Il tramonto parigino che ha chiuso l’edizione 2026 del Tour è lo sfondo al quinto trionfo di Tadej Pogačar, che raggiunge in questa speciale classifica i giganti del passato: Eddy Merckx, Jacques Anquetil, Bernard Hinault e Miguel Indurain.
Tutto secondo le previsioni: il Tour de France 2026 è stato dominato dal campione del mondo in carica. È bastata la prima tappa pirenaica, da Pau a Gavarnie-Gèdre con il mitico Tourmalet, a mettere le giuste distanze tra lo sloveno e il resto dei contendenti, che a onor del vero hanno potuto far poco per metterlo in difficoltà.
Un Tour ben disegnato, che avrebbe regalato una corsa avvincente per la maglia gialla, se non ci fosse stato un corridore fuori scala. Dal 2024 Pogačar sta dominando ogni corsa a cui partecipa, persino in quelle le cui caratteristiche altimetriche non gli si addicono, mentre nelle corse di tre settimane è un chiaro no contest, che costringe gli avversari a concentrarsi solo nella lotta al podio.
Jonas Vingegaard è indubbiamente l’unico ciclista al mondo che, in questi anni e tutt’oggi, è in grado di mettere in difficoltà il corridore di Komenda, benché negli ultimi due anni il gap in salita tra i due si sia allargato a favore dello sloveno. Sfortunatamente il danese, vincitore del Giro 2026, ha dovuto ritirarsi dalla corsa per una caduta alla quindicesima tappa, proprio nella giornata in cui aveva fatto lavorare la squadra per provare ad attaccare la maglia gialla.
Pur orfano del rivale degli ultimi 4 Tour, Pogačar ha trovato comunque il modo per dare spettacolo: la rimonta di ben tre minuti sugli attaccanti di giornata – Kuss, Carapaz e Martinez, tutti ottimi scalatori – sull’Alpe d’Huez rimarrà negli annali del ciclismo, come fu quella di Marco Pantani a Oropa nel 1999. Dopo 31 anni, è proprio il record sulla salita francese del Pirata romagnolo di 36’50” ad essere stato abbattuto dal corridore sloveno, il quale ha coperto l’ascesa in soli 35’27”.
Non di solo Pogačar è vissuto questo Tour 2026.
Può apparire assurdo definire sorpresa un già vincitore di una Vuelta a España, tre volte campione del mondo a cronometro, campione del mondo nella corsa in linea nel 2022, bicampione olimpico (a cronometro e in linea) a Parigi: Remco Evenepoel. Nelle scorse stagioni, il fuoriclasse belga aveva evidenziato un’evidente differenza rispetto ai migliori scalatori del gruppo, non solo nei confronti di Vingegaard e Pogačar, mentre quest’anno ha dimostrato una tenuta in salita ottima: non a livello del marziano sloveno, ma comunque superiore al resto del gruppo, privato di Vingegaard. Del corridore belga colpisce la tenacia, la “garra” – per rubare e disintossicare un termine dalle telecronache calcistiche – unita a un acume tattico che spesso mancava nel suo passato. Nei fatti, con il secondo posto sul podio finale, Evenepoel ha smentito tutti i critici che non lo vedevano adatto a una corsa a tappe.
I due enfant prodige del ciclismo di oggi, Isaac del Toro e Paul Seixas, hanno dato vita a una bella lotta per la maglia bianca di miglior giovane e per il terzo gradino del podio. Il corridore messicano, che corre nella stessa squadra di Pogačar, è stato gregario della maglia gialla solo nella tappa del Tourmalet, dopodiché è stato lo stesso corridore sloveno a portarlo per mano al terzo posto in classifica. Non è stato certo facile per il messicano reggere comunque il ritmo di un gregario extralusso come Tadej e rimane, come una delle fotografie più emblematiche di questo Tour, il suo “Don’t drop me” (non mi staccare) sull’ascesa di Plateau de Solaison.
Anche senza salire sul podio delle premiazioni sull’Avenue des Champs-Élysées, mancando il terzo posto, il diciannovenne Paul Seixas, l’angelo di Lione, è emerso come la figura più promettente del Tour de France. Il giovane francese ha dimostrato una straordinaria abilità in salita, suggerendo che potrebbe essere il prossimo rivale di Pogačar e, forse, il primo a detronizzarlo. Ancora più sorprendente è stata la sua capacità di gestire la pressione di un’intera nazione (nessun corridore francese ha vinto il Tour dal 1985). Nonostante la giovane età, il lionese ha corso con saggezza fino all’ultima tappa di montagna, quando ha tentato un attacco audace per il terzo posto. Questo tentativo ha messo a rischio la sua quarta posizione in classifica generale, ma nonostante abbia sofferto sul Col de Sarenne, ha mantenuto un ritmo costante per respingere l’attacco del connazionale Martinez, un’altra piacevole sorpresa del Tour. Lottando e azzardando nella terza settimana di un grande giro, il giovane Seixas ha dimostrato le capacità fisiche e mentali necessarie per esaudire un giorno il sogno dei tifosi francesi: vedere un corridore di casa trionfare a Parigi in maglia gialla.
La maglia verde della classifica a punti è stata guadagnata con merito da Mads Pedersen, corridore di grande classe, che non ha mancato di esibirsi sulle calde strade francesi, anche grazie alle tattiche della sua squadra, la Lidl-Trek, che ha saputo vivacizzare le cosiddette tappe interlocutorie.
Richard Carapaz, corridore equadoregno, ha conquistato meritatamente la maglia a Pois di miglior scalatore. La sua condotta di gara gli è valsa anche il premio di miglior combattivo, simboleggiato dal numero rosso.
Oltre agli aspetti tecnici, questo Tour 2026 suggerisce altre riflessioni.
