Quattro morti, tra cui un bambino, e oltre cinquanta feriti sono il bilancio del devastante raid aereo statunitense che ha colpito una festa di matrimonio nella provincia di Sirik, in Iran, a ridosso dello strategico Stretto di Hormuz. La violenta incursione americana, ordinata dal presidente Donald Trump contro obiettivi militari dell’area, ha centrato per errore un’abitazione civile. Immediata e feroce la reazione di Teheran: i Pasdaran hanno promesso vendetta affermando che gli aggressori “si pentiranno” del loro gesto.
Eccola qui, la democrazia delle bombe intelligenti. Arriva dal cielo, con il rombo arrogante dei caccia americani, e si abbatte su una casa di fango e canne a Sirik, nel sud del Paese. Volevano colpire i santuari dei fanatici, le basi missilistiche che minacciano lo Stretto di Hormuz, l’arteria petrolifera del mondo. Hanno trovato un matrimonio. Hanno trovato la vita che cercava di farsi largo tra la miseria, la musica tradizionale interrotta dal boato cieco, il sangue fresco che inzuppa il velo bianco di una sposa.
Quattro cadaveri. Quattro esseri umani polverizzati in nome della geopolitica. E tra loro, dicono i soccorritori della Mezzaluna Rossa iraniana, c’è un bambino. Un soldato del futuro mai nato, spento prima ancora di capire perché in questa parte di mondo la terra tremi sempre sotto i piedi dei civili. Gli americani la chiamano “guerra preventiva” o “danni collaterali”. Io la chiamo barbarie. La chiamo l’infinita idiozia degli uomini che giocano a fare gli dei con i pulsanti e le mappe satellitari.
Dall’altra parte della barricata, i guardiani del dogma non aspettavano altro. I Pasdaran, con le loro barbe scure e gli occhi pieni dell’odio teocratico che conosciamo fin troppo bene, hanno già alzato il coro dei loro anatemi: «Si pentiranno». Una minaccia sputata con la solita certezza fanatica di chi crede di avere Dio in tasca. È la solita, tragica giostra del Medio Oriente: il cinismo tecnologico dell’Occidente che alimenta il martirismo suicida dell’Oriente islamico. Risponderanno, dicono. Hanno già iniziato a lanciare i loro missili contro le basi americane, in un crescendo che rischia di incendiare l’intero Golfo.
Trump, dalla sua Casa Bianca o dal suo social network, risponde alzando le spalle e dando dei “pazzi ed esaltati” ai leader di Teheran. Ha ragione sulla follia del regime iraniano, una dittatura che opprime il suo stesso popolo. Ma dimentica che i pazzi si combattono con la fermezza della ragione, non regalando loro altri martiri da piangere, altre spose da vendicare.
Intanto, a Sirik, restano solo le macerie fumanti e le urla delle madri. Restano cinquanta feriti che gridano in una lingua che l’Occidente si rifiuta di capire. Resta il profondo, tragico sospetto che in questa guerra non ci siano liberatori, ma solo carnefici che si stringono la mano sopra una montagna di morti innocenti.
Giuseppe Basilico