Marcello De Cecco in un recente articolo apparso sul n. 2/2913 di Economia Italiana, dal titolo “Senza rilanciare la domanda non si esce dal tunnel”, illustra con dovizia gli effetti sul sistema economico nazionale dell’“austerità” con cui si è inteso curare il deficit dei conti pubblici. Egli sottolinea che l’austerità ha peggiorato le condizioni di tenuta del sistema economico nazionale, conservandolo sulla china di un declino che non lascia intravedere un suo possibile prossimo arresto; nella prospettiva di poterne almeno tentare un rallentamento e nei limiti di una possibile inversione di tendenza, formula una “ricetta” che nel nostro Paese ha però scarse possibilità d’essere applicata, non solo ora, ma anche per un tempo futuro che è plausibile pensare sia destinato a durare molto a lungo.
Per l’economia italiana, afferma De Cecco, urgono “riforme strutturali e un robusto rilancio dell’economia, sia quella interna che quella per esportazioni”; le riforme richiedono tempo per essere predisposte e deliberate e ancora più tempo per migliorarle e perché i loro effetti possano essere recepiti dal sistema economico.
Nel frattempo gli eventi premono, mentre la crisi mondiale e soprattutto quella europea stentano ad allentare la presa sulle economie in affanno; si può affermare, conclude De Cecco, che la crisi è diventata “la condizione strutturale dell’economia occidentale e che l’uscirne presenta dei problemi di causazione circolare veramente gravi”; ciò è vero, in particolare, per l’economia italiana.
Il governo italiano non sembra in grado di affrontare razionalmente la situazione perché vittima di un “meccanismo perverso”, per il quale le misure adottate volte a trovare le risorse per realizzare l’equilibrio dei conti pubblici hanno sinora causato una diminuzione della domanda interna, a fronte della quale non è rimasto che confidare nella domanda estera; su quest’ultima, però, anche se è risultata e continui a risultare, anche se in termini sempre più flebili, dotata di una vitalità apprezzabile, sono gravati e continuano a gravare altri deficit strutturali espressi da livelli troppo bassi di produttività che hanno impedito e continuano ad impedire alle attività economiche italiane di reggere la concorrenza di quelle degli altri Paesi.
La diminuzione della domanda interna ha determinato anche una diminuzione delle importazioni, che, sommata all’andamento delle esportazioni, ha consentito il pareggio delle partite correnti. L’economia italiana per rilanciare la domanda ed accrescere la produttività non può però fare affidamento su questa ”congiuntura”, soprattutto perché la diminuzione delle importazioni riguarda, per la più parte, beni d’investimento indispensabili per consentire alle attività produttive nazionali orientate all’esportazione di migliorare le proprie capacità competitive. Se questo stallo dovesse durare ancora, sarà inevitabile, osserva De Cecco, che l’invecchiamento del parco macchine italiano riduca “ulteriormente la produttività e competitività dell’industria italiana” e induca “altre cadute di produzione, sia per l’interno, che per l’estero, che di occupazione”. Ciò sarà ineludibile, in quanto è da escludersi che l’economia italiana, a somiglianza dell’economia tedesca, possa sostituire la domanda interna con quella estera, per impedire l’ulteriore deterioramento delle struttura produttiva nazionale.
Secondo De Cecco, il rilancio delle domanda interna e l’aumento della produttività possono essere realizzati attraverso sgravi fiscali dei redditi medio-bassi e la fiscalizzazione degli oneri sociali che alleggerisca il costo della manodopera. Ciò, tra l’altro, servirebbe ad indurre i Paesi dell’Unione Europea a capire che, di fronte alla disaffezione dall’eurozona dei Paesi più colpiti dalla crisi, come l’Italia, l’allentamento del vincolo di bilancio concesso potrebbe risultare del tutto insufficiente se ad esso non venisse associato anche un allentamento del vincolo sul debito sovrano; quest’ultimo, infatti, dovrebbe essere concesso nella misura utile ad assorbire gli sgravi fiscali prima indicati, facendo capire ai Paesi più virtuosi dell’eurozona, in particolare alla Germania, che in mancanza del rilancio delle domanda interna dei Paesi coi conti pubblici in deficit la tenuta del mercato unico sarebbe fortemente compromessa.
Il messaggio rivolto all’esterno potrebbe trovare in questo momento orecchie tese a recepirlo, considerando che la stretta monetaria iniziata in Cina ed in altri Paesi emergenti, la possibilità di compensare con maggiori esportazioni verso questi Paesi, come ha fatto negli ultimi anni la Germania, la diminuzione delle esportazioni verso i Paesi europei a causa della politica di austerità in essi attuata è destinata venire meno, con conseguente riduzione del reddito, non solo dei Paesi debitori, ma anche di quelli che sinora sono risultati creditori.
Ma è possibile che una tale strategia possa assicurare all’Italia una sicura via di fuga dalla crisi? Stando alle previsioni dell’OCSE, il PIL italiano chiuderà l’anno in corso con una contrazione stimata intorno all’1,8%, unico dato tra i Paesi del G7 (cioè dei sette Paesi più industrializzati del mondo) a risultare negativo. Secondo le analisi dell’organismo internazionale, l’Italia sta lentamente riemergendo dal tunnel della crisi; la tendenza può essere però compromessa dalla sua instabilità politica.
Lo stato di persistente crisi dell’economia italiana, infatti, non è tanto determinata dalla mancanza di condizioni favorevoli al rilancio del mercato interno europeo che, come De Cecco afferma, risulta caratterizzato da condizioni favorevoli ad un aumento dell’interscambio tra i Paesi dell’Unione, quanto dal fatto che la situazione politica interna risulta così precaria da renderla del tutto inidonea a progettare qualsiasi programma di intervento finalizzato a far fronte agli antichi mali dell’economia nazionale. Ciò avviene perché uno dei pilastri su cui si regge l’attuale governo è espresso da un partito di “proprietà” del suo “leader massimo”, che, anziché pensare a come portare l’Italia fuori dalle secche della crisi in cui da tempo languisce, focalizza il dibattito tra le forze politiche sul come risolvere i suoi “guai giudiziari”.
Al Paese, perciò, non resta che restare inerte, in attesa che ciò che accade nel resto del mondo possa produrre, suo malgrado, un qualche effetto positivo anche per gli italiani, ai quali al momento non resta che “piangere sé stessi”, per l’incapacità di dotarsi di condizioni politiche più stabili.
Gianfranco Sabattini