La prima riguarda il paragone con i mondiali di calcio americani. Come tanti appassionati di sport, siamo passati dal pomeriggio dedicato alla tappa della Grande Boucle alla serata o notte delle partite mondiali. Inevitabilmente si percepiva una distanza antropologica tra le due manifestazioni. Il Tour è apparso più umano, con milioni di persone a bordo strada (incredibile la folla sull’Alpe d’Huez), uno sport non intossicato dalle ingerenze politiche o, meglio, capace di far apparire pallide quelle già presenti nel ciclismo di oggi, in cui non manca lo sportwashing di diverse nazioni. Nel mondiale americano si è assistito a una vera e propria occupazione dello spazio da parte del presidente Trump, le cui ingerenze – nel far cancellare una squalifica, nell’imbarazzante scena durante la premiazione finale e, ancor peggio, nei visti negati e nel trattamento vergognoso riservato alla nazionale iraniana – hanno violentato lo sport e la sua competizione, fino al disgusto.
Non c’è dubbio che lo sport abbia sempre avuto un’importante attenzione da parte della politica, spesso strumentalizzato e usato come vetrina di propaganda, ma il mondiale americano è apparso persino pacchiano in queste ingerenze, un velato disprezzo per lo sport stesso, che non è certo in cima alle passioni del magnate americano.
In questa estate sportiva, il Tour è apparso novecentesco: competizione e discussioni sportive, grande pubblico e, purtroppo, anche un vecchio conoscente, il tema del doping.
La vera nota stonata di questa edizione del Tour sono stati i controlli notturni ai principali protagonisti della corsa. Non è dimostrabile, ma il dubbio che il controllo alle 2 del mattino a Jonas Vingegaard possa aver influito sulla caduta del giorno seguente c’è ed è condiviso nel peloton.
Il tema è delicato, ma queste imboscate notturne hanno fatto tornare indietro l’orologio della storia di diversi lustri. Il ciclismo è completamente cambiato rispetto al passato, grazie soprattutto all’introduzione dal 2009 del passaporto biologico: non solo perché da allora c’è un numero di positivi molto basso e, possiamo tranquillamente affermare, insignificante, ma anche per un vero e proprio cambio di mentalità nel gruppo. Nessuno crede che la ricerca nell’incremento della prestazione si sia fermata, ma i suoi metodi e risultati rientrano in un canone di legalità, fino a prova contraria. Il passaporto biologico ha avuto un effetto non solo pratico nel limitare il doping, ma anche culturale: oggi i corridori sono più attenti alla propria salute rispetto al passato. Questo cambiamento culturale ha modificato la visione rispetto alla tematica del doping: se prima l’unico scopo di fatto era la liceità e la veridicità della competizione, oggi si aggiunge la protezione del corpo dell’atleta. Prima un metodo o una sostanza con il fine di aumentare una prestazione doveva rimanere all’interno del confine tra doping e non doping (confine storico, scientifico e culturale che si sposta nel tempo); oggi si aggiunge un limite di salute nel singolo atleta.
Per poter fare i controlli tra le 23 e le 6 del mattino, cioè fuori dalla finestra di reperibilità che ogni ciclista deve avere, la più ampia di tutte le discipline sportive, ci devono essere forti sospetti. La procura francese, che ha invitato l’ITA – l’agenzia deputata a effettuare gli esami – a irrompere in piena notte nelle camere dei corridori, non ha comunicato quali fossero queste forti ragioni, giustamente. I risultati dei test si conosceranno solo tra qualche settimana; tutti ci auguriamo che siano negativi, perciò rivelare da dove nascessero questi sospetti della procura, qualora non venissero confermati, sarebbe solo un atto inutile e dannoso, comunque una macchia e una delegittimazione su un intero movimento. Forse è presto per dirlo, ma l’impressione è che l’opinione pubblica stia iniziando a guardare lo sport con meno moralismo e più consapevolezza di una pratica in cui la scienza dello sport gioca un ruolo legittimo. Se veramente è avvenuto questo, lo capiremo solo dopo un’eventuale positività di un corridore importante, che tutti ci auguriamo non avvenga; ma il fastidio unanime degli appassionati verso questi controlli notturni fa pensare che un cambio culturale sulla questione doping effettivamente ci sia. Il tempo ci dirà se sarà vero o illusorio.
L’ultima tappa si è conclusa in modo spettacolare, offrendo il finale più emozionante immaginabile. Al penultimo giro, quattro campioni del mondo – Pogačar, Evenepoel, Pedersen e Van der Poel – hanno lanciato un attacco sulla splendida, vivace e gremita di pubblico salita di Montmartre. All’ultimo giro, l’olandese si è ritrovato in compagnia dello sloveno in maglia gialla, con il gruppo a pochi secondi di distanza. La tensione è rimasta palpabile fino all’ultimo metro, quando Van der Poel è riuscito a mantenere un vantaggio di una sola bicicletta sul secondo classificato, compiendo un’impresa straordinaria di forza e resistenza al limite dell’umano.
Tramontato il sole su Parigi, l’attenzione del ciclismo si sposterà alla prossima Vuelta a España, per sapere se il fuoriclasse sloveno la correrà – quest’anno la grande partenza sarà sotto casa sua a Montecarlo – per completare, nello stesso anno del suo rivale Vingegaard, la tripla corona: la vittoria in tutti e tre i grandi giri (Giro-Tour-Vuelta). L’attesa più grande, però, è già proiettata al prossimo Tour de France, con la speranza dei tifosi francesi che dal prossimo anno ci sia un rivale in grado di mettere in difficoltà lo sloveno: l’angelo di Lione, Paul Seixas; molti sono pronti a scommetterci.
Kristian Perrone