Forse oggi qualcuno di voi, leggendo il titolo, avrà già toccato ferro. Del resto noi italiani siamo un popolo straordinario: riusciamo ad affidarci contemporaneamente alla scienza, alla Provvidenza e al cornetto portafortuna. Per sicurezza, non si sa mai.
Eppure una diagnosi, questa volta, sembra difficile da contestare: l’Italia non sta benissimo. La buona notizia è che non serve chiamare un luminare dall’estero. La cattiva è che i medici, nel bene e nel male, siamo noi.
A forza di maltrattarla, l’Italia oggi ha bisogno delle nostre cure. È stanca. Non riesce più a sostenere il peso delle sue contraddizioni perché, in fondo, quelle contraddizioni siamo noi. Di eterno c’è solo l’Eterno; tutto il resto si consuma. E noi abbiamo consumato troppo: risorse, credibilità, istituzioni, fiducia. Abbiamo raschiato il fondo del barile senza domandarci cosa sarebbe rimasto a chi verrà dopo di noi.
Come se il futuro fosse una pratica da lasciare sulla scrivania di qualcun altro. Viviamo nell’epoca in cui tutti insegnano. Tutti spiegano. Tutti giudicano. Sui social, al bar, in televisione: siamo un Paese con sessanta milioni di commissari tecnici, costituzionalisti, economisti e virologi a tempo perso.
Ognuno è maestro di qualcun altro, ma quasi nessuno accetta più di essere allievo. E allora viene spontaneo chiedersi: chi insegna agli insegnanti? Chi valuta coloro che dispensano lezioni di morale, legalità e democrazia mentre troppo spesso ne tradiscono i principi? Un ruolo ambitissimo, quello del generale. Peccato che un Paese pieno di generali e privo di soldati sia soltanto un Paese che ha smesso di fare il proprio dovere. Ogni tanto torno con il pensiero all’Italia dell’Unità, quando il diritto di voto era subordinato a requisiti di istruzione, reddito e condotta. Non provo nostalgia per quel sistema: sarebbe fuori dal tempo e dalla storia.
La democrazia è cresciuta proprio perché ha allargato i diritti. Eppure una domanda continua a tormentarmi: può esistere una democrazia forte senza un altrettanto forte senso del dovere? Oggi alle urne si reca sempre poco più della metà degli aventi diritto. È un dato che dovrebbe preoccuparci più di qualsiasi sondaggio elettorale. Perché quando i cittadini smettono di partecipare, qualcun altro decide per loro. E quando la partecipazione si spegne, anche la responsabilità si dissolve. Resta poi il nodo del rapporto tra diritti e doveri. È una riflessione personale, destinata a far discutere, ma non riesco a considerare normale che chi evade sistematicamente le tasse possa aspirare a governare lo Stato che contribuisce a impoverire. Pagare le imposte non è un favore che si concede allo Stato: è il prezzo della convivenza civile.
È ciò che tiene aperti gli ospedali, finanzia le scuole, mantiene le strade, garantisce la sicurezza e permette ai più deboli di non essere lasciati soli. Le tasse aumentano anche perché c’è sempre qualcuno che riesce a scaricare il proprio peso sulle spalle degli altri. E quel conto, alla fine, arriva puntuale a chi le regole le rispetta. Se tutti facessero la propria parte, probabilmente avremmo una sanità migliore, servizi più efficienti e meno burocrazia. Forse non dovremmo più accontentarci di un sistema che sopravvive grazie all’abnegazione di pochi. Preferisco un Paese di primari a un Paese di generali.
I primari studiano, curano, salvano vite. I generali, almeno nell’immaginario collettivo, difendono. Ma oggi da chi dovremmo difenderci davvero? Il nemico non sempre arriva da oltre confine. Spesso parla la nostra lingua. È l’indifferenza di chi si volta dall’altra parte, l’arroganza di chi pretende privilegi senza assumersi responsabilità, il cinismo di chi considera lo Stato una vacca da mungere anziché una casa da custodire. L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo uomo della provvidenza.
Ha bisogno di cittadini che paghino le tasse, rispettino le regole, pretendano competenza da chi li rappresenta e abbiano il coraggio di guardarsi allo specchio prima di indicare un colpevole. Perché una nazione non crolla tutta insieme: si sgretola un gesto alla volta. Allo stesso modo può rinascere una coscienza alla volta. E quando milioni di coscienze decidono di rialzarsi, anche un Paese ritrova la propria dignità. La vera cura dell’Italia non arriverà da un decreto, da uno slogan o da un leader carismatico. Arriverà il giorno in cui ciascuno di noi smetterà di chiedersi che cosa il Paese possa fare per lui e comincerà a chiedersi che cosa può fare lui per il Paese. È da lì che ricomincia una nazione. Sempre.