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Il Garante della privacy lancia l’allarme. Pisani (Portavoce Psi): «Sulle intercettazioni trovare equilibrio tra diritto di cronaca e dignità della persona»

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Garante privacy-documentoSocial network, telemarketing invasivo, tutela dei minori, cyber bullismo. E anche smartphone, tablet, intercettazioni. Sono queste le principali tematiche/problematiche che il Garante per la protezione dei dati personali – l’autorità amministrativa indipendente istituita dalla cosiddetta legge sulla privacy, la numero 675 del 31 dicembre 1996 – ha dovuto affrontare nel 2012, come viene rilevato nella relazione presentata ieri alla Camera dei Deputati dall’Autorità. 4mila richieste di intervento per la protezione della privacy da parte dei cittadini tra quesiti, reclami e segnalazioni, 395 ispezioni e un aumento consistente delle violazioni amministrative contestate. Questi alcuni dei numeri rilevati e contenuti nel lungo documento, dopo un anno di intenso lavoro, in cui vengono inoltre indicate «le prospettive di azione verso le quali occorre muoversi nell’obiettivo di costruire una autentica ed effettiva protezione dei dati personali, in particolare riguardo all’uso delle nuove forme di comunicazione e dei nuovi sistemi tecnologici». A tal proposito Antonello Soro, presidente dell’Autorità Garante ha puntato il dito contro Facebook, Google, Amazon e gli altri colossi della rete «il cui potere non può essere più ignorato». Avanti! ha intervistato Maria Pisani, portavoce del Partito socialista italiano, secondo cui «bisogna individuare il punto di equilibrio tra il diritto alla riservatezza e quello alla trasparenza».

Pisani, il presidente Soro ha lanciato un mònito contro i colossi della Rete, accusandoli di ledere i pilastri della privacy, e definendoli «sempre più intermediari esclusivi tra produttori e consumatori».

Il punto di partenza è quello di garantire il rafforzamento della privacy a partire dal web, come ha giustamente osservato il Garante nella sua relazione annuale. Per questo si deve pretendere una maggiore trasparenza nell’utilizzo dei nostri dati, evitando che questi diventino di proprietà di chi li raccoglie. E infatti la protezione e la riservatezza dei nostri dati e la trasparenza nella loro gestione non sono concetti diversi o opposti: soltanto attraverso un loro utilizzo complementare sarà possibile raggiungere il traguardo atteso.

Pochi giorni fa negli Usa è scoppiato “Datagate”, lo scandalo delle telefonate spiate di milioni di clienti nell’ambito della lotta al terrorismo da parte di una compagnia telefonica, secondo cui l’intercettazione «è uno strumento essenziale». Soro ha annunciato che saranno adottati provvedimenti sul delicato tema. 

È importante trovare l’equilibrio tra il fondamentale diritto di cronaca e la dignità della persona coinvolta nell’intercettazione. L’intercettazione è un’importante risorsa investigativa e, in quanto tale, va gestita con la giusta cautela. Il suo utilizzo non corretto potrebbe danneggiare non solo l’esito delle indagini, ma anche violare la dignità di soggetti interessati. È necessario dunque attribuire al diritto alla riservatezza lo stesso identico valore del diritto di cronaca. La pretesa di proteggere la democrazia non può infatti passare attraverso la compressione delle libertà fondamentali dei cittadini.

In Italia il mondo del giornalismo è fortemente regolamentato. Basti pensare ai recenti casi Sallusti e Mulè sul reato di diffamazione a mezzo stampa. Ieri Soro ha avvisato che non è più possibile «essere indulgenti con la violenza verbale presente nella Rete». Per quanto concerne i social network e gli aggregatori di notizie infatti la normativa è ambigua.

La norme di diritto ci sono. Il problema è che vanno estese e applicate anche sulla Rete. Ciò non significa censurare le forme d’espressione, ma tutelare tutti gli utenti dalla violenza anche sul web. I blog, i social network, per esempio, incitano spesso all’odio, alla discriminazione e alla violenza contro gli utenti che si ritrovano all’interno della Rete, sprovvista di una regolamentazione. È giusto dunque evitare che da un importante strumento di democrazia la Rete diventi un mare magnum ove si possano impunemente violare i diritti. Su questo tema si è recentemente discusso in Europa.

Qual è stata l’occasione?

Lo scorso marzo, il Dipartimento della Gioventù del Consiglio d’Europa ha lanciato una campagna di sensibilizzazione e mobilitazione online contro l’impiego dei discorsi di odio nella Rete (il “No hate speech movement”), il cui scopo è quello di diffondere maggiore consapevolezza sul fenomeno dell'”hate speech online”, e di informare sui rischi che esso comporta nei confronti della democrazia e dei giovani, che rappresentano la fascia più esposta. Ma anche la più debole.

Silvia Sequi