Economia

SVIMEZ, il Mezzogiorno
è sempre più indietro

Mezzogiorno Italia

Mezzogiorno ItaliaL’Italia è troppo diseguale per crescere. Lo dice l’ultimo rapporto presentato a Roma dalla Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. E, come spesso accade, all’allarme segue l’appello: bisogna tornare a crescere subito rilanciando una nuova politica industriale che punti proprio sul Sud per recuperare la competitività perduta del nostro Paese. Appello che corre il rischio di cadere inascoltato, come le migliaia che si sono succeduti in decine di anni, inascoltati.

Occorre, è il suggerimento offerto successivamente alla presentazione del rapporto dal Direttore Svimez, Riccardo Padovani, rimettere al centro della politica economica il Mezzogiorno valorizzando le risorse che si hanno, con una maggiore settorializzazione e specializzazione, soprattutto in settori “forti” quali il manifatturiero, puntando sulla digitalizzazione e sull’informatizzazione. Altrimenti si rischia di perdere importanti risorse nostrane, con una fuga di cervelli diventata rilevante per i trentenni ed ultra 35enni che, dapprima, emigrano al Nord e successivamente all’estero, per trovare uno spazio su un mercato del lavoro in cui le diseguaglianze sono nette. Non venendo garantiti equità e possibilità di crescita e formazione, visti i tassi basti di investimento che caratterizzano il Mezzogiorno, aumenta conseguentemente l’incidenza della povertà. Anche famiglie di ceto medio o addirittura medio-alto, dunque, sono esposte a consistente rischio povertà. Si innesca, così, un circolo vizioso, una vera e propria spirale: meno investimenti, meno lavoro, meno consumi, meno produzione, meno ricchezza. Tutti i dati, infatti, risultano negativi ad evidenziare un grosso ritardo dell’Italia rispetto all’Europa causato da un fragilità strutturale del sistema Paese in cui c’è scarsa capacità innovativa.

Così come occorrerebbe una riqualificazione soprattutto dell’industria edile e dell’edilizia, creando dei veri e propri “casi tipo” e prototipi di avanguardia, con modelli che possano diventare esempi da esportare nel mondo. Ad esempio una Regione interamente carbon-free. Secondo gli organizzatori del convegno, dunque, c’è bisogno di fare rete in modo operativo, di essere più incisivi, fattivamente, fornendo idee, ma soprattutto progetti concreti in tempi rapidi. Per lavorare nell’ottica di un’internazionalizzazione che rappresenta la salvezza per l’Italia, come auspicato dal ministro della Coesione territoriale Carlo Trigilia.

Per far ciò, però, si deve mettere in atto uno sviluppo sostenibile, in linea coi cambiamenti anche a livello europeo. L’Europa non può e non deve essere vissuta come una gabbia, ma occorre pretendere lo sblocco dei Fondi strutturali europei, per poi usarli bene; in Italia si spreca molto e questo è un male, ma soprattutto, ciò che è più controproducente è l’assenza di una strategia d’azione, che permetta quella capacità di coordinamento che garantisce, specialmente all’interno dell’Europa, ma anche a livello nazionale, il rispetto delle esigenze di tutti e delle contingenze più o meno locali. La globalizzazione ha annullato ogni primato del made in Italy, che è da rimodernizzare ed innovare affinché torni a prendere piede ed a farsi largo, ad essere competitivo, battendo la concorrenza sulla qualità. Si deve agire con l’intenzione di fare poche cose, ma bene, scegliendo 3-4 grandi obiettivi da realizzare, a cui destinare i fondi economici, e da portare a termine.

Tale metodo richiede molto controllo, una verifica che può venire da un organo quale l’Agenzia per la coesione centrale nazionale, che monitori quotidianamente, accompagnando, assistendo e sostenendo le politiche industriali locali. L’efficienza deriva anche dalla presa di responsabilità da parte del Governo, che deve esser in grado di offrire servizi di qualità. Pertanto, azzarda Trigilia, «si devono mettere sanzioni a carico di chi amministra e non dei cittadini, come accade ingiustamente, perché ciò andrebbe ad incidere su un fattore importante che è la selezione della classe dirigente che controlla e garantisce, in modo da evitare che la moneta cattiva cacci quella buona».

Non bisogna dimenticare, ricorda il consigliere Giorgio La Malfa, che molte imprese chiudono. Il rapporto stilato dall’omonima fondazione mostra che nel 2008 erano 4.200 le imprese di medie dimensioni in Italia, di cui 347 (8%) nel Mezzogiorno, concentrate in Abruzzo, Campania e Puglia. Nel 2009 sono scese a 2500 a livello nazionale e a 278 (da 347) nel Mezzogiorno. Quest’ultime nel 2008 avevano assunto 42.000 dipendenti, che sono diventati 35.000 nel 2009. Si perdono centinaia di migliaia di posti di lavoro. Soprattutto di giovani. Mentre, spiega Vendola, «per il rinnovo culturale e per uscire dalla crisi c’è bisogno, anche e soprattutto in politica, di un’osmosi culturale, di un cambio generazionale, introducendo sempre più giovani nel mercato del lavoro».

E soprattutto di uscire da una politica di austerity per riequilibrare le risorse (soprattutto tra Nord e Sud) in modo da garantire livelli di prestazione alti nei servizi nazionali, ridefinendo il Welfare sulla base di quanto fece Blair nel Regno Unito, suggerisce Caldoro.

In tutti i settori. Pertanto servono, precisa Luigi Paganetto (dell’Università di Tor Vergata), politiche di lungo termine. E soprattutto gestire con oculatezza i finanziamenti, avverte Marco Magnani di Banca d’Italia. Il Sud soffre degli stessi mali dell’Italia, ma in misura superiore; infatti la crisi localizzata nel Meridione si è ripercossa anche a livello nazionale. Meno tasse e più risparmi per investire meglio potrebbe servire a superrare l’empasse.

Barbara Conti