Approfondimento

Ilva, l’esperto del Politecnico di Torino: «Ecco perché la contrapposizione lavoro-ambiente è un falso problema»

Ilva-Taranto-Francesco Marino

Ilva-Taranto-Francesco Marino

Parla di ciò che è stata la siderurgia italiana con un misto di nostalgia e ammirazione. Il professor Francesco Marino è ordinario di ingegneria dei materiali al Politecnico di Torino, uno di quei poli di eccellenza del sistema universitario italiano che continua a resistere, nonostante tutto. «Quella per l’industria pesante è una passione che ha accompagnato tutta la mia vita» dice il professore all’Avanti!: «fino al 1985 ero precario all’università e non percepivo alcuna retribuzione. Per questo lavoravo in azienda. Mi sono formato non solo sui libri, ma nelle fonderie, nelle acciaierie e sull’altoforno dell’Italsider di Trieste. Conosco la siderurgia oltre che a livello teorico, per averla toccata con mano». Oggi, a distanza di trent’anni, in Italia si continua a parlare di siderurgia sulle prime pagine dei giornali, ma non per ricordare il fiore all’occhiello della produzione industriale italiana, bensì per i casi di corruzione, di disastro ambientale, e per le indagini della procura. Si parla dell’Ilva di Taranto, uno stabilimento divenuto simbolo di un’epoca ed emblema stesso delle lacerazioni di un Paese.

Professore, sul caso Ilva si è detto tutto e il contrario di tutto. C’è chi sostiene che debba chiudere e chi ritiene che sia già stato fatto quasi tutto per metterlo a norma. Ma, è davvero possibile fare acciaio a basso impatto ambientale?

Io sono una persona che si muove sul piano del realismo. Credo, in base alla mia esperienza, che le possibilità esistano, assolutamente. A patto che si facciano le cose seriamente e che si esca dalla contrapposizione folle tra due visioni assolutiste. Su un tema come quello della siderurgia bisogna cambiare mentalità, si deve capire che si tratta di un problema da gestire in un’ottica pragmatica e non assolutista. Rispetto alla questione Ilva, e al futuro della siderurgia italiana, manca una posizione equilibrata.

C’è chi sostiene che la siderurgia sia un’industria “superata” per un Paese come l’Italia, da sostituire con un’economia di servizi. Eppure continuiamo tutti ad avere un enorme bisogno d’acciaio. Demagogia?

Anche a me andrebbe bene vivere di solo turismo, di ristoranti, di natura e di servizi. Il problema è che se non c’è un’industria alla base non riesco proprio a capire come si faccia a produrre la ricchezza che permette di acquistarli quei servizi stessi. Il Pil non lo fanno i ristoranti o gli agriturismi, lo fanno le aziende che producono. Credo che l’Italia, come Paese, debba mantenere a tutti i costi la sua valenza manifatturiera. Sarebbe davvero un delitto abbandonare quei presidi in cui siamo all’avanguardia, penso a settori come la componentistica, il design e la siderurgia, appunto.

Qual è la natura del problema allora?

Io credo che, a livello nazionale, non siamo in grado di gestire settori e aziende “difficili”. Mi spiego: una realtà complessa come la siderurgia o la chimica richiedono, per essere governate adeguatamente, un livello di serietà molto alto. E quando parlo di serietà, mi riferisco alla capacità di pianificare, di immaginare soluzioni percorribili e prendere decisioni difficili in maniera chiara, senza ambiguità. Inoltre, chi gestisce la politica industriale dovrebbe essere, naturalmente, molto competente e incorruttibile. Temo che questo tipo di caratteristiche siano mancate agli amministratori pubblici che hanno affrontato il problema con approcci, diciamo così, a “breve termine”, per specularci politicamente. La classe dirigente non è mai stata all’altezza degli industriali italiani.

Eppure, dai recenti casi di cronaca, sembra che anche gli industriali, pur di fare profitto, non siano andati proprio per il sottile. Anche andando indietro negli anni, c’è stata una certa tendenza a condividere le perdite con lo Stato e i profitti con nessuno.

