Approfondimento

La Bce promuove l’Italia tra i 5 “virtuosi”, ma mancano crescita e lavoro

Draghi-Napo-Letta

Draghi-Napo-LettaL’Italia fa parte dei soli sei paesi dell’Eurozona il cui deficit non è salito sopra il 3% del Pil nel 2012, rispetto al 3,8 del 2011, onorando così i parametri del Patto di Stabilità imposto dall’Unione Europea. E’ quanto emerge dai dati diffusi dalla Banca Centrale Europea nel suo bollettino mensile. L’Italia non è  la sola ad accaparrarsi un posto in prima fila nel “club dei virtuosi” nel quale entrano anche altri cinque membri: Germania, Estonia, Lussemburgo, Austria e Finlandia. Ma, non sono tutte “rose e fiori”. L’Italia, infatti, ricorda Francoforte, è anche uno dei cinque paesi che ha un debito pubblico prossimo o superiore al 100% del Pil insieme a Grecia, Belgio, Portogallo e Irlanda.

LE BRUTTE NOTIZIE – Accanto ad una bella notizia, però non mancano le zone d’ombra. Secondo l’Istituto di Francoforte, infatti, il risanamento di bilancio “più graduale”, indicato nel nuovo programma di stabilità dell’Italia presenta dei «rischi», rappresentati da «un’evoluzione macroeconomica peggiore delle aspettative» e da «un rallentamento delle entrate rispetto alle dinamiche ipotizzate nonché da maggiori spese» all’orizzonte. In previsione di un percorso di risanamento più graduale, sottolinea la Bce, «gli obiettivi di bilancio sono stati notevolmente ridimensionati rispetto all’aggiornamento del programma per il 2012». Insomma, la banca europea lancia un monito all’Italia affermando che «occorre attenersi con rigore al percorso di moderazione del disavanzo specificato nell’aggiornamento per il 2013 al fine di ridurre al minimo il rischio che, nel prossimo futuro, venga superato di nuovo il valore di riferimento del 3 per cento del Pil. Si tratta di una sfida cruciale per la politica di bilancio del nuovo governo che si è insediato il 28 aprile scorso».

LO SPAURACCHIO DE DEBITO PUBBLICO E DELLA DISOCCUPAZIONE – Insomma, il rischio è che, in base alle attese, nel 2013 il rapporto tra debito pubblico e Pil possa raggiungere il picco di circa il 130 per cento del Pil. Inoltre, la scarsa creazione di posti di lavoro e «le deboli aspettative congiunturali emerse dalle indagini suggeriscono un ulteriore incremento della disoccupazione nel breve termine, soprattutto di quella giovanile».

NAPOLITANO, SERVE STABILITA’. IL GOVERNO E IL PARLAMENTO FACCIANO LA LORO PARTE – E proprio alla luce dei rischi paventati, interviene nel dibattito il Presidente Grigio Napolitano che ricorda come la Condizione perché la «sfida» delle riforme possa trovare «risposte soddisfacenti è la stabilità politica e istituzionale». Il Capo dello Stato, intervenendo alla Conferenza dei prefetti, ha sottolineato che «non c’è bisticcio o contraddizione tra stabilità e riforme: le riforme, specialmente quelle che la commissione appena insediata ci prospetterà, sono ovviamente l’opposto di un approccio conservatore e di una camuffata difesa dell’esistente. Ma potranno realizzarsi solo se non sarà sottoposta a scosse e messa in discussione la continuità del governo». Napolitano ha esortato il governo a «operare serenamente» e il Parlamento a fare «costruttivamente e con lungimiranza la sua decisiva parte».

IL LAVORO AI GIOVANI, LA PROPOSTA DI LETTA – E mentre si dibatte della necessità di rilanciare la crescita, è il tema dell’inclusione lavorativa dei più giovani che torna a prendere piede nel dibattito politico. Proprio questa mattina, infatti, i giovani parlamentari hanno presentato una mozione al Governo per verificare, in occasione del prossimo Consiglio europeo, la possibilità di stanziare nuove risorse nell’ambito del Fondo sociale europeo per constrastare la disoccupazione giovanile. La mozione arriva all’indomani delle dichiarazioni del Premier Letta che aveva ribadito la necessità di «portare a termine i preparativi per rendere operativo entro gennaio il Fondo per l’occupazione giovanile dell’Unione». Perchè la disoccupazione, l’impossibilità per i giovani di oggi di trovare un lavoro, che sia stabile, denunciano i giovani parlamentari, li priva «del diritto di guardare al proprio futuro con ragionevoli aspettative di realizzazione e li costringe ad un’umiliante condizione di vulnerabilità, incertezza e precarietà e di dipendenza economica dalle famiglie di origine», perchè non può esserci ripresa economica «se le giovani generazioni sono costrette all’inattività».