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Il Midas e la necessità di una nuova svolta

  • L'intervento integrale di Bobo Craxi

Per chi conosce la storia del socialismo italiano, il Midas non è soltanto un albergo o una sede congressuale. È un simbolo. È il luogo in cui, nel luglio del 1976, il Partito Socialista decise di interrompere una lunga fase della propria storia e di intraprendere un cammino nuovo. Qui maturò quella che sarebbe passata alla storia come la “svolta del Midas”, l’evento che portò all’elezione di mio padre alla segreteria del PSI e aprì una stagione destinata a modificare profondamente il socialismo italiano e l’intero sistema politico nazionale.

È utile ricordare il contesto. Il PSI usciva da una pesante sconfitta elettorale, appariva privo di una prospettiva autonoma e schiacciato tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Molti ritenevano che il suo declino fosse inevitabile. Eppure proprio da una situazione di difficoltà nacque la capacità di immaginare un nuovo percorso. Una generazione di dirigenti comprese che non era sufficiente amministrare l’esistente. Occorreva ripensare l’identità socialista, recuperare autonomia culturale e politica, aprire una nuova fase.

Naturalmente nessuna stagione storica può essere semplicemente riprodotta. Le sfide del XXI secolo sono profondamente diverse da quelle degli anni Settanta. Tuttavia la lezione del Midas conserva un significato che va oltre le vicende di allora.

La politica ritrova la propria funzione quando ha il coraggio di interpretare il cambiamento prima degli altri.

Nel 1976 il problema era comprendere la crisi della società industriale e della Prima Repubblica. Oggi il problema è comprendere la rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, la globalizzazione tecnologica, la trasformazione del lavoro, la crisi delle democrazie rappresentative e l’emergere di nuovi equilibri geopolitici.

Anche oggi, come allora, il rischio maggiore è l’irrilevanza.

Ed è per questo che siamo qui.

Non per celebrare una storia passata. Non per coltivare una nostalgia. Ma per domandarci se esista ancora la capacità di compiere una nuova svolta.

Se il Midas del 1976 segnò l’inizio di una nuova stagione del socialismo italiano, il compito che abbiamo davanti è comprendere quale possa essere il socialismo del XXI secolo.

Un socialismo capace di parlare al lavoro che cambia, alla rivoluzione digitale, alla libertà individuale, alla giustizia sociale, all’impresa, all’Europa e alla democrazia.

Un socialismo che non guardi indietro, ma sappia indicare una direzione per il futuro.
viviamo un passaggio storico che presenta analogie profonde con quelli che, nel secolo scorso, hanno accompagnato la nascita della società industriale, la costruzione dello Stato sociale e la globalizzazione. Ancora una volta il mondo sta cambiando radicalmente. Cambiano l’economia, il lavoro, la comunicazione, i rapporti di potere, le forme della conoscenza e perfino il modo in cui gli individui costruiscono la propria identità.
Di fronte a trasformazioni di questa portata la politica sembra spesso smarrita. Le categorie del Novecento faticano a interpretare il presente. I partiti rincorrono gli eventi, i leader si consumano nel ciclo incessante della comunicazione e le appartenenze tradizionali si dissolvono. La sensazione diffusa è che la politica abbia perso la capacità di guidare il cambiamento e si limiti ad amministrarne gli effetti.
È proprio in questo contesto che si pone una domanda decisiva: chi rappresenta oggi la sinistra?

Per oltre un secolo la sinistra ha rappresentato il mondo del lavoro, le classi popolari, i ceti medi emergenti, coloro che chiedevano maggiore giustizia sociale e più opportunità. Oggi quei soggetti esistono ancora, ma sono profondamente cambiati. Il lavoratore della grande fabbrica non è più il simbolo esclusivo della produzione della ricchezza. Accanto a lui troviamo professionisti della conoscenza, lavoratori autonomi, operatori delle piattaforme digitali, giovani precari, imprenditori innovativi, ricercatori, tecnici altamente qualificati.
La sinistra rischia di perdere il proprio popolo quando continua a rappresentare una società che non esiste più. Per ritrovare la propria funzione storica deve tornare a comprendere la realtà concreta e non quella immaginata.
Qual è allora l’elemento che più di ogni altro sta modificando il mondo?

