Un capitale produttivo spesso inefficiente o comunque non in grado di essere competitivo in seno all’economia legale. Eppure, a volte, anche le imprese confiscate alla criminalità organizzata potrebbero generare ricchezza e sana occupazione se ben riconvertite e gestite con oculatezza. Di solito, quando si parla di beni mafiosi, si pensa soprattutto a ville, terreni, auto, gioielli, yacht o valori mobiliari. Tuttavia, le aziende sequestrate dallo Stato perché sostenute in prevalenza da capitali malavitosi sono ben 1.524 al primo febbraio, di cui 561 in Sicilia, 317 in Campania e 205 in Lombardia, a dimostrazione che le mafie vanno sempre più spesso al Nord per «ripulire» i proventi dell’economia illegale.
IL FARDELLO BUROCRATICO – Purtroppo, tra esse, solo l’11% è oggi attivo. Mentre le altre sono state liquidate, hanno chiuso o stanno per chiudere. I dati arrivano dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc). E testimoniano la farraginosità (e gli intoppi) di un sistema burocratico che passa per il sequestro, la confisca, la gestione dello Stato e poi l’eventuale vendita o l’assegnazione agli enti locali che possono quindi rigirare l’asset produttivo a cooperative e soggetti privati in regime di concessione. Risultato? Migliaia di posti di lavoro che si perdono, immobili che si deteriorano, macchinari che vanno al macero. Una sconfitta per lo Stato e una vittoria simbolica per la criminalità organizzata che può vantarsi di essere l’unico volano di sviluppo (patologico) in certi territori del Paese.
POCHISSIME VEDONO REVOCARSI LA CONFISCA – Le tabelle parlano chiaro: su più di 1.500 imprese strappate alla criminalità organizzata, oltre mille sono ancora gestite dall’Agenzia e solo 462 sono state vendute. Tra queste ultime, però, oltre 270 sono state cancellate dal Rea e circa 130 sono state liquidate. Poco più di una decina si sono viste invece revocare la confisca. Complessivamente, per oltre 370 la situazione è in divenire. Quasi il 50% è rappresentato da Srl, mentre per il resto prevale la forma giuridica dell’impresa individuale, della Società in accomandita semplice o in nome collettivo. I settori più coinvolti, invece, sono l’edilizia e il commercio, seguiti dall’alberghiero e dalla ristorazione. Attività nate in gran parte come copertura per riciclare danaro sporco, dapprima inquinano il mercato operando in regime di concorrenza sleale e poi, una volta confiscate, si trasformano presto in gusci vuoti e fatiscenti per colpa del prosciugarsi delle commesse e per il venir meno del sostegno bancario.
LE MISURE DA PRENDERE – La sfida è quella di rivitalizzarle, quando possibile, creando le condizioni perché possano operare nella legalità e nel mercato. Qualcuno chiede di destinare alle riconversioni parte delle risorse sequestrate agli stessi mafiosi e che oggi finiscono nel Fondo unico giustizia. In più, andrebbe agevolato l’accesso al credito in modo speculare e parallelo a quanto il governo Monti vuole realizzare con il rating antimafia in favore delle imprese sane che denunciano le pressioni malavitose. Palazzo Chigi aveva pensato bene di affidare a cooperative under 35 i beni immobili confiscati alla mafia idonei agli scopi turistici. L’errore, però, è stato quello di prevedere una concessione a titolo oneroso, quando invece lo stesso Codice antimafia contempla un comodato d’uso gratuito. E come dimenticare la questione delle scarse risorse umane e finanziarie a disposizione dell’Anbsc? Bisogna darsi da fare e prendere spunto dai casi a lieto fine come quello della «Calcestruzzi Ericina», confiscata nel 2000 al boss trapanese Vincenzo Virga e data in concessione nel 2009, per 20 anni a titolo gratuito, in favore dei 14 dipendenti che intanto avevano costituito la coop «Calcestruzzi Ericina Libera». Dal male può nascere il bene, basta avere un po’ di coraggio.