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LA TELA DI PENELOPE

Legge Elettorale

Legge Elettorale

«Se si mette all’ordine del giorno della Commissione Affari Costituzionali un disegno già oggetto di discussione al Senato si crea un conflitto che, come da regolamento, si risolve con un accordo tra i due presidenti: in questo caso, quindi, il Senato fa la parte di Ponzio Pilato e, speriamo, che alla Camera non vinca Barabba».

Così l’ex senatore socialista Carlo Vizzini, e già presidente Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, commenta con l’Avanti! la decisione presa proprio in Commissione di rinviare della Camera l’esame della legge elettorale. A favore dello “spostamento” PD, SEL e M5S. Una “convergenza” che non è piaciuta al leghista Calderoli che subito ha minacciato: «Comunque dovranno sempre ritornare al Senato e questo vuol dire che non riusciranno a combinare nulla, è solo una presa in giro».

Al di là dei toni da leghista, il problema esiste. Se non si trattasse di Calderoli si potrebbe parafrasare un “di qui si passa”. A cosa è servito, dunque, questo strano passaggio? «Credo che si stia creando un conflitto ad arte tra le due Camere perché partire da una proposta alla Camera, dove PD e SEL già da soli hanno la maggioranza, significa poter approvare un testo e partire con quello come base per il negoziato in Senato», aggiunge Vizzini.

Del resto, lo stesso segretario del PSI, il senatore Nencini, ha sottolineato la “strana mossa” affermando che «potrebbe aver ragione Matteo Renzi. Se il Senato viene meno alla sua funzione, come nel caso quotidiano  del rinvio dell’esame della legge elettorale alla Camera, tanto varrebbe scioglierlo».

Certo, il cammino verso un compromesso su una legge importante come quella elettorale è lungo e tortuoso e Vizzini lo definisce «un esempio politico di ‘Tela di Penelope’: ci troviamo di fronte ad una paralisi politica molto simile a quella che si era prodotta nella scorsa Legislatura quando ai proclami in favore della riforma corrispondevano azioni in senso contrario».

Certo, non c’è dubbio che l’intervento della Corte Costituzionale abbia scombinato i piani di chi remava contro. Vizzini spiega, infatti, che «il pronunciamento della Corte crea un’aggravante, non tanto per il problema del premio di maggioranza, quanto rispetto alla questione del voto di preferenza. La sentenza ha creato una situazione per la quale “il listino” non può essere più proposto. Questo obbliga a pensare ad una riforma più profonda perché le elezioni, vista la legge vigente, non possono avere luogo».

Riforma che richiede tempo e che fa sfumare l’ipotesi di chiamata alle urne in tempi brevi, a meno di non voler votare con una formula proporzionale pura consegnando il sistema politico al caos. Anche perché, fa notare Vizzini, «difficile che chi vuole continuare con i partiti dei leader possa ben sposarsi con il proporzionale puro e con le preferenze: se domani si votasse con un sistema simile, in un clima come quello attuale, l’80 per cento dei deputati uscenti verrebbero bocciati dal popolo per il solo fatto di essere deputati uscenti. Difficile che accettino una cosa del genere».

Forse per questo Quagliariello parte all’attacco, sapendo di poter usare una leva non da poco: «Cosa può interessare al cittadino se la legge elettorale va alla Camera o al Senato? La riforma si può fare solo se diventa parte di un accordo di governo: nessuno può fare le riforme prescindendo dal governo», ha detto l’esponente del Nuovo Centro Destra. E poi lancia il suo avvertimento: «Al massimo per la Befana, la maggioranza o trova un accordo sulla legge elettorale o va in crisi e allora ognuno si prenderà le sue responsabilità». E poi aggiunge: «L’elezione diretta del premier, per cui al secondo turno il cittadino sceglie chi è il presidente del Consiglio con un’investitura popolare, è il modello più compatibile con il nostro assetto istituzionale».

Insomma, la negoziazione è aperta e sembra tutt’altro che facile. La Camera deve approvare comunque un testo e, sottolinea l’ex senatore socialsita, «ci si augura che venga fatta con una maggioranza più ampia anche se il Porcellum fu fatto con una maggioranza che corrispondeva quella di governo».

Sfumano, dunque, le ambizioni del neosegretario del PD? «Renzi ha sempre avuto un linea precisa in merito alla legge elettorale, considerando la formula “elezione del sindaco” come la migliore possibile. Andare in questa direzione comporta la necessità di mettere mano alla Costituzione: se davvero si vuole percorrere questa strada bisogna farlo presto perché, oltretutto, un doppio turno di collegio senza l’elezione diretta del premier, trasformerebbe la figura del primo ministro in un vero e proprio pezzo di cristalleria nel mezzo di in un campo di elefanti. Ci troveremmo di fronte a tutto il sistema eletto direttamente dal popolo tranne il presidente del Consiglio, figlio dei gruppi parlamentari».

Una situazione molto complessa rispetto alla quale, chi ha fatto promesse e creato entusiasmi, rischia di scontrarsi con la dura realtà.

Roberto Capocelli