La risposta è semplice: la rivoluzione digitale.
L’intelligenza artificiale, la robotica, le reti globali, le piattaforme digitali e l’automazione stanno producendo una trasformazione più profonda di quella industriale. Stanno cambiando simultaneamente il lavoro, l’informazione, l’educazione, la ricerca scientifica, la produzione culturale e perfino il funzionamento delle istituzioni democratiche.
La questione decisiva del nostro tempo non è soltanto la distribuzione della ricchezza. È la distribuzione della conoscenza, dell’informazione e del potere generato dalle infrastrutture digitali.

Se il socialismo nacque per affrontare le conseguenze della rivoluzione industriale, un nuovo socialismo deve nascere per affrontare le conseguenze della rivoluzione digitale.
Per questo dobbiamo sviluppare una nuova interpretazione del cambiamento.

Troppo spesso assistiamo a due errori opposti. Da una parte vi sono coloro che considerano ogni innovazione come una minaccia. Dall’altra vi sono coloro che immaginano che il progresso tecnologico produca automaticamente progresso sociale.
Entrambe le posizioni sono sbagliate.
La tecnologia non è né buona né cattiva. È una forza che può ampliare le libertà o accrescere le disuguaglianze. Dipende dalle istituzioni, dalle regole e dalla visione politica che sapremo costruire.
Da qui derivano tre grandi sfide.
La prima riguarda la rivoluzione digitale, l’ecologia e il lavoro.

L’automazione eliminerà molte professioni e ne creerà altre. I robot entreranno progressivamente nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi e nelle nostre case. Non possiamo affrontare questa trasformazione con gli strumenti culturali del Novecento.
Il lavoro resterà centrale, ma cambierà natura. La politica dovrà investire massicciamente nella formazione permanente, nell’aggiornamento professionale, nella ricerca e nell’innovazione.
Allo stesso tempo, la transizione ecologica non può essere affrontata come una religione civile fatta di divieti e sensi di colpa. Deve diventare un grande progetto di innovazione tecnologica, sviluppo industriale e crescita sostenibile.

Un socialismo moderno non deve scegliere tra ambiente e sviluppo. Deve costruire le condizioni per tenerli insieme.
La seconda sfida riguarda democrazia, eguaglianza e sovranità.
La democrazia contemporanea è attraversata da una crisi profonda. Le piattaforme digitali influenzano il dibattito pubblico. Le informazioni circolano a velocità senza precedenti. L’emozione prevale spesso sulla riflessione. La politica viene sostituita dalla comunicazione permanente.

Il populismo nasce anche da qui: dalla perdita di fiducia nelle istituzioni e dalla percezione che le decisioni vengano prese altrove.
Dobbiamo riaffermare il valore della democrazia rappresentativa senza rinunciare alla partecipazione. Dobbiamo difendere le libertà individuali senza indebolire la coesione sociale. Dobbiamo costruire un’Europa più forte e più autorevole, capace di esercitare una sovranità democratica nell’età delle grandi potenze continentali.
La terza sfida riguarda i nuovi diritti, la sicurezza e l’immigrazione.
La sinistra ha sempre avuto una vocazione universalistica. Proprio per questo deve evitare la frammentazione identitaria che ha caratterizzato una parte del progressismo americano.
Una politica riformista non può dividere la società in una molteplicità di gruppi e minoranze in competizione tra loro. Deve invece costruire ciò che unisce.

