Opinioni e commenti

La grande muraglia verde

Il più grande incendio della storia spagnola e quello altrettanto vasto che sta briciando il sud della Francia, sveglieranno dal torpore le anime pie europee?

E’ chiaro che il cambiamento climatico va affrontato immediatamente altrimenti dopo la Spagna e la Francia, altri paesi, tra cui l’Italia, pagheranno lo scotto della malcelata inettitudine che regna a Bruxelles?

Senza giri di parole, per risolvere il problema non serve mettere in atto il fantomatico piano Mattei ma fare quanto sosteneva, anche per altri finalità, nel 1952 il biologo Richard St. Barbe Baker. Serve realizzare una barriera verde larga 50 chilometri che va dal Sahel marocchino all’Egitto, da Rabat a Il Cairo. Una grande muraglia verde che attraversando da ovest ad est il nord Africa potrebbe arrestare il grande caldo che in questi anni in modo violento inatteso si sta spingendo dal deserto del Sahara fin su il centro Europa e che, complice l’innalzamento delle temperature del Mediterraneo, sta alterando velocemente i nostri ecosistemi.

La “Great Green Wall of the Sahara and the Sahel Initiative” non è mera utopia ma una progettualità da inserire nell’agenda programmatica dei governi europei. I cinesi con il “Three-North Shelterbelt Program” stanno facendo, più o meno, la stessa cosa per proteggere Pechino dal surriscaldamento climatico e dall’avanzata del deserto al nord della capitale.

La progettualità cinese è stata avviata nel 1978 e troverà la sua conclusione nel 2050 con la piantumazione di 100 miliardi di alberi. Le tempeste di sabbia sono in forte calo, il surriscaldamento e l’inquinamento dell’aria sta conoscendo sensibili miglioramenti. Se lo fa la Cina, perchè non può farlo l’Europa? Anche perchè la realizzazione della grande muraglia verde del Sahara è una sfida che potrebbe permettere agli stati africani sahariani di rafforzare gli ecosistemi della regione gestendoli in maniera ponderata, di proteggerne il patrimonio rurale, di migliorarne le condizioni di vita della popolazione e potrebbe contribuire alla rinascita dell’economia locale contrastando l’impoverimento delle risorse naturali e della siccità soprattutto nelle aree rurali. Inoltre consentirebbe alle comunità locali lo sfruttamento e la gestione sostenibile delle foreste, delle zone adibite al pascolo e delle altre risorse naturali situate nelle zone aride.

Se la Cina ha già piantumato miliardi di alberi su un fronte di 4000 chilometri, per gli europei investire almeno 30 miliardi di euro per realizzare un fronte di 3500 chilometri non dovrebbe essere un grosso problema. Ciò consentirebbe anche una pianificazione della decarbonizzazione meno impattante e darebbe respiro alla nostra economia che ha necessità di sviluppare autonomamente fonti alternative.

Anche in questo caso l’Africa può esserci d’aiuto. Penso alle centrali termodinamiche a impatto zero, il sole è una fonte inesauribile a costi accessibili. La centrale di Noor Ouarzazate è il futuro. La cooperazione con gli stati africani è fondamentale. Il deserto da nemico può diventare il nostro alleato principale per condurci alla autosufficienza energetica. L’Europa non commetta il solito superbo errore di parlare a più voci, serve univocità di intenti.

Al bando sterili e meschini sotterfugi lobbistici o corporativi, il riscatto dell’identità europea passa nell’affrontare queste sfide senza ripensamenti e con uno slancio vitale che il vecchio continente ha smarrito ma non perso. Ogni estate che verrà sarà sempre più torrida della precedente e la tropicalizzazione del Mediterraneo darà il colpo di grazia al nostro habitat. E’ impensabile rimanere a guardare l’Europa che brucia, è folle ignorare il più grande dei problemi che rischia di far diventare il vecchio continente una desertica landa desolata da Lisbona a Kiev.

LorenzoFiorini