Innanzitutto, grazie di avere accettato quest’intervista estiva a fine luglio. Germani è un giornalista indipendente che spesso ha scritto su tematiche sociali, geopolitiche e ambientali. Proprio il gran caldo, dovuto anche all’effetto serra, si aggancia al nostro discorso. Come bipedi su questo pianeta abbiamo colonizzato un po’ tutto il globo nei secoli, costruito e inquinato a rotta di collo: la nostra idea di crescita. Ma a quale prezzo? Il tema di un pianeta febbrile intavola considerazioni di carattere sia sociale che ambientale. Abbiamo varcato un punto dove l’impatto ambientale porta grandi diseguaglianze e ruba il futuro ai giovani. Siamo tornati a mettere la paura, la rabbia e l’avidità al primo piano, oltre l’amore e la speranza. Sembrerebbe che mentre rincorrevamo il passato come criceti, il futuro -piuttosto fosco e complicato- era già qui a percuotere le fondamenta. Anche percettive. L’altro giorno parlava un papà che raccontava di come è cambiato molto durante la sua esistenza e che ora voleva star tranquillo e far stare bene la figlia questi ultimi anni che ci rimangono sul pianeta. Piuttosto pessimista e apatico, ma rende l’idea dell’assuefazione al declino.
“Sulla Terra è la fonte di ogni vita e in questo momento è viva anch’essa: ha dato vita all’umanità e noi siamo parte di lei. Ecco perché, ai miei occhi, Gaia è un concetto religioso oltre che scientifico…” – James E. Lovelock.
Quando si tratta di ambiente si sono spesi fiumi di belle parole in discorsi disposti a mo’ di cornice, ma guardando bene manca il dipinto- l’olio sulla tela e il sudore della sua creazione. Non sembra proprio che abbiamo fatto un gran lavoro a tutelare il Creato tanto caro a San Francesco vero?
In nessun modo, sembra anzi che ci stiamo affrettando a distruggerlo, più passano gli anni, ormai direi i mesi e più sembra che la nostra intenzione sia di autodistruggerci. Viviamo una sorta di rimbambimento generale, quasi come se le catastrofi fossero impossibili, accadessero solo nei film, così tutto è piegato alle logiche del profitto e alla fine ci si accorge dei danni solo quando è troppo tardi. Il problema è che ora la crisi sta diventando sistemica, i cambiamenti stanno diventando generali e potrebbero portare a nuovi cambiamenti imprevedibili.
La conoscenza non può renderci impassibili. Dagli anni 70, con la Fondazione Aurelio Peccei e altri (vedi studi ENI) si parlava già di ambiente, come riutilizzare le feci delle galline per il gas e molto altro. Tuttavia, ancora negli anni 90 questo tema veniva trattato quasi come quesito a latere. Già si comprendeva o si captava che il dio denaro gestiva una gran bella parrocchia dogmatica. Oggi sembrerebbe che non si possa più invertire la rotta. Quanto e come possiamo realmente mitigarla considerando la Teoria di Gaia (un unico organismo vivente)?
Risposta: Difficile fare un discorso unitario per così tanti e così tanto complessi. Quando pensiamo alla questione ecologica tendiamo a concentrarci quasi unicamente sul cambiamento climatico; è comprensibile, trattandosi un’emergenza sotto gli occhi di tutti e che scatena effetti a catena (incendi, cambiamenti nell’agricoltura o nella distribuzione di specie animali o vegetali), ma non è di certo l’unica emergenza. La scomparsa della biodiversità è un dramma altrettanto grave, scompaiono ogni anno specie di cui probabilmente non siamo nemmeno a conoscenza. Questo si lega chiaramente al disboscamento, alla scomparsa delle grandi foreste equatoriali e tropicali o alla scomparsa dei grandi mammiferi o allo svuotamento dei mari. Entro qualche decennio avremo divorato tutte le risorse disponibili per mandare avanti questa grande orgia consumista. Il capitalismo, in particolare la sua variante neoliberista non favoriscono in nessun modo la presa di coscienza sul tema.
Proprio il 29 luglio è uscito un articolo molto ben approfondito di Lorenzo Fiorini su Avantionline- La grande muraglia verde dove si fa riferimento al più grande incendio della storia in Spagna. Il fatto è che il cambiamento climatico vada affrontato subito in modo incisivo. Rifacendosi al biologo Richard St. Barbe Baker: serve una grande barriera verde larga nel nord d’Africa per cautelare il mediterraneo. I cinesi hanno addirittura un progetto a lunghissimo termine (2050) che prevede la piantumazione di 100 miliardi di alberi. Noi che stiamo facendo? Per lavorare a livello globale tocca riconoscere, ripristinare e rafforzare accordi con organismi internazionali.