Io credo che si debba distinguere due ambiti. Ci sono casi che hanno rilevanza penale. Quelli non sono in discussione, devono intervenire le autorità competenti applicando la legge e punendo i responsabili dei misfatti. Rispetto alla tendenza di un certo mondo industriale a gravare sullo Stato è vero, ma la responsabilità è, ancora una volta, degli amministratori che lo hanno permesso. L’industriale mira al profitto, è compito della classe politica governare e non permettere a chi vuole approfittare di poterlo fare. Se poi ci si gira dall’altro lato per opportunismo politico e perché si è corrotti, allora non c’è molto da discutere. Oggi si parla tanto di contrapposizione lavoro-ambiente, è una contrapposizione falsa: il problema andrebbe gestito non in modo moralista, ma con l’obiettivo finale di far convivere un’industria che è fiore all’occhiello del Paese con un impatto ambientale sostenibile.

Quanto costa all’Italia questa situazione?

Troppo. Noi siamo già una punta avanzata nel settore industriale in Europa. Abbandonare la siderurgia sarebbe come abbandonare la Ferrari, perché il nostro acciaio è veramente di qualità. Se si trattasse di un mercato da conquistare, allora non insisterei sulla sua centralità, ma dato che la stessa Europa è il primo utilizzatore del nostro acciaio, allora credo che dovremmo giocarci la partita anche a Bruxelles. È interesse strategico di tutto il sistema economico europeo far arrivare l’acciaio da Taranto invece che dall’India o dalla Cina. Negli anni si sono buttati moltissimi soldi: per l’impianto di Gioia Tauro è finita nel nulla una quantità spaventosa di soldi pubblici e non è uscito un grammo di acciaio. Penso a come sarebbe lo stabilimento di Taranto oggi se quei soldi fossero stati investiti nella compatibilità ambientale.

Proprio rispetto all’impianto ionico Grillo ha proposto con forza la riconversione della produzione tutta “a freddo” come possibile soluzione. È percorribile?

Su questo ho dei forti dubbi. Riconvertire a freddo tutta l’area a caldo significa entrare nel cuore dell’acciaieria. Si tratta di sconvolgere la struttura stessa degli impianti, non di modificarla. Per farlo bisogna avere il coraggio di andare in fondo in un paese dove si ha il difetto di lasciare le cose a metà. Bisognerebbe rifare tutto, inclusa la mentalità di chi lavora, reimpostare completamente la maniera di fare le cose. Il rischio è che il tempo necessario alla trasformazione, unito alla mole degli investimenti, non renda più il prodotto economicamente competitivo. Gli impianti sarebbero costosissimi, senza considerare che se per sei mesi non si riesce a rifornire un cliente, lo si è perso. È una strada rischiosa portata avanti da chi ha una visione massimalista. È un errore molto grave perché per chiedere tutto si rischia di non ottenere niente, e si finisce, senza volerlo, sulla strada della dismissione. E la morte dell’acciaio sarebbe, secondo il mio punto di vista, un disastro.

Come affrontare la problematica allora?

Le cose vanno, al contrario di quanto si fa, affrontate “in scala”. Cominciamo dalla riduzione della polvere di ossido di ferro: non deve uscire un fumo, la cokeria deve essere protetta. La tecnologia lo permette, basta applicare dei filtri per l’abbattimento delle polveri. A Torino, in via Orvieto, c’era la Teksid che produceva acciaio a pochi metri dalle case inondate dalla polvere rossa, proprio come la superstrada tarantina che lambisce l’Ilva. Hanno applicato dei filtri, che ancora oggi si possono vedere, e il fumo è sparito. Bisogna pensare al di fuori delle mode. Non possiamo scomodare i massimi sistemi se vogliamo le più elementari regole. Non c’è da scegliere tra due sistemi assoluti, ma lavorare alla ricerca di un equilibrio.

Roberto Capocelli