I diritti sono fondamentali perché appartengono alla persona in quanto tale, non perché derivano dall’appartenenza a una particolare identità.
Allo stesso modo, sicurezza e immigrazione non possono essere lasciate alla destra. Una società aperta ha il dovere di accogliere, ma anche quello di governare i flussi migratori, contrastare l’illegalità e favorire l’integrazione.
Non esiste inclusione senza regole. Non esiste solidarietà senza responsabilità.
Tutto questo ci porta a una questione centrale: il rapporto tra merito e bisogno.
Per troppo tempo la politica ha contrapposto questi due principi.
È un errore.
Una società giusta deve sostenere chi si trova in difficoltà e allo stesso tempo valorizzare il talento, l’impegno, il merito e l’innovazione.
L’eguaglianza non consiste nel rendere tutti uguali. Consiste nel garantire a tutti la possibilità di sviluppare le proprie capacità.
Per questa ragione il nuovo socialismo deve abbandonare una visione esclusivamente redistributiva.
La redistribuzione è necessaria, ma da sola non basta.
Prima bisogna creare ricchezza, crescita, investimenti, innovazione e sviluppo. Solo una società dinamica può finanziare una società più giusta.
Da questo punto di vista il rapporto tra pubblico e privato va ripensato.
Lo Stato deve tornare a svolgere una funzione strategica, orientando gli investimenti, sostenendo la ricerca, rafforzando l’istruzione e garantendo la concorrenza.

Ma non può sostituirsi all’impresa.
L’impresa non è un avversario della giustizia sociale. È una delle condizioni necessarie per realizzarla.
Per questo un nuovo socialismo deve tornare a dialogare con il mondo della produzione, delle professioni, dell’innovazione e della ricerca.
È qui che si apre il tema del campo riformista.
Esiste nel Paese una vasta area di cittadini che non si riconosce né nel populismo né nel conservatorismo. Un’area che crede nella democrazia liberale, nell’Europa, nell’economia sociale di mercato, nella giustizia sociale e nelle libertà individuali.
Questa area esiste, ma non trova ancora una rappresentanza adeguata.
L’anomalia del Partito Democratico consiste nell’aver tentato per anni di tenere insieme culture politiche profondamente diverse senza riuscire a elaborare una sintesi convincente per il XXI secolo.

La questione non è polemizzare con il PD. La questione è costruire qualcosa che oggi manca.
Un grande spazio riformista capace di parlare al lavoro, all’impresa, ai giovani, alla cultura, all’innovazione e ai territori.
Questo lavoro non può essere soltanto il risultato di accordi tra dirigenti.

Bisogna partire dal basso.
Dalle associazioni, dai comuni, dai sindacati, dal volontariato, dalle professioni, dalle università, dalle imprese, dalle comunità locali.
Bisogna ricostruire luoghi di partecipazione reale.
Perché il problema più profondo della politica contemporanea è che molti partiti hanno perso le proprie radici, la propria identità e la propria funzione educativa.
Il socialismo, al contrario, è stato storicamente una grande comunità morale e civile prima ancora che una semplice organizzazione politica.
Ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire.

Dalla comunità.
Dalla responsabilità.
Dalla libertà.
Dall’eguaglianza delle opportunità.
Dalla dignità del lavoro.
Dall’innovazione.
Dall’Europa.
Dalla democrazia.
Da un dialogo autentico tra la tradizione socialista e quella liberale.

Perché oggi più che mai libertà, eguaglianza e democrazia non sono principi alternativi. Sono dimensioni inseparabili di un medesimo progetto politico.
Il nuovo socialismo non deve guardare al passato con nostalgia. Deve guardare al futuro con coraggio.
Non per conservare il mondo che scompare, ma per costruire il mondo che sta nascendo.

La guerra
La ricostruzione della fiducia sarà un opera colossale quasi impossibile fra le nazioni che si sono confrontate.
Troppo dolore disseminato.
Le anime di chi ha perduto la vita perseguiteranno le coscienze di chi si è reso protagonista di questa follia umana.

L’Europa ha usato un intollerabile doppio standard. Ha visto coi propri occhi lo sterminio di Gaza e per mesi hanno spiegato che fossero danni collaterali invece l’omicidio dei bambini era mirato spietato come hanno spiegato gli stessi membri dell’esercito israeliano.