Ce la si potrebbe potrebbe cavare con la conosciuta frase “se non è zuppa è Pan bagnato” per commentare l’aumento della tensione tra Serbia e Kosovo. E tra l’altro il motivo di ciò è riferito a una questione nata già alcune settimane fa e riguardante la cosiddetta guerra delle targhe e cioè il fatto che i serbi che abitano in gran numero la parte nord del Kosovo guidino ancora veicoli immatricolati da Belgrado e non accettino le targhe ufficiali Rks, riconoscimento implicito dell’indipendenza di Pristina. Quastione che era stata momentaneamente silenziata da un intervento dell’Unione Europea e in particolare dell’Alto rappresentate degli Esteri Joseph Borrell che però aveva solo avuto il merito di rimandare la diatriba senza intervenire sul merito. E così, nei giorni scorsi, le autorità di Pristina hanno rotto gli indugi e hanno preteso l’osservanza della loro decisione suscitando un putiferio sia nella parte serba della giovanissima repubblica balcanica che reclama l’ indipendenza dove molti organi istituzionali si sono dimessi non riconoscendola sia da parte del Governo di Belgrado che ha preso le loro parti.
Deja vu quindi? Sì ma con due aggravanti che rischiano di pesare molto per un ulteriore aggravamento della situazione. La prima è riconducibile al fatto che il Premier kosovaro Albin Kurti, vincitore con il suo partito dei nazionalisti di sinistra delle ultime elezioni politiche non perde occasione per rafforzare la sua posizione oltranzista a tratti provocatoria nei confronti di una Serbia dove la riconferma a grande maggioranza di Aleksandar Vucic aveva fatto sperare invece a un atteggiamento più morbido sulla questione dell’indipendenza di Pristina, tenuto conto della riaffermata volontà di adesione all’Unione Europea e degli inviti in questo senso da parte di Bruxelles e degli Stati Uniti. La seconda è stata la nomina Ministro degli Esteri del nuovo Esecutivo di Belgrado di Ivica Dacic, leader del partito socialista e sempre schierato su posizioni di apertura al dialogo ma intransigenti sulla possibilità di cedimenti sul mantenimento di una linea di netta chiusura sul riconoscimento dell’indipendenza di Pristina. E se aggiungiamo a questo il fatto che Joe Biden non ha voluto riprendere gli sforzi di intesa tra le parti compiuti nell’ultimo periodo dell’era Trump, ma sembra supportare solo le richieste di Kurti forse anche come ritorsione alla posizione di Vucic che, sulla guerra in Ucraina, ha condannato l’aggressione di Putin ma non ha aderito alle sanzioni e ha mantenuto le relazioni con Mosca, si capisce bene che le preoccupazioni per una deflagrazione dello stato di cose in questi territori siano notevolmente aumentate. Che fare? La prima cosa è evitare che si ripetano azioni unilaterali da una parte e dall’altra che buttino all’aria il lavoro per il dialogo Belgrado Pristina fatto negli anni scorsi. È questo il senso del nuovo intervento di Josef Borrell a cui si è associato anche il neo Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Ma anche è necessaria la massima vigilanza per smascherare le provocazioni che, da una parte e dall’altra, si stanno costruendo e mettendo in atto per favorire lo scoppio di un conflitto armato che sarebbe catastrofico per le popolazioni. Ma ecco che, quando sembrava che tutto precipitasse un nuovo ripensamento di Kurti dava semaforo verde alla proposta di Borrell. Sarà la volta buona?
Alessandro Perelli