Per certo stiamo facendo meno della Cina, abbiamo i programmi europei di cura del paesaggio, del verde o su temi specifici, ma sappiamo benissimo come ormai l’Unione abbia riconvertito i propri investimenti dal green al riarmo. L’industria bellica è la nuova priorità a Bruxelles e questioni come il cambiamento climatico e la gestione del territorio sembrano ormai secondari. Ci sono gruppi, associazioni, partiti politici che portano avanti singole battaglie molto rilevanti, penso ad esempio alle azioni contro i PFAS per metterli completamente al bando, ma anche qui l’Unione sembra troppo timida, in balia degli interessi delle multinazionali e degli investitori. Insomma, continuiamo ad avvelenarci per far entrare soldi a chi già ne ha, certo nel conteggio complessivo del PIL, meno regolamenti implicano una crescita maggiore, ma chi pagherà le cure mediche delle persone contaminate? O chi dovrà gestire le falde acquifere? Ancora una volta si portano soldi in tasca ai privati che già ne hanno, ai grandi interessi, ai grandi patrimoni e si fanno pagare i costi alle comunità locali, ai piccoli produttori, ai cittadini. Direi che non stiamo facendo abbastanza in nessun modo e il confronto con la Cina è impietoso: leader nel settore automobilistico elettrico, nella produzione di pannelli solari e pale eoliche, persino leader nell’installazione di nuovi impianti di energia verde. La Cina è un paese che guarda al futuro e che ha un’economia pianificata, dove si cerca di programmare il benessere collettivo; l’Occidente, qualsiasi cosa voglia dire, è la giungla del più forte, siamo in balia di uno stato che taglia tutto, inclusi i costi di sanità e cura dell’ambiente e vuole investire solo in armi.
Esiste un tema quasi tabù, sebbene si tratti del segreto di Pulcinella, chiamato indipendenza energetica e questo può avvenire tramite le rinnovabili. Uscendo dal pregiudizio, si potrebbe aggiungere anche il nucleare sicuro di ultima generazione, pulito e con molte scorie che diventano futuro combustibile. Forse taluni obietteranno tempi e costi. D’altro canto, se tempi e costi fossero l’unica considerazione non avremmo iscritti a medicina. Come stiamo messi su questi versanti anche in termini di cifre reali, costi ombra e fattibilità?
Non sono un tecnico e non posso dire al riguardo nel dettaglio; esprimo però il mio generico scetticismo. Sono ben pochi i paesi europei che continuano a investire in nucleare, perché i tempi di costruzione sono lunghi, con costi esorbitanti e con costi difficili da calcolare sul lungo periodo: rifornimento dell’uranio, anche a fronte dell’instabilità geopolitica mondiale, ma anche smaltimento delle scorie e manutenzione delle centrali con il passare degli anni. Si è fantasticato molto sui mini-reattori, ma ad oggi i paesi euro-atlantici sono molto indietro in questa ricerca, figuriamoci a diffonderla per uso civile. Il nostro paese ha poi delle fragilità strutturali: rischio sismico, vulcani, rischio idrogeologico; siamo un’area densamente popolate, dove posizionare in modo veramente sicuro per i prossimi millenni delle scorie radioattive? O pensiamo di inquinare e poi sversarle altrove? Operazione poco etica, senza poi considerarne i costi aggiuntivi. Penso che gli italiani si sono espressi già due volte sul nucleare negli ultimi decenni, non possiamo tornare a parlare ciclicamente di un qualcosa che dovrebbe esser considerato come concluso per i prossimi anni. Si riparlerà di nucleare quando e se ci saranno significativi sviluppi tecnologici, ad esempio la fusione, tema al momento comunque molto lontano. Si tratta l’opinione pubblica come un bambino viziato, come se andasse convinta che alla fine il nucleare è una soluzione accettabile; in politica non esiste il bene o il male, esistono le scelte politiche e come popolazione abbiamo scelto di non avere centrali nucleari sul nostro territorio. La mia sensazione invece è che anche qui agiscano dei gruppi di interesse privato per tentare di condizionare l’opinione pubblica, in particolare i giovani, creando una mitologia sul nucleare green.
Chiudiamo con un composto chimico che in passato ha sempre rappresentato terreno di scontri feroci, basti già rileggersi le guerre nei mari del nord per le aringhe: l’acqua. Sospettiamo che tornerà alla ribalta con nuove guerre, più feroci di quelle su gas e petrolio. Qui forse si potrebbe applicare il post hoc propter hoc ovidiano. Le battaglie dopo la scarsità dell’acqua quindi a causa dell’acqua. Fa venire in mente una sfilza di film apocalittici stile Mad Max. Che ci puoi dire a riguardo dell’acqua e se e come la vedi determinante nelle future strategie geopolitiche ed economiche dell’umanità?
L’acqua è già al centro di decine di guerre nel mondo, ne parlava anni fa Vandana Shiva in un libro illuminante. Oggi lo vediamo in modo chiarissimo, basta volerlo vedere. La svendita che il governo ultra-liberista di Milei sta portando di tutte le risorse argentine, le proteste dei cittadini messicani nello stato di Chihuahua contro l’accordo con enti del governo israeliano per la gestione delle risorse idriche, e così molti altri casi. Stiamo vedendo una generale corsa al riarmo, con tanti conflitti sparsi in giro per il mondo, uno dei quali coinvolge direttamente la Russia, un paese con oltre 6000 bombe atomiche. È chiaro che andiamo prima o poi verso un grande scontro globale tra gli Stati Uniti e i paesi emergenti ed è chiaro che questo mondo sovrappopolato e inquinato, dominato da un sistema economico predatorio, sarà anche campo di battaglia per possedere quante più risorse possibili. Tornando all’Argentina, pensiamo alle Falkland certo, il Regno Unito le vuole per principio, le vuole per i giacimenti di idrocarburi, ma li vuole anche per controllare le rotte verso lo stretto di Magellano, quelle per l’Antartide e per un’area ancora molto pescosa. Il punto è che acqua e cibo sono già al centro di un enorme processo di speculazione globale e andrà sempre peggio. Mi spiace non poter dire cose incoraggianti, credo che esistano possibili vie di uscita, grandi mobilitazioni globali possono fare la differenza su singoli punti, ma è necessario identificare chiaramente l’emergenza e trovare soluzioni pragmatiche, per questo non voglio indorare nessuna pillola.