Cultura

«Il miele e le cipolle»: il bugiardino di Marco Pozza per l’uso della libertà 

Esistono storie che crediamo di conoscere fin nelle ossa, sedimentate come sono nei millenni di cultura occidentale attraverso l’arte, la liturgia e il mito. L’Esodo è senz’altro la più imponente di queste: il mare che si apre, il bastone di Mosè, il fuoco accecante sul Sinai.

Eppure, in questo saggio folgorante e a tratti spiazzante dal titolo «Il miele e le cipolle» (Edizioni San Paolo, 2026), Marco Pozza, sacerdote sui generis da sempre abituato a frequentare i confini dell’umano, compie un’operazione di vera scarnificazione spirituale, spogliando il racconto biblico dal rito per restituirci il dramma nudo e crudo dell’uomo.

Non si tratta di una semplice esegesi teologica, ma di un corpo a corpo serrato con l’idea stessa di destino umano. Pozza ci invita a guardare non al miracolo in sé, ma al tremore delle mani di chi quel miracolo lo ha subito e poi abitato, trasformando una cronaca del sacro in una riflessione filosofica sulla natura del potere e della sottomissione.

​Il punto di partenza è un’immagine che ribalta completamente l’iconografia classica del trionfo: il passaggio del Mar Rosso non è descritto come un gioco di prestigio divino o una dimostrazione di forza muscolare, ma come un gesto d’amore disperato, quasi materno. È il “passate!” gridato da un pastore balbuziente che si fa ostetrico di un popolo intero.

Ma è ciò che accade un istante dopo a costituire il cuore pulsante e tragico della riflessione di Pozza: quando i piedi toccano finalmente la sabbia dell’altra sponda, Israele non trova la terra del latte e del miele, ma il vuoto assoluto. L’autore ci sbatte in faccia una verità scomoda e modernissima: la libertà non è un premio, è un deserto di possibilità. È il “paese del rischio”, un luogo dove non ci sono più i ritmi rassicuranti della schiavitù, i compiti assegnati, la cena garantita dal padrone, ma solo l’eco assordante della propria responsabilità individuale.

​Uno dei passaggi più audaci e intensi riguarda l’impotenza di Dio, che Pozza descrive come un artista tormentato davanti a un’opera rimasta tragicamente incompiuta. L’autore suggerisce con amara ironia che sia stato tecnicamente più facile per l’Onnipotente dividere le acque del mare che convincere l’essere umano a rinunciare alle proprie catene interiori. “Riuscì solo a tirare via dall’Egitto Israele ma non è ancora riuscito a tirare via dal cuore d’Israele la nostalgia dell’Egitto”. Questa nostalgia della schiavitù — simboleggiata dalle “cipolle” che danno il titolo al volume — è la diagnosi che Pozza fa della nostra epoca: analizza quel desiderio infantile, quasi feticistico, di avere un padrone che ci nutra e ci sollevi dall’onere del pensiero, preferendo la sicurezza della cella alla vertigine dell’orizzonte aperto. È un monito potente contro ogni forma di addomesticamento dello spirito.

​In questo contesto, la rilettura dei Dieci Comandamenti come un semplice “bugiardino” della libertà è una provocazione magistrale che sposta l’asse della morale. Per Marco Pozza, le “tavole” non sono catene imposte dall’alto per limitare l’uomo, ma istruzioni per l’uso di un meccanismo delicatissimo e potenzialmente esplosivo qual è il libero arbitrio. Proprio come le controindicazioni dentro una confezione di medicinali, i comandamenti avvertono dei pericoli, ma non impediscono l’abuso. L’autore sottolinea con forza un concetto fondamentale: la bussola indica il Nord, ma non ha la forza di muovere il timone; quella forza appartiene esclusivamente al capitano. In questa metafora nautica risiede tutta la dignità e la solitudine dell’essere umano, condannato e insieme onorato dal dover decidere la propria rotta in mare aperto.

​A dare un peso specifico diverso, quasi carnale, a queste riflessioni è la prospettiva biografica da cui esse scaturiscono. Pozza scrive illuminato dalla “luce delle galere”, il carcere “Due Palazzi” di Padova dove presta servizio, un luogo dove il tempo è sospeso e dove il dilemma tra la protezione delle sbarre e l’incognita del “fuori” non è un esercizio accademico, ma pane quotidiano intriso di sudore. Questo saggio non è un esercizio teologico da salotto, ma una riflessione che respira l’aria viziata e compressa delle celle, dove la libertà non è un concetto astratto da dibattito televisivo, ma un’urgenza radicale che scava la pelle. Lo stile di Pozza è quello che abbiamo imparato a riconoscere: provocatorio, asciutto, privo di fronzoli barocchi, capace di accostare l’eterno delle galassie al quotidiano dei bassifondi con una forza poetica che disarma.

​In definitiva, questo libro di Marco Pozza non è una rassicurazione né un manuale di auto-aiuto; è una sfida lanciata a chiunque abbia il coraggio di guardarsi allo specchio. Ci ricorda con severità e tenerezza che uscire dall’Egitto è solo l’atto iniziale di una tragedia o di un’epopea: il vero viaggio, quello più faticoso e autentico, comincia quando capiamo che la libertà non è una meta da raggiungere una volta per tutte, ma la fatica quotidiana e incessante di restare nel deserto, accettando il rischio del fallimento pur di non cedere mai alla tentazione di tornare a baciare la mano del padrone o a rimpiangere il sapore acre e sicuro delle cipolle.

Antonio LARAIA

Domande e risposte

chi è Marco Pozza

L'Autore di "Il miele e le cipolle". Un sacerdote sui generis da sempre abituato a frequentare i confini dell’umano, compie un’operazione di vera scarnificazione spirituale, spogliando il racconto biblico dal rito per restituirci il dramma nudo e crudo dell’uomo.