Il report di Unioncamere conferma il trend negativo degli ultimi anni, in particolare nel triennio 2011-2013. L’agricoltura fatica nel Nord-Est mentre cresce il Centro-Sud. L’agroalimentare italiano vive un periodo tutt’altro che prospero. È da distinguere però il settore agricolo, in crisi, e industria alimentare, entrata in un trend positivo. Il primo semestre 2014 ha confermato che circa il 4% di aziende agricole ha chiuso i battenti rispetto a due anni fa.
Nel 2013 sono 5882 le imprese agricole fallite che corrispondono a un 10% in meno rispetto allo stesso periodo del 2010. Oggi le imprese agricole attive in Italia sono 772.975 contro le 82.420 industrie alimentari. Tuttavia la riduzione del numero delle piccole aziende agricole è dovuta spesso a processi selettivi e di accorpamento in funzione di una crescita dell’azienda stessa. Meno aziende, dunque, ma più grandi. Le società di capitali e le società di persone sono aumentate negli ultimi 12 mesi rispettivamente del 2,5% e dell’1%.
La crescita nel comparto agroalimentare è non omogenea. Il 55% dell’intera produzione alimentare italiana è rappresentata da un unico settore: i prodotti forno e farinacei. Inoltre è da evidenziare come sia il Centro-Sud a trainare questo tipo di economia. La Basilicata è la regione italiana in cui le aziende agricole rappresentano la fetta più grande sul totale delle imprese. Parlando globalmente il sistema dell’imprenditoria femminile risulta preminente al Sud con un 30% di donne imprenditrici contro il 25% del Nord.
Un altro fatto da mettere in luce è il ritorno all’agricoltura degli operai e impiegati, oltre che da casalinghe e giovani studenti diplomati. I neo imprenditori e i neo coltivatori diretti hanno un’età compresa tra i 51 e i 65 anni, pari al 25%, seguiti dai 40enni(21%) e giovani under30(17%). Uno dei punti si cui dovrà lavorare alacremente il governo Renzi per risollevare il settore primario italiano è la modifica delle tipologie di lavoro dipendente agricolo. Infatti nel settore primario è lavoratore dipendente chiunque presti la propria opera manuale, dietro retribuzione, per la coltivazione di fondi o allevamenti di bestiame. I cosiddetti OTD, cioè operai a tempo determinato, sono assunti per l’esecuzione di lavoro di breve durata, a carattere saltuario o stagionale.
Esistono poi gli OTI, cioè operai a tempo indeterminato, i lavoratori assimilati, i piccoli coltivatori diretti e i lavoratori occasionali. Tutte le categorie sopra riportate non hanno subito incrementi significativi di retribuzione negli ultimi dodici anni. Ciò vuol dire che il loro potere d’acquisto è uguale all’anno in cui entrò in vigore la moneta unica. È necessario ridare dignità agli operai del settore agroalimentare. Il made in Italy non può ulteriormente diffondersi, a livello globale, se non si salvaguardano i salari e i diritti di chi rende famoso nel mondo la produzione agricola e alimentare italiana.
Manuele Franzoso