Esteri

Katz: “Israele non si ritirerà mai da Libano, Siria e Gaza”

YISRAEL KATZ MINISTRO ESTERI ISRAELE

Katz ha motivato questa linea d’azione definendola “una lezione fondamentale tratta dagli eventi del 7 ottobre 2023”. Secondo il capo del Pentagono israeliano, l’unico modo per garantire l’incolumità dei cittadini israeliani risiede nella presenza fisica e militare sul terreno, azzerando le possibilità di un ritiro unilaterale sul modello di quelli passati.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che il Paese “in nessuna circostanza” ritirerà le proprie forze armate dalle zone occupate in Libano, Siria e nella Striscia di Gaza.

Durante una visita ai reparti militari sul campo, Katz ha ribadito l’assoluta necessità strategica di mantenere il presidio dei territori. Come riportato dalle agenzie di stampa, il ministro ha esplicitato che le forze di difesa israeliane (IDF) continueranno a proteggere i confini direttamente dall’interno delle aree considerate “zone di sicurezza”:

Presidio permanente sulle montagne meridionali e nelle storiche roccaforti liberate, come l’area del Castello di Beaufort.

Mantenimento delle posizioni strategiche a ridosso del Monte Hermon e del Golan.

Controllo continuativo della maggior parte della Striscia per impedire la riorganizzazione delle milizie palestinesi.

La svolta oltranzista di Tel Aviv giunge in un momento di forte delicatezza diplomatica. Le dichiarazioni di Katz hanno infatti suscitato immediate critiche da parte degli Stati Uniti, storici alleati del Paese ma impegnati a tessere complesse trattative per stabilizzare l’area mediorientale. Ciononostante, il ministro ha precisato che Israele “non ha chiesto né ha bisogno dell’approvazione di nessuno” per determinare la dislocazione delle proprie truppe a difesa della nazione.

Non ci saranno passi indietro, dunque. Non ci saranno concessioni al teatrino delle diplomazie occidentali, a quel valzer di illusioni e ipocrisie con cui l’Europa e l’America si illudono di comprare una pace che dura lo spazio di un mattino. Le parole di Israel Katz non sono un semplice annuncio strategico; sono il ruggito di chi ha capito, a caro prezzo, che la sopravvivenza non si negozia nei salotti felpati delle Nazioni Unite. Si difende con le unghie e con i denti, sul terreno, metro per metro.

Perché la storia non concede sconti a chi mostra debolezza, e il 7 ottobre è lì a dimostrarlo, scolpito nella memoria come un monito eterno. Ritirarsi significa arrendersi al sonno della ragione. Significa spalancare le porte a chi ha giurato di cancellarti dalla mappa geografica. Con buona pace dei moralisti della domenica, che pontificano da comode poltrone senza aver mai annusato l’odore della polvere da sparo o la paura del domani, Israele sceglie la dura, spietata realtà della trincea. Restare a Gaza, in Libano, in Siria non è un vezzo imperiale. È l’orgoglio feroce di chi rifiuta di farsi agnello sacrificale sull’altare del politicamente corretto. È il diritto di esistere, gridato in faccia a un mondo che preferisce non vedere.

Giuseppe Basilico