrosinistra lo faceva un tempo. Forse dovrebbe ricominciare. Perché c’è una parte del Paese che non chiede grandi teorie economiche né lezioni di geopolitica.

Chiede cose terribilmente semplici: arrivare alla fine del mese, mandare i figli a scuola, trovare posto in ospedale, sentirsi sicura, avere la sensazione che lo Stato si accorga anche di lei. Vuole vivere, possibilmente, senza ulteriori rotture di coglioni. E forse è proprio qui che si trova il punto. Non è necessariamente giusto pensare che qualcun altro venga sempre prima. Non è necessariamente razionale trasformare la propria frustrazione in voto. Ma se una parte crescente del Paese sente questo, ignorarlo non farà scomparire quella sensazione.

Anzi. La consegnerà a qualcun altro. Queste persone non possono permettersi di salire su una barca, attraversare il Mediterraneo e andare a protestare per Gaza. Vorrebbero, forse, che qualcuno protestasse anche per loro. La destra, strumentalmente, sembra averlo capito.

Il centrosinistra, invece, rischia ancora di non aver capito che, prima di perdere le elezioni, si possono perdere le persone. E quando le persone smettono di sentirsi rappresentate, recuperarle non è affatto semplice.