Ci risiamo. Torna a fare capolino l’espressione “società civile”, un eponimo che in realtà è identificativo di un vero e proprio serraglio che da almeno vent’anni tenta, con alterne fortune, di condizionare e orientare le scelte politiche di vasti settori della sinistra, per intenderci non certo quella che affonda le proprie radici nella tradizione riformista e libertaria, ma al contrario, trattandosi nei fatti di una mera evoluzione lessicale di un’area dove convivono giustizialisti e sanculotti di varia natura ed estrazione e radicalismo cattocomunista da salotto e rappresentativo di interessi politici sostanziali, ideale appendice di quella casta che un tempo era chiamata degli “intellettuali organici”.
Questa enclave, molto snob ed esclusiva, ha al suo interno, e li alterna a seconda del tema più trendy come suoi portavoce, giornalisti, giuristi, docenti univesitari di estrazione sessantottina, anchorman televisivi di scuola guglielmina, registi cinematografici e relative figlie in cerva di posti al sole, cantanti sul viale del tramonto divenuti politologi, professionisti dell’antimafia tra cui scrittori, preti “a la pàge” e qualche imprenditore cosiddetto “illuminato”. Si tratta di una presenza immanente e invasiva che, non ha mai perduto occasione per occupare il proscenio del dibattito politico, soprattutto laddove si presenta l’opportunità di cavalcare argomenti per i quali di diritto o di rovescio è interessata, condizionando le scelte della politica. Ma se un tempo codesta “società civile” si caratterizzava per essere in qualche modo funzionale alle scelte che venivano condivise con il maggior partito della sinistra, su temi dirimenti e pure prosaici, oggi l’asticella che indica il livello di farisaica ipocrisia che ne ha sempre caratterizzato le prassi, è stata ulteriormente alzata in ragione della debolezza e della scarsa credibilità dei partiti, ivi compreso quello che, nelle diverse denominazioni che ha adottato dal 1989 in poi, rimane comunque l’interlocutore privilegiato.
In queste ore è “on air” una sgangherata commedia degli errori e degli orrori, legata alla questione delle nomine nel prossimo cda della Rai, un passaggio strategico che, al netto delle discusse e discutibili scelte compiute dal Governo per i ruoli apicali, riveste un’importanza rilevantissima in ragione della necessità di rilanciare davvero l’azienda televisiva pubblica, da troppo tempo paralizzata e in caduta verticale relativamente alla qualità dei suoi prodotti e alla perdita lenta ma costante di competitività in un mercato che, specie in un settore in rapida e continua evoluzione, non fa sconti a nessuno. La recente mossa del leader del Pd, di chiamarsi fuori dal totonomine, annunciata e letta come il classico passo indietro della politica, a torto o a ragione ritenuta la principale responsabile della crisi della Rai, in realtà, alla luce dalle indiscrezioni, certo “de relato” ma in qualche modo attendibili, rischia, non è dato sapere quanto consapevolmente, di essere l’enensima beffa verso gli abbonati e i cittadini, in quanto le associazioni rappresentanti la mitica “società civile” si preparerebbero a proporre personalità sui cui profili molto ci sarebbe da eccepire.
E’ giusto usare il condizionale e attendere la “fumata bianca” ma certo leggere tra i papabili nomi come quello di Tana De Zulueta, non tranquillizza affatto chi si aspetta, ingenuamente, indicazioni per il cda di Viale Mazzini che segnino una cesura con l’invadenza dei partiti a scapito del merito e della professionalità. Nulla di personale, ma qualcuno tra i componenti del cenacolo della società civile dovrebbe spiegarci la differenza che passa tra la Zulueta, che è stata parlamentare per 12 anni e Antonello Soro, recentemente nominato dal parlamento con grave scandalo dei soloni della “società civile”membro dell’Authority sulla privacy. Il condizionale, per ora, è d’obbligo ma certo il solo fatto che circoli un simile nominativo, per ora non smentito, è la plastica dimostrazione che tra questi signori c’è chi immagina che tutti abbiano l’anello al naso. Parafrasando il grande Totò: “Ma ci facciano il piacere!”.