Opinioni e commenti

Il dovere socialista e riformista contro l’antisemitismo: la laicità dello stato non è indifferenza

La mancata approvazione del disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel calendario dei lavori parlamentari, ma apre una ferita profonda nella cultura politica e civile del nostro Paese.

Per chi si riconosce nella storica tradizione del riformismo laico e del socialismo democratico, questo vuoto normativo e culturale non può essere accettato con rassegnazione. La difesa delle minoranze, la lotta a ogni forma di discriminazione e la costruzione di una società inclusiva sono da sempre i capisaldi di una visione che mette al centro il pieno sviluppo della persona umana, senza distinzioni di razza, di fede o di origine.

Nelle aule parlamentari si è consumato un errore di prospettiva. Il principio di laicità dello Stato, pilastro insostituibile di una Repubblica moderna, viene troppo spesso interpretato come una gelida e passiva neutralità burocratica. Si tende a confondere la laicità con l’equidistanza, quasi che lo Stato debba limitarsi a osservare dall’alto le dinamiche sociali, senza intervenire. Ma la vera laicità, quella che affonda le sue radici nelle grandi battaglie civili della nostra storia, è un impegno attivo. Significa rimuovere attivamente gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini. Significa garantire uno spazio pubblico plurale, in cui la diversità sia un valore protetto e non un bersaglio.

Quando una minoranza specifica si ritrova al centro di una tempesta d’odio, quando il pregiudizio antiebraico riaffiora con virulenza nelle piazze, nelle università e nelle piattaforme digitali, lo Stato ha il dovere politico e morale di rispondere. Di fronte a discriminazioni fortissime e repentine, la neutralità istituzionale cessa di essere una garanzia di imparzialità e rischia di trasformarsi in una colpevole complicità. Non si tratta di concedere tutele di favore o di istituire anacronistici privilegi storici.

Al contrario, l’adozione di norme mirate risponde alla necessità di ripristinare quell’uguaglianza sostanziale che l’intolleranza sta tentando di scardinare giorno dopo giorno. Tutelare in modo specifico chi è maggiormente esposto all’aggressione verbale e fisica significa difendere la libertà di tutti i cittadini, perché la democrazia è un corpo unico: se viene colpita una minoranza, l’intero organismo sociale si ammala. Purtroppo, le divisioni ideologiche e i tatticismi di schieramento hanno prevalso sulla difesa della dignità umana. È inaccettabile che la geopolitica o le contingenze internazionali vengano strumentalizzate per giustificare o, peggio, sdoganare la retorica dell’odio antisemita. La distinzione tra la legittima critica alle politiche di qualsiasi governo e la colpevolizzazione collettiva di un popolo deve rimanere netta e invalicabile. Su questo punto, il mondo progressista e laico ha l’obbligo storico di non arretrare di un millimetro, rifiutando ogni ambiguità.

La bocciatura del ddl antisemitismo deve quindi suonare come una chiamata alla mobilitazione per tutte le forze laiche, socialiste e riformiste. Non basta indignarsi di fronte agli episodi di cronaca; occorrono risposte strutturali. Se le istituzioni abdicano al proprio ruolo di argine normativo e culturale, tocca alla società civile e alle forze politiche più avanzate riprendere in mano la bandiera dei diritti civili. È necessario moltiplicare gli sforzi educativi nelle scuole, promuovere il dibattito pubblico e pretendere che la politica ritrovi il coraggio di una sintesi alta.

Lo Stato laico deve riscoprire le proprie prerogative originarie: vigilare con fermezza, educare con costanza e sanzionare con severità, riaffermando che nella nostra Repubblica pluralista nessuna comunità sarà mai lasciata sola davanti al pregiudizio.

Raffaele Amendola