L'editoriale

La scorciatoia della paura

Studiare è un esercizio silenzioso. Richiede tempo, fatica, dubbi e la disponibilità a cambiare idea davanti ai fatti. La politica, almeno quella che domina il dibattito pubblico degli ultimi anni, sembra invece aver imboccato una strada diversa: quella delle scorciatoie. Per conquistare consenso non serve approfondire, ma individuare un bersaglio.

Meglio ancora se facilmente riconoscibile. Così il confronto si riduce a poche parole chiave, sempre le stesse: migranti, sicurezza, emergenza. È una rappresentazione rassicurante nella sua semplicità. Se esiste un nemico, esiste anche una soluzione immediata. La complessità scompare, sostituita dalla promessa di un intervento risolutivo. Eppure governare un Paese non significa individuare un colpevole, ma affrontare problemi che raramente si prestano a slogan.

Torna inevitabilmente alla mente Ladri di biciclette. Nel capolavoro di Vittorio De Sica il confine tra vittima e colpevole si fa sottile, perché la miseria, prima ancora del reato, racconta la condizione umana. Oggi, invece, quella complessità viene spesso sacrificata sull’altare della comunicazione politica: inseguire il responsabile di turno garantisce visibilità, alimenta il dibattito televisivo e, talvolta, produce consenso.

Ma difficilmente produce buon governo. Anche l’opposizione dovrebbe interrogarsi sul terreno di gioco scelto. Inseguire la maggioranza sui temi che essa stessa detta significa accettarne l’agenda e rinunciare a costruirne una alternativa. Se il confronto elettorale ruota esclusivamente attorno a migranti e sicurezza, il rischio è che tutte le altre questioni vengano relegate sullo sfondo, quasi fossero secondarie.

Eppure il Paese si trova davanti a sfide che definiranno i prossimi decenni. La transizione energetica, l’intelligenza artificiale, la produttività stagnante, il declino demografico, il debito pubblico, la competitività delle imprese, la crisi della sanità e della scuola non sono temi da convegno: sono le questioni che determineranno il benessere degli italiani molto più di qualsiasi slogan elettorale.

La sicurezza è un diritto fondamentale e nessuna società può permettersi di sottovalutarla. Ma proprio perché è una materia seria non dovrebbe diventare il principale strumento della propaganda. Alimentare la percezione di un’emergenza permanente rischia di produrre un dibattito pubblico dominato dalla paura anziché dalla razionalità. E una democrazia che sceglie la paura come criterio di decisione finisce quasi sempre per trascurare le cause profonde dei problemi. Gli italiani, spesso descritti come un popolo facilmente influenzabile, hanno invece dimostrato in molte occasioni di saper distinguere tra propaganda e credibilità.

Chiedono sicurezza, certamente, ma chiedono anche salari dignitosi, servizi sanitari efficienti, una scuola capace di formare i giovani, infrastrutture moderne e opportunità di lavoro. Chiedono, in altre parole, una politica che sappia amministrare il futuro e non soltanto occupare il presente. La campagna elettorale che si profila sembra invece destinata a riproporre uno schema ormai consolidato: semplificare, dividere, contrapporre. È una strategia efficace nel breve periodo, ma insufficiente per affrontare i cambiamenti che stanno trasformando il mondo.

Mentre le grandi economie investono nella ricerca, nelle nuove tecnologie e nel capitale umano, il rischio è che l’Italia continui a discutere quasi esclusivamente di ciò che genera più rumore. Il voto resta il momento più alto della partecipazione democratica. Proprio per questo dovrebbe essere il risultato di una valutazione, non di un riflesso condizionato. La politica non ha bisogno di tifoserie, ma di cittadini disposti a premiare competenza, visione e responsabilità. Perché il consenso può vincere un’elezione, ma solo il buon governo può costruire il futuro di un